I CYBORG SOGNANO? VISIONI DEL POST-UMANO NE IL CACCIATORE DEI SOGNI DI SHINYA TSUKAMOTO

Pubblichiamo in esclusiva il booktrailer di Perdere la Testa, nuovo saggio di critica psicoanalitica di Giuseppe Civitarese, edito da Clinamen.

ID Articolo: 7955 - Pubblicato il: 11 aprile 2012
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State of Mind e Editrice Clinamen presentano: 

Giuseppe Civitarese

 

Perdere la Testa

Abiezione, conflitto estetico 

e critica psicoanalitica

 Giuseppe Civitarese - Perdere la Testa - Immagine: © Editrice Clinamen

Booktrailer: Capitolo 4 

I CYBORG SOGNANO? VISIONI DEL POST-UMANO NE IL CACCIATORE DEI SOGNI DI SHINYA TSUKAMOTO 

 

Nightmare Detective - Immagine: Theatrical Poster Cover1. Il cacciatore dei sogni

 

“Il mio interesse per gli incubi riguarda il tempo della mia infanzia. La cosa più orribile per me era addormentarmi, perché subito precipitavo in sogni che mi facevano paura”: nel girare Nightmare Detective (Akumu Tantei,2006), come spiega egli stesso in un’intervista2, Shinya Tsukamoto si è ispirato agli spettri che lo tormentavano da bambino. Non stupisce che sia diventato uno dei registi più capaci di raffigurare il mondo onirico e che abbia eletto a suoi maestri David Cronenberg e David Lynch. Anche se non conosciutissimo dal grande pubblico, Tsukamoto è uno degli autori di maggior talento del cinema giapponese contemporaneo, consacrato da numerosi premi tra cui, per Snake of June (2002), quello speciale della giuria al festival di Venezia.

Il tema chiave del mondo poetico del regista è l’alienazione umana che si produce quando la costruzione del soggetto è stata segnata da traumi. Per scavare in questa infelicità, che vediamo tutti i giorni nella stanza d’analisi, Tsukamoto ha scelto il linguaggio dell’immaginario cyberpunk. Il filone, inaugurato da Blade Runner (1982), preconizza un’era dominata dai computer e un’umanità asservita alle macchine. È la nuova società dei cyborg in cui, come la (fanta)scienza promette, le menti saranno trasferibili come file. Nuove tecnologie parassitano il corpo o lo plasmano a propria immagine. Dispositivi sempre più invasivi o, al contrario, inglobanti, sottraggono umanità all’individuo e alla società. Si spostano i confini tra umano e non-umano.

In questo modo, sviluppando la metafora centrale dell’uomo-macchina per trattare della deumanizzazione, Nightmare Detective è anche una meditazione sul moderno disagio di civiltà. Illuminando con una luce cruda la cultura del cosiddetto post/trans-umano, Tsukamoto ci mostra come si sta ridefinendo la soggettività. In sostanza, egli ci ripropone il medesimo mondo poetico dei primi film, insieme geniali e sconcertanti. Ma lo fa con uno stile assai meno espressionistico e riesce – è la sorpresa che ci riserva – afarci vedere che la tecnosfera è già entrata insidiosamente nella nostra vita quotidiana. Basterebbe pensare alle tecnologie della realtà virtuale, all’ingegneria riproduttiva e genetica, alla chirurgia plastica, all’intelligenza artificiale, ai nuovi media ecc.

Giuseppe Civitarese - Perdere la Testa - Immagine: Immagine di Copertina © Editrice Clinamen

LEGGI LA RECENSIONE: Critica Psicoanalitica: Recensione di Perdere la Testa di Giuseppe Civitarese - A cura di GIovanni M. Ruggiero

Il film può interessare gli analisti perché tratta dell’angoscia e del suicidio e perché , a mio avviso, raggiunge risultati insuperati nella raffigurazione dell’incubo. Le scene in cui alcuni personaggi s’incontrano nella realtà del sogno sono straordinariamente suggestive. Che io sappia, non ci sono immagini più evocative del concetto di spazio comune del sogno, che è centrale in alcuni modelli della psicoanalisi contemporanea. In queste note mi propongo di mostrare come l’autore intrecci efficacemente i temi dell’infelicità individuale e collettiva con l’esplorazione della dimensione onirica: cosa significa sognare o fare sogni interrotti, come si può riprendere a sognare, che tipo di causalità circolare si può venire a creare tra l’utilizzo della tecnologia come difesa e la tecnologia come fattore in sé di alienazione sociale. Ma conviene prima riassumere la trama del film, che spesso è volutamente ambiguo, proprio perché tratta dell’ambiguità del sogno.

 

 

 

2. Zero

 

Sdraiata a letto, insonne, la detective Keiko Kirishima (la pop star Hitomi alla prima prova come attrice), da poco in forza al nucleo operativo della squadra omicidi di un distretto di Tokyo, sfoglia nervosamente il libro sui sogni di Medard Boss. Poi, lo lascia cadere. In un flash le riappaiono le drammatiche immagini della scena del delitto su cui sta indagando: una ragazza punk è stata trovata morta nella sua stanza in circostanze misteriose con il corpo dilaniato da numerose ferite da taglio. È il primo caso che le è stato assegnato e non si presenta certo come uno dei più semplici. La porta della stanza era chiusa dall’interno. Tutto lascia pensare a un suicidio. Keiko però non ne è del tutto convinta, anche perché ha scoperto che prima di morire la ragazza aveva composto al cellulare un numero di telefono, registrato nella rubrica con “0” (zero), e le è sembrato un indizio prezioso per provare a risalire all’assassino.

