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In Treatment Americano: una visione d’Insieme

In Treatment: Dopo aver pubblicato una visione d’insieme sulla versione italiana, torno alla versione americana con un articolo conclusivo.

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 17 Giu. 2013

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In Treatment americano - una visione d'insiemeDopo aver pubblicato una visione d’insieme sulla versione italiana di “In Treatment”, torno alla versione americana con un articolo conclusivo. È arrivato il momento di dire una parola conclusiva anche sulla versione americana e sull’intera serie in generale.

L’idea di costruire un telefilm sulla psicoterapia era una scommessa rischiosa. La psicoterapia reale non è particolarmente drammatica. Esiste il modello di Safran e Muran (1996, 2000a, 2000b) importato in Italia da Colli e Lingiardi (2009) che parla di “rotture e riparazioni”. Per fortuna nella terapia le rotture e le riparazioni sono separate da significativi intervalli di tempo. In una terapia studiata da Colli e Lingiardi si segnala una rottura alla seduta 5 e un’altra alla seduta 18. Tra queste due rotture tredici sedute di pura noia, almeno dal punto di vista drammatico.

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Non così in “In Treatment”, in cui c’è una rottura quasi a ogni seduta, ovvero a ogni seduta. Un ottovolante terapeutico, alla fine del quale Paul Weston è comprensibilmente esausto. Ma queste sono le ragioni della drammaturgia. Esistono anche le ragioni del realismo, alla quale “In Treatment” obbedisce, per quanto è possibile.

 

Come ho già scritto recensendo varie puntate, “In Treatment” gioca molto sulla contrapposizione tra un modo di fare terapia distaccato e, per così dire, antico e un modo più moderno, emotivo e relazionale. Il modo antico dà importanza alla consapevolezza auto-controllata e razionale degli atti mentali del pensiero cosciente, quello moderno e relazionale all’emotività e affettività delle situazioni interpersonali. Tutto questo non è solo teoria, ma si riflette nei personaggi.

 

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Gina, la supervisora di Paul, appare distaccata e razionale mentre Paul è sempre invischiato nelle relazioni, nel bene e nel male. La differenza di metodo diventa nella serie televisiva scontro personale; per questo Gina rimprovera a Paul di avere scelto un modo di fare psicoterapia pericoloso, di eccessivo coinvolgimento con i pazienti e di rottura delle distanze e dei confini. Paul a sua volta rimprovera a Gina freddezza, carenza di umanità e di contatto.

 

La serie continuerà a suonare questo motivo per tre stagioni in tutto.

 

 Il messaggio finale è abbastanza inquietante. Alla fine Paul sembrerà sempre più invischiato nella sofferenza dei suoi pazienti e incapace di costruire una vita vera al di fuori della terapia. Non aggiungo altro sulla trama per non rovinare il godimento drammatico a chi ha intenzione di seguire l’intera serie.

 

 

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Giovanni Maria Ruggiero
Giovanni Maria Ruggiero

Direttore responsabile di State of Mind, Professore di Psicologia Culturale e Psicoterapia presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna, Direttore Ricerca Gruppo Studi Cognitivi

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