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Gran Torino: la Conversione di Clint Eastwood

Con la regia di Eastwood sono nati straordinari capolavori, culminati nell’opera considerata dai critici il suo prodigio: Gran Torino.

Di Gianluca Frazzoni

Pubblicato il 07 Feb. 2012

Aggiornato il 20 Giu. 2016 14:17

Gran Torino (2008) – Pochi artisti hanno lasciato con la propria opera un segno altrettanto indelebile: il regista Clint Eastwood è la testimonianza vivente di quanto un essere umano possa modificare nel corso della propria esistenza le convinzioni più radicate, gli atteggiamenti apparentemente più inestinguibili.

 

Gran Torino - Immagine: Theatrical release poster for Gran Torino, Copyright © 2008 by Warner Bros. Pictures. All Rights Reserved.

Eastwood è stato attore di western, polizieschi, pellicole con un buono e un cattivo, una verità e una menzogna. E’ stato l’espressione dell’identità americana più tradizionale, il ritratto del modo di pensare più comune fra quelli che il Nuovo Continente ha trasmesso al resto del mondo: la fiducia nell’affidabilità di un sistema che protegge la patria e guarda con diffidenza lo straniero, la sicurezza riposta nelle mani di uno sceriffo che incarna la stabilità della legge.

Ebbene, come ribaltando un tavolo da gioco per vedere l’effetto che fa negli astanti, questo grande narratore della nostra epoca si è messo dietro la macchina da presa e ha scavato dentro sé stesso. Ha radunato le esperienze della propria vita, le osservazioni che gli derivavano dalla saggezza e dall’accesso ad un’età più anziana; ha intravisto la possibilità di un’alternativa cognitiva, emotiva, esistenziale e sono così nati straordinari capolavori, culminati nell’opera che gran parte dei critici ha considerato il suo prodigio: Gran Torino.

 

Gran Torino: il film

Con questo film Eastwood si addentra in un territorio che tempo addietro sarebbe stato folle accostare al suo nome: il contatto con la multietnicità / razzialità, con esseri umani che al vecchio ispettore Callaghan sarebbero sembrati “musi gialli”, e la scoperta della propria imperfezione, della propria timidezza di fronte a loro, la scoperta tentennante di un desiderio di conoscenza e conciliazione. Il vecchio Clint, il vecchio duro della frontiera, d’improvviso preda di una tentazione, di un dubbio: saranno tutti cattivi quelli là, saranno davvero meritevoli del mio sguardo di pietra? Non è difficile scorgere l’attualità di questa lezione e credere che sarà ancora più preziosa negli anni a venire; il regista Eastwood ci conduce a minare le fondamenta delle nostre certezze e lo fa nella sua patria, anche contro la sua patria allorché questa si dimostri restia ad abbandonare pregiudizi delegittimati dal tempo.

Attraverso un’altra operazione di destrutturazione e ricomposizione, lontana dalle pistole fumanti dell’attore Eastwood che cantano l’inno a stelle e strisce, il vecchio Clint ci propone “J. Edgar” e con esso un’altra disincantata lezione sul mondo cui siamo chiamati a dare significato. In questo caso, ad essere preso di mira è il potere e anche in questo caso siamo in America, distanti dalla tentazione di proiettare sul nemico, sul diverso da noi, le nostre debolezze, le contraddizioni che segnano il nostro esistere, le ingiustizie di cui siamo spettatori. “J. Edgar” è la biografia dello storico capo dell’Fbi: come a dire, Eastwood mira al cuore dell’autorità americana. Il film ci svela gradualmente un personaggio che vive il potere con risolutezza e talvolta malcelata sofferenza, oscillando tra la responsabilità di dirigere un apparato dal quale dipende la stabilità del Paese in una fase storica assai delicata, e le fragilità che emergono quando lo sguardo introspettivo diventa più intimo. J. Edgar possiede una cultura di integrità che poco alla volta si modula attorno a fattori più complessi: l’ambizione di reggere il potere senza incertezze, il peso di un ruolo che egli vuole proteggere ma anche estendere, l’importanza politica delle scelte assunte in materia di sicurezza nazionale. Sullo sfondo, un itinerario personale segnato dalla convivenza con aspetti di sé che non sono accettabili né semplici da condividere; J. Edgar si interroga sulla propria capacità di entrare in relazione, sulla propria identità sessuale e lo fa con la fatica di una piega del viso, chiuso nei vincoli di un potere senza il quale non può pensarsi. Egli affronta i limiti di un’organizzazione che piega i principi morali a logiche di prevaricazione, ed è parte attiva di questi meccanismi.

Il film non lascia una risposta allo spettatore, non lo conduce ad un’idea nitida su come definire J.Edgar, descrivendone invece con maestria la complessità esistenziale. Ciò che sorprende, ancora una volta, osservando l’opera di Eastwood è la sua capacità di elevare l’animo umano al di sopra delle bandiere di parte; come per “Gran Torino” e per molte altre storie da lui raccontate, possiamo dire che il nuovo West è la scoperta di dimensioni umane che si nutrano di un significato pieno, il nuovo sogno americano è il superamento della corruzione morale di alcuni e del conflitto sofferente di molti, di chi è escluso dai giochi del potere e del gloria oppure ne sembra partecipe ma ascolta dentro di sé le vibrazioni dolenti che giungono da quelle stanze. Il nemico non è più il fuorilegge ma a volte fa la legge, le armi non sparano e si limitano a colpire chi le usa, nella forma di riflessioni che non si intimidiscono di fronte a luoghi inesplorati. La ridefinizione dei confini, delle attribuzioni e delle relazioni tra i soggetti narrativi appare in ogni film di Eastwood sempre più sofisticata, con un denominatore comune: squarciare il velo conservatore della tradizione, degli stereotipi, delle rassicurazioni da difendere. Lunga vita al grande Clint!

 

Gran Torino (2008) di Clint Eastwood – TRAILER:

 

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