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Pregi e limiti della psicoterapia cognitiva

ID Articolo: 112141 - Pubblicato il: 08 luglio 2015
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Sandra Sassaroli Giovanni M. Ruggiero

 

Pregi e limiti della psicoterapia cognitiva

Da qualche tempo si stanno moltiplicando articoli sui limiti della terapia cognitivo-comportamentale. L’ultimo è stato pubblicato sul Guardian: LINK

Le obiezioni sono benvenute, naturalmente. L’entusiasmo per la terapia cognitivo-comportamentale, la prima forma di terapia la cui efficacia sia stata scientificamente testata, non implica che essa sia una cura onnipotente. Come ogni attività umana, essa ha i suoi limiti. Una maggiore consapevolezza delle sue debolezze, e dei suoi punti di forza, aiuterà i pazienti a scegliere bene quando essa può essere utile.

Qui ci preme sottolineare un possibile rischio. Forse a volte la scoperta dei limiti della terapia cognitiva è stata accompagnata dal suggerimento che essa non sia più efficace di altre terapie e che sia quasi stata una moda passeggera. Non è così.

Rimane provata e sicura la maggiore efficacia di questa terapia rispetto a ogni altro trattamento -compresi i farmaci- per alcuni disturbi psicologici,ovvero la depressione e l’ansia (Beck, Rush, Shaw ed Emery, 1979), il disturbo di panico (Clark, 1986), la fobia sociale (Clark e Wells, 1995), il disturbo post-traumatico da stress (Elhers e Clark, 2000), i disturbi alimentari (Fairburn, Shafran e Cooper, 1999) e il disturbo ossessivo-compulsivo (Salkovskis, 1985).

Gli eventuali limiti della terapia cognitiva sono i limiti della scienza: esserne consapevoli non significa ridurre la conoscenza scientifica al livello di una forma relativa di sapere più o meno preferibile rispetto ad altre.

Entrando nel merito, i limiti della terapia cognitivo-comportamentale sembrano riguardare soprattutto la depressione. Vero. C’è da dire che però la depressione fu solo inizialmente il disturbo bersaglio della terapia cognitiva.

In seguito, a partire dagli anni ’80, il vero campo d’azione della terapia cognitiva sono diventati i disturbi d’ansia e alimentari.

Inoltre la terapia cognitiva si è evoluta nelle cosiddette terapie di “terza ondata” ed è diventata applicabile anche ad altri disturbi per i quali non era considerata adatta, come i disturbi di personalità.

Insomma, attenzione. L’articolo del Guardian è ben scritto e ci dice alcune informazioni importanti, ma la conquista centrale della terapia cognitivo-comportamentale, cioè che essa funziona su basi scientifiche, rimane valida.

Il mondo non era migliore quando la psicoterapia era solo un’arte e non una scienza.

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Beck, A.T., Rush, A.J., Shaw, B.F., Emery, G. (1979), Terapia cognitiva della depressione. Tr. it. Bollati Boringhieri, Torino 1987.
  • Clark, D. M. (1986). “A cognitive approach to panic disorder”. In Behaviour Research and Therapy, 24, pp. 461–70,
  • Clark, D. M., Wells, A. (1995), “A cognitive model of social phobia”. In Heimberg, R.G., Liebowitz, M., Hope, D., Scheier, F. (a cura di), Social Phobia: diagnosis, assessment, and treatment. Guilford, New York, pp. 69–93.
  • Ehlers, A., Clark, D. M. (2000). “A cognitive model of posttraumatic stress disorder”. In Behaviour Research and Therapy, 38, pp. 319-345.
  • Fairburn, C.G., Shafran, R., Cooper, Z. (1999). “A cognitive behavioural theory of eating disorders”. In Behaviour Research and Therapy, 37, pp. 1-13.
  • Salkovskis, P. M. (1985), “Obsessional-compulsive problems: a cognitive behavioural analysis”. In Behaviour Research and Therapy, 23, pp. 571-583.
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