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Gli autistici come leggono le emozioni altrui?

Numerosi studi hanno dimostrato la presenza di deficit nell’ elaborazione dei volti e delle espressioni facciali in pazienti autistici

Di Redazione

Pubblicato il 13 Ott. 2015

Angela Ciaramidaro, OPEN SCHOOL STUDI COGNITIVI MODENA

 

Durante un’interazione sociale il viso è uno strumento essenziale per uno scambio reciproco tra due persone e la capacità di riconoscere le emozioni altrui risulta essere una delle abilità socio-cognitive più importanti per la sopravvivenza dell’individuo all’interno di un gruppo, poiché essa permette di adattare il proprio comportamento al contesto sociale. Secondo le neuroscienze sociali si tratta di un’abilità visiva altamente sviluppata che coinvolge numerosi sistemi neuronali e costituisce un ambito di ricerca di grande interesse per lo studio di diversi disturbi come ad esempio quelli dello spettro autistico (Adolphs, 2002).

L‘autismo è un disturbo dello sviluppo, caratterizzato da una compromissione grave delle capacità dell’interazione sociale e della comunicazione verbale e non verbale, cosi come dalla presenza di ristretti pattern d’interessi e attività (stereotipie). Nel paziente autistico vi è una mancanza d’attenzione implicita a stimoli socialmente rilevanti (come ad esempio volti e voci umane) (Klin et al., 2003). E la non capacità di stabilire un contatto affettivo con un’altra persona è indicato fin dalla prima descrizione di Kanner del 1943 come un sintomo caratteristico di questa sindrome.

E i bambini autistici sono in grado di comprendere le emozioni che esprimiamo attraverso il volto? Numerosi studi hanno dimostrato deficit nell’elaborazione dei volti e delle espressioni facciali. I dati in letteratura indicano infatti che i pazienti autistici prediligono oggetti ai volti e che durante un‘elaborazione emotiva dei volti, il paziente si focalizza sulla parte inferiore del viso (piuttosto che concentrarsi sulla parte centrale del viso insieme agli occhi), atteggiamento che rende più difficile la comprensione delle emozioni (Klin et al., 2002)

Il recente sviluppo delle tecniche di neuroimaging consente d’indagare in modo non invasivo i meccanismi neurobiologici alla base di questi deficit. Studi di neuroimaging in pazienti con autismo dimostrano un mal funzionamento nel giro fusiforme, un’area del cervello specializzata nel riconoscimento dei volti umani e durante l’attribuzione di emozioni facciali (Critchley et al., 2000; Perlman et al. 2011).

Alcuni di questi studi registrano inoltre un’attivazione atipica nell’amigdala, un’area cerebrale deputata per l’elaborazione emotiva (Ashwin et al., 2007; Pelphrey et al., 2007). Rimane tuttora poco chiaro stabilire se il mal funzionamento di queste aree è dovuto a una compromissione generale dei meccanismi neurocognitivi deputati all’elaborazione affettiva oppure ad una tendenza di questi pazienti a non dedicarsi e guardare i volti.

Infatti in uno studio, Dalton e collaboratori (2005) hanno scoperto che l’attivazione del giro fusiforme e dell’amigdala correla positivamente con il tempo che un paziente autistico occupa a fissare lo sguardo nello stimolo target. Tuttavia, in un altro lavoro nel quale i partecipanti venivano sottoposti a scansione di neuroimaging durante la visione di oggetti e in alternanza di volti, i pazienti mostravano un’attivazione del giro temporale inferiore indistintamente durante l’elaborazione di volti e oggetti. Questa area cerebrale invece veniva attivata dal gruppo di controllo esclusivamente durante l’elaborazione di oggetti. Per l’elaborazione dei volti il gruppo di controllo dimostrava un’attivazione specifica nel giro fusiforme (Schultz et al., 2000). Questo lavoro sembra suggerire che pazienti con autismo (per lo meno a livello neuronale) sembrano elaborare i volti come oggetti inanimati.