Lasciatasi alle spalle una brillante carriera accademica come criminologa, Keiko ha sentito il bisogno di confrontarsi con l’orrore sul campo, ma per ben due volte non regge la vista del sangue. Si capisce che al commissariato sia accolta con ironia mista a sufficienza dall’ispettore anziano, Sekya (Ren Osugi), incredulo di fronte a questa collega che anche sul lavoro calza i tacchi alti. Tuttavia la sua debolezza, sintomo di un fondo di malessere, allo stesso titolo dell’espressione assorta e come assente del viso, si rivelerà la sua forza.

Intanto, in circostanze altrettanto insolite un uomo si uccide nel sonno a fianco della moglie che assiste inorridita. Prima di togliersi la vita in modo così crudele, si scopre, anche l’uomo ha fatto la misteriosa chiamata. Tradizionalista, pragmatico, anche piuttosto cinico, Sekya vorrebbe archiviare i due crimini come casi di suicidio. Invece Keiko e Wagamya (Masanobu Ando), un collega più giovane di Sekya, sono incaricati di seguire altre vie, extra- o paranormali. Poiché entrambe le vittime sembrano essere state assassinate mentre facevano un incubo, i due decidono di affidarsi a un esperto: Kyoichi Kagenuma (Ryuhei Matsuda), il detective dei sogni.

Il regista lo ha già presentato nella prima scena del film quando come dal nulla si materializza nel sogno di un altro personaggio. Si tratta d’un uomo d’affari (Yoshio Harada) in coma in un letto d’ospedale. Nei suoi incubi è perseguitato da una figlia mai nata perché, senza dirglielo, la moglie aveva abortito. Kagenuma glielo rivela nel tentativo di liberarlo del suo dolore e di ridargli la voglia di risvegliarsi dal suo stato. È quanto gli hanno chiesto di fare i parenti dell’uomo. Riuniti al suo capezzale, vorrebbero prolungargli la vita per dargli modo di firmare il testamento o almeno per capire a chi debba andare la cospicua fortuna che lascia.

Kagenuma è un giovane sensitivo affetto da tendenze suicidarie – se fosse un terapeuta professionista, diremmo che è decisamente burn out -, ha la capacità di entrare nei sogni delle persone e di percepire i pensieri di quelli che gli stanno attorno. È perché è così depresso e disgustato dalla vita che, quando Keiko e Wagamya lo vanno a trovare, Kagenuma li respinge violentemente.

Deluso dalla sua reazione, per stanare lo strano assassino, ipoteticamente identificato con il destinatario delle telefonate e per questo ormai noto come Zero, ed esponendosi in prima persona alle sue perverse suggestioni, Wakamya si decide a comporre il numero fatale. Sconvolta perché teme per la vita del collega, Keiko torna a implorare Kagenuma di entrare nel suo sogno e di salvarlo. Egli accetta, ma l’avverte:

 

KAGENUMA Voglio… voglio solo che sia chiara una cosa. Entrare… nei sogni della gente non è il mio lavoro. L’ho fatto solo per salvare delle persone che conosco dai loro incubi. Posso… entrare nei sogni. Tutto qui, ma non posso garantire niente. Finiscono sempre tutti così male! Ho affrontato cose orribili, disgustose. E io…io, non voglio farlo mai più. Se mi hai chiesto aiuto, avrai i tuoi buoni motivi, ma giocare col fuoco è pericoloso. Lo è per me, ma soprattutto per colui che sogna. Potrebbe svegliarsi con dei seri problemi. Perciò… questa sarà l’ultima volta. Me lo devi promettere.

KEIKO Va bene.

KAGENUMA Anche se… entrerò nella sua mente, non è detto che possa aiutarlo. Se c’è pericolo… io me ne torno indietro. Non faccio niente. È chiaro? Hai capito?

KEIKO Sì. D’accordo. Voglio solo che tu gli stia accanto. Non ti chiedo altro.

 

Wakamya, però, non ce la fa e muore egli stesso “suicida” perché non riesce a resistere alla pulsione di morte che Zero gli risveglia nell’animo. È qui che il regista ci fa vedere per la prima volta Zero. Rintracciato dalle sue vittime su internet, e poi contattato al cellulare, Zero le seduce a un suicidio a due (in internet esistono davvero comunità del genere): vi parteciperà egli stesso, spiega ogni volta, in una specie di rituale condiviso, anche se a distanza. Poi s’insinua nei loro sogni e le uccide. Nell’istante in cui la vittima si colpisce, lo si vede mentre anch’egli si infligge delle profonde ferite con un coltello. Però, poiché è una specie di zombie (un non-morto), rinasce sempre nella mente del prossimo suicida.

Morto Wakamya, Keiko si decide lei stessa a digitare il medesimo contatto in rubrica. Pensa in questo modo di forzare Kagenuma, sempre più riluttante, a superare le proprie paure per farsi aiutare di nuovo nella lotta contro Zero. Come accada, si vede nella scena più drammatica del film. Penetrati ormai entrambi nell’incubo della giovane donna, nel finale si svolge un’impressionante sfida tra Kagenuma, il detective dei sogni, e Zero, il demone che si trova nella mente dei suicidi, e che in queste scene si sdoppia in un mostro sanguinolento e senza pelle, del tutto simile a certi “scorticati” anatomici.

 

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