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Il pensiero autocritico nella depressione: cosa accade nella nostra testa

Depressione e autocritica: uno studio identificato le strutture cerebrali implicate nel pensiero autosvalutativo nel paziente depresso - Neuroscienze

Di Alessandro Valzania

Pubblicato il 13 Nov. 2015

Aggiornato il 22 Dic. 2015 16:42

Depressione e pensiero autosvalutativo: l’autocritica può essere considerata a tutti gli effetti un tratto fondamentale in un paziente depresso. Emozioni negative condite da un forte senso di svalutazione e da pensieri del tipo “sono un fallito”, “non sono all’altezza”, “sono un perdente” possono aumentare il nostro senso di inadeguatezza e peggiorare la nostra autostima. Di conseguenza, un pensiero autocritico pervasivo può essere considerato un fattore di rischio per lo sviluppo e il mantenimento della depressione.

Pertanto, l’identificazione di anomalie neurali durante l’elaborazione autocritica e la ricerca di marcatori neurofisiologici di previsione potrebbero essere utili per individuare la psicoterapia più adatta nel trattamento di pazienti con depressione.

Un gruppo di ricercatori tedesco (Doerig et al., 2015) ha recentemente condotto uno studio che ha permesso di identificare le strutture cerebrali maggiormente implicate nella determinazione del pensiero autosvalutativo nel paziente depresso.
La ricerca poneva a confronto un gruppo di controllo con un gruppo composto da soggetti con depressione maggiore diagnosticata attraverso alcune misure psicometriche tra cui il Beck Depression Inventory (BDI).

Inoltre i soggetti erano sottoposti ad altri strumenti diagnostici per la valutazione delle loro capacità nella regolazione delle emozioni. Successivamente i pazienti e i soggetti sani, dovevano scegliere da una lista, tre aggettivi negativi che più identificavano il loro mood autocritico (“non attraente”, “sgradevole” ecc.) e altri tre aggettivi negativi comunque riguardanti il loro umore ma non specificatamente svalutativi e autocritici.

Entrambi i gruppi poi erano sottoposti a risonanza magnetica funzionale (fMRI) e al contempo i ricercatori proponevano, ai soggetti sperimentali, delle immagini contenenti degli aggettivi neutri e aggettivi negativi generici e specificatamente autocritici, che gli stessi soggetti avevano scelto in precedenza. I risultati mostrarono una maggiore attivazione nell’amigdala nei pazienti depressi rispetto ai soggetti di controllo.

Inoltre, la ricerca presentava un altro dato interessante. I pazienti depressi avevano effettuato precedentemente una psicoterapia cognitivo-comportamentale (CBT) e a tal proposito erano stati divisi in due sottogruppi: quelli “response” che avevano imparato a regolare le emozione relative al pensiero autocritico e i “non-response” che invece ancora non sapevano gestire questo aspetto emotivo. La condizione sperimentale mostrava un’iper-attivazione dell’amigdala nei pazienti “non-response” rispetto ai pazienti che invece avevano tratto beneficio dalla CBT. I risultati hanno ancora più valore in quanto i pazienti dei due gruppi non differivano in termini di genere, età, stato civile, livello di istruzione, singolo o ricorrente episodio, cronicità.

Questi dati suggeriscono che l’amigdala, la parte del cervello deputata alla gestione emotiva, può essere considerata un marcatore centrale nella determinazione degli stati depressivi. Non è ancora chiaro come l’iperattività di questa struttura centrale sia di impedimento nell’apprendimento delle abilità di regolazione emotiva. Il gruppo della Doerig, ipotizza che i pazienti depressi “non-response” abbiano avuto un vissuto di emozioni negative altamente spiacevoli e che tendano, attraverso l’evitamento, ad allontanarsi da tali emozioni ostacolando così il cambiamento e la conseguente regolazione emotiva.

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