Ma è possibile migliorare la capacità di elaborazione emotiva facciale con un trattamento specifico in questi pazienti? Sono stati sviluppati diversi programmi per migliorare la comprensione emotiva in pazienti con sindrome autistica. Essendo per questi pazienti l’uso del computer uno strumento di apprendimento preferenziale, una prospettiva innovativa per il training delle emozioni potrebbe derivare dall’utilizzo di interventi al computer e realtà virtuale (Golan et al. 2010).

Muovendosi in questa prospettiva, il gruppo di neuropsichiatria infantile dell’Università di Francoforte ha sviluppato un training al computer per l’attribuzione di emozioni in pazienti autistici: il Frankfurt test and training of facial affect recognition (abbreviato FEFA). Il FEFA è un programma informatico di facile uso e installazione. E’ composto da due moduli: il modulo “Test” per valutare la gravità del deficit e il modulo “Training” sviluppato per la riabilitazione emotiva. L’applicazione del FEFA è transculturale e realizzata sulle sei emozioni di base (felicità, tristezza, rabbia, sorpresa, disgusto, paura). Il modulo di training è composto da 500 item con tre livelli diversi. Al livello 1 viene mostrato un volto e il paziente deve dire quale emozione viene espressa selezionando il nome di una delle sei emozioni suggerite. La risposta corretta è associata ad uno stimolo visivo e acustico. Se la risposta non è corretta, sullo schermo compare la soluzione corretta accompagnata da una breve descrizione dell’ emozione in questione (livello 2). Segue cosi il livello 3 nel quale viene illustrata una storia figurata e nuovamente il paziente deve scegliere l’emozione appropriata. La validazione ha dimostrato che si tratta di uno strumento innovativo ed efficace nelle attività cliniche con pazienti affetti da autismo (Bölte et al., 2002).

Recentemente, un gruppo di ricercatori si sono chiesti se sia anche possibile rilevare eventuali variazioni e cambiamenti neuronali nei pazienti che ne hanno beneficiato. Nello specifico, in questo studio i ricercatori (tra cui anche gli ideatori del FEFA) hanno indagato se i soggetti affetti da autismo possano beneficiare anche a livello cerebrale della somministrazione del FEFA confrontando le attivazioni neuronali di pazienti autistici prima e dopo la somministrazione del training, attraverso l’uso della risonanza magnetica funzionale (fMRI).

Sono stati sottoposti a scansione tre gruppi: i) pazienti con autismo che hanno ricevuto anche il trattamento di riabilitazione emotiva FEFA; ii) pazienti con autismo che hanno ricevuto un trattamento standard ma senza FEFA; iii) un gruppo di controllo con soggetti sani. In una prima fase tutti i gruppi sono stati sottoposti a scansione fMRI con un compito sul riconoscimento emotivo facciale, ma utilizzando degli item diversi da quelli inseriti nel FEFA. Nella seconda fase, il primo gruppo di pazienti ha avuto il trattamento FEFA per una durata di 6 settimane con 8 unità diverse di training. Nell’ultima fase (successiva al training), entrambi i gruppi di pazienti sono stati sottoposti nuovamente a scansione fMRI. I risultati hanno dimostrato un netto miglioramento nel riconoscimento di emozioni unicamente nel primo gruppo, miglioramento anche evidenziato a livello neuronale nelle aree cerebrali deputate all’ elaborazione emotiva, ovvero nell’ amigdala e nel giro fusiforme (Bölte et al., 2015).

In sintesi, la letteratura e l’attività clinica evidenziano un grave deficit nel riconoscere emozioni altrui in pazienti con autismo, sia a livello comportamentale che a livello neuronale. Ma l’ideazione e l’impiego di trattamenti specifici sul riconoscimento delle emozioni in questi pazienti sembrano dare dei miglioramenti riabilitando anche i circuiti neuronali sottostanti e permettendogli in questo modo di uscire dall’isolamento tipico da cui sono afflitti.

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BIBLIOGRAFIA:

  • Adolphs R. (2002). Neural systems for recognizing emotion. Current Opinion of Neurobiology, 12, 169-77.
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  • Bölte S., Feineis-Matthews S., Leber S., Dierks T., Hubl D., Poustka F. (2002). The development and evaluation of a computer-based program to test and to teach the recognition of facial affect. International Journal of Circumpolar Health, 61, 61–8.
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