Ma la musica può

ID Articolo: 2048 - Pubblicato il: 12 ottobre 2011
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Musica per il nostro cervello – Parte 3

Musicoterapia_© puckillustrations - Fotolia.comCi eravamo lasciati sottolineando i benefici che la musica porta al nostro cervello e come essa agisca su di esso; vedremo oggi più nel dettaglio questi meccanismi cercando anche di capire come la musica possa essere usata in terapia e perché.

Va premesso che il ruolo della musica in terapia ha subito una svolta radicale negli ultimi 15 anni, soprattutto grazie agli sviluppi degli studi di brain imaging che ci hanno permesso per la prima volta di osservare un cervello umano mentre il soggetto è impegnato a svolgere dei compiti cognitivi o motori complessi, incluse le arti. Mentre fino a pochi decenni fa si pensava che la musica fosse un “lusso”, un qualcosa di “soft” da offrire al paziente ma che non avrebbe comportato dei benefici diretti al cervello, gli studi così concepiti, invece, hanno oggi completamente cambiato questa prospettiva. I modelli evidence-based attuali, infatti, considerano la musicoterapia non più come scienza debole – o non scienza – quanto piuttosto la pongono sullo stesso piano delle scienze forti, tanto da raccomandarla nei protocolli standard riabilitativi (Schlaug, 2008).

I motivi di questo cambiamento sono essenzialmente due: prima di tutto, le aree del cervello attivate dalla musica non sono dominio esclusivo della musica, anzi si tratta dell’attivazione di connessioni deputate a molte altre funzioni, come i processi del linguaggio (ad esempio l’area di Broca), la percezione uditiva, l’attenzione, la memoria e il controllo esecutivo. Il secondo importante motivo consiste nel fatto che la musica effettivamente cambia il cervello. Le aree uditive e motorie, infatti, sarebbero più grandi già dopo qualche settimana dall’inizio della pratica musicale, con l’aggiunta di maggiori connessioni e quindi plasticità.L’esposizione e l’esperienza della pratica musicale creerebbero, quindi, nuove e più efficienti connessioni tra i neuroni, attraverso un processo che possiamo definire di “re-scrittura”. Nel campo della riabilitazione queste scoperte si traducono nell’abbandono delle tecniche di stimolazione passiva e nel promuovere, al contrario, l’apprendimento attivo, l’esposizione e l’esperienza produttiva: la musica diventa quindi il mezzo attraverso cui il cervello ricrea nuove “forme”, attraverso, appunto, l’esercizio e l’apprendimento. È così che il cervello riesce a recuperare al meglio le abilità perse a seguito di traumi, patologie o deficit cognitivi. In questo senso la musica, da debole ausilio alla terapia, può invece oggi essere considerata un potente fattore di rieducazione cognitiva, motoria e del linguaggio, impiegata, oltre che nei disturbi neurologici, in tutti quei casi di afasia, disturbi dell’apprendimento e del linguaggio nei bambini.

Detto questo, non possiamo non dire che la musica rimane uno dei canali di comunicazione e sintonizzazione affettiva e relazionale universalmente più potenti alternativi alla parola. Dal punto di vista terapeutico questo significa che la musica diventa stimolazione multisensoriale, relazionale, emozionale e cognitiva volta a favorire l’integrazione spaziale, temporale e sociale dell’individuo, attraverso strategie di armonizzazione.

Certamente molte ricerche vanno ancora svolte in questa direzione, per capire, ad esempio, come lavorare con i bambini, nei casi di autismo o in altre patologie cerebrali. Questioni irrisolte riguardano anche le caratteristiche che rendono un pezzo musicale terapeutico per il nostro cervello e se specifici brani sono più indicati nella riabilitazione e nello sviluppo di determinati processi cognitivi rispetto ad altri.

BIBLIOGRAFIA:

  • Thaut M.H. & McIntosh G.C., (2010). How Music Helps to Heal the Injured Brain: Therapeutic Use Crescendos Thanks to Advances in Brain Science, Cerebrum.
  • Jausovec N., Jausovec K., Gerlic I., (2006). The influence of Mozart’s music on brain activity in the process of learning, Clinical Neurophysiology, 117, 2703–2714.
  • Schlaug G., (2008). Music, musicians, and brain plasticity. In Hallam S., Cross I., and Thaut M.H., (Eds.), The Oxford Handbook of Music Psychology (197–208). Oxford: Oxford University Press.


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