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Il Fenomeno Artistico: variabili psicologiche che lo contraddistinguono e ne consentono l’accadimento (2)

Quali processi cognitivi sono implicati nella creazione e nella comprensione di un’opera d’arte? Diversi approcci psicologici hanno cercato una risposta.

ID Articolo: 115373 - Pubblicato il: 12 novembre 2015
Il Fenomeno Artistico: variabili psicologiche che lo contraddistinguono e ne consentono l’accadimento
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Rispetto alle capacità cognitive alcuni studi sostengono che questa abilità degli artisti, in particolare dei pittori, derivi da una vasta esperienza nell’interazione visiva con gli oggetti e con le immagini durante il disegno, in tal senso l’artista viene visto come un esperto nella cognizione visiva (Kozbelt, 2001). Gli artisti sarebbero cognitivamente differenti dai non artisti, specialmente per ciò che riguarda la memoria di figure ed oggetti, l’utilizzo di immagini mentali nella comprensione di frasi e nella generazione e trasformazione mentale di immagini di figure (Winner, 1992).

Secondo Argenton (1996) l’abilità dell’artista che la sua opera manifesta dipende dal grado di padronanza con cui egli manipola le sue rappresentazioni mentali elaborando la forma che soddisfi i suoi intenti rappresentativi, e i mezzi, le tecniche, che ne consentono la traduzione in rappresentazioni concrete. La soddisfazione viene all’artista quando riscontra nella propria opera una corrispondenza ai suoi intenti rappresentativi e i risultati della sua grande fatica vengono premiati dal riconoscimento del pubblico, appagando quello che in psicologia si chiama il bisogno di autoaffermazione o di autorealizzazione.

L’arte attiva inoltre nel fruitore una serie di processi, comportamenti e cognizioni che costituiscono il comportamento estetico e ciò che è ancora più caratteristico, cioè l’esperienza estetica. Questo comportamento non consiste nel semplice piacere, un’opera d’arte può essere apprezzata in maniera singolare ed unica, non solo per la sua bellezza o la sua virtuosità tecnica o per il messaggio che trasmette. Secondo Bronowski (1978) l’esperienza estetica deriverebbe dal processo di scoperta, mentre per Urmson (1962) l’apprezzamento è il risultato di specifici criteri di bellezza (proporzioni, armonia, equilibrio). Il comportamento estetico viene visto quindi come un processo che da un lato vede implicate le caratteristiche stesse dell’opera d’arte e, dall’altro lato, coinvolge direttamente il fruitore e le emozioni che l’opera suscita in lui.

Messaggio pubblicitario Questi due aspetti sono integrati nel modello di elaborazione delle informazioni (Leder, Belke, Oeberst e Augustin, 2004): in una prima fase di analisi percettiva vengono elaborati gli stimoli di contrasto, intensità, luminosità, colori, raggruppamenti e buone forme. L’analisi percettiva avviene in maniera rapida e senza sforzo ed incide sulla preferenza estetica. Nella seconda fase quanto percepito viene integrato con la memoria implicita e valutato come familiare e prototipico. Il modello prevede due differenti output: l’emozione estetica e il giudizio estetico, un’opera d’arte viene considerata tanto più piacevole (giudizio estetico), quanto più positiva è stata l’esperienza emozionale elicitata (emozione estetica). I soggetti esperti tendono a formulare giudizi in base allo stile, mentre per i non esperti sono importanti i riferimenti al sé e la possibilità di associare ad un’opera d’arte eventi ed emozioni riferiti alla propria vita.

I due comportamenti (artistico ed estetico) possono manifestarsi sia contemporaneamente e nel medesimo contesto, spaziale, storico, sociale, economico, culturale, sia in tempi e contesti poco o molto lontani e diversi fra di loro. Il fenomeno artistico si verifica quando e solo quando, da parte di un individuo o di un gruppo di individui, vengono riconosciute e attribuite proprietà artistiche al prodotto realizzato da altri. Esso si presenta inoltre, con delle costanti strutturali e processuali (Argenton, 1996). Sono implicati e si intersecano tra loro processi cognitivi ed attivazione emozionale. L’artista mette in gioco la propria creatività, le specifiche abilità cognitive ed il suo insight nel leggere la realtà in modi differenti ed originali, il fruitore analizza le caratteristiche formali del lavoro che a loro volta richiamano ed attivano un processo di scoperta che ci informa sulla realtà e sulle nostre emozioni. L’artista con la propria opera manifesta di sé: di aver lasciato in modo più o meno inequivocabile, il segno della sua mano, cioè l’impronta che le deriva dall’essere stata fatta da lui e non da qualcun’altro e che esprime il suo stile personale, la sua personalità artistica.

Per spiegare questa relazione importanti contributi derivano da recenti studi di neuroestetica, sulle basi neurali della capacità di apprezzare il bello e l’arte (Zeki, 1999). Solso (2003) distingue tre livelli di comprensione dell’arte descrivendo il modello SPS:

  • Sensory: percezione innata, processi di elaborazione visiva bottom up che sono comuni a tutti gli individui. Il modo in cui vengono elaborati gli stimoli visivi come forma, colore, direzione e movimento dall’occhio e dal cervello sono strettamente connessi alla fisiologia e all’anatomia del sistema visivo centrale e periferico. Il primo livello comprende la percezione sensoriale dell’opera e l’elaborazione corticale di queste caratteristiche.
  • Psychology: percezione diretta, modello top down in cui la mente umana tende ad organizzare un percetto (Arnheim,1954). Secondo Changeux (1994) l’artista sfrutterebbe la capacità umana di creare immagini che abbiano la possibilità di rimanere stabili nella mente di chi osserva.
  • Schema – story: percezione come ricerca di significato che attinge alle conoscenze ed alla storia personale dell’individuo. A questo livello l’opera viene collocata nel suo periodo storico, corrente artistica, biografia dell’autore, significato che l’autore ha voluto esprimere e che l’opera assume per l’osservatore in base alla sua storia ed ai suoi schemi di interpretazione della realtà. Lo schema personale è una struttura di dati utile a rappresentare concetti generici immagazzinati in memoria, una generalizzazione (Argenton, 1996), costruita attraverso ripetute esperienze della realtà, che orienta la percezione top down di un’opera d’arte sia sulla base dei significati personali, sia in considerazione del periodo storico o della corrente artistica (Solso, 2003). In quest’ottica quando le caratteristiche fisiche e psicologiche convergono si comprende l’arte ad un livello difficile da descrivere a parole, che Kemp (1990) definiva come unico, incommensurabile ed indefinibile sentimento che è al tempo stesso soggettivo ed universale.

Secondo il neuroscienziato Zeki (1999), in ogni esperienza estetica, il cervello, così come l’artista, deve eliminare ogni informazione inessenziale dal mondo visivo per poter rappresentare il carattere reale di un oggetto. Secondo Ramachandran (Ramachandran e Hirstein 1999), l’abilità dell’artista consisterebbe nel saper evocare nel cervello del fruitore specifici processi biologico/percettivi, inducendo un meccanismo di ricostruzione dell’oggetto artistico che si accoppierebbe a una sensazione di piacere.

Secondo Gallese entrambi questi approcci confinano l’esperienza estetica a una pura questione di pertinenza del cervello visivo. La fruizione di un’opera d’arte implica invece per il neuroscienziato una nozione multimodale della visione, cui partecipano anche sensi come il tatto e che coinvolge la sfera emozionale, il tutto guidato dalla fondamentale natura pragmatica della relazione intenzionale. Ci sarebbero quattro livelli di processamento neurale dell’esperienza estetica (Gallese e Di Dio, 2012):

  • Apprezzamento estetico: valutazione soggettiva basata sulle risposte emotive e sull’eventuale identificazione introspettiva di tali risposte. In questo primo livello gli oggetti assumono valenza estetica per il soggetto, perché caricati di significati emotivi in base alle esperienze pregresse. Il circuito che si attiva è quello della memoria, da uno studio di Di Dio et al. (2007) condotto attraverso fMRI, emerge come stimoli piacevoli fossero associati all’attivazione dell’amigdala di destra, struttura coinvolta nella rilevazione della salienza dello stimolo. Secondo gli autori questi risultati suggeriscono che gli aspetti più soggettivi dell’esperienza estetica sono mediati dalle esperienze emozionali pregresse del fruitore.
  • Attitudine estetica: stato mentale che rende possibile la valutazione del contenuto estetico dell’opera osservata. In questo secondo livello non sono più sufficienti solo le esperienze pregresse, ma è necessaria anche una particolare disponibilità mentale per cui gli elementi che innescano l’esperienza estetica diventino accessibili. Questo stato spiega la variabilità di risposte di fronte alla stessa opera sia da parte di persone diverse, sia della stessa persona in situazioni differenti.
  • Esperienza estetica: gli autori lo definiscono come un livello di processamento fondamentalmente percettivo. La scoperta dei neuroni canonici, neuroni specchio e neuroni posti alla codifica spaziale, permette di spiegare nel fruitore un’esperienza incarnata delle azioni, emozioni e sensazioni contenute nell’oggetto osservato. La simulazione incarnata consiste in un meccanismo funzionale attraverso cui le azioni, emozioni e sensazioni che vediamo attivano le nostre rappresentazioni interne degli stati corporei associati a questi stimoli sociali, come se vivessimo la stessa azione, emozione o sensazione. A livello cerebrale, diversi studi di neuroestetica (Di Dio et al., 2007; Kawabata e Zeki, 2004; Jacobson et al., 2004), riscontrano un’attivazione di alcune aree parietali e premotorie, ciò supporta l’ipotesi che l’esperienza estetica sia caratterizzata da una codifica visuospaziale accompagnata da un effetto motorio.
  • Giudizio estetico: esplicita valutazione dell’opera, determinata da canoni estetici di ordine culturale e sociale; si tratta quindi di un processo altamente cognitivo che coinvolge sistemi decisionali ed autovalutativi.

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