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Psicoterapia nucleare e psicoterapia esistenziale

ID Articolo: 1001 - Pubblicato il: 21 agosto 2011
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psicoterapia-nucleare

 

Una delle cose che mi ha sempre stupito della psicoterapia cognitiva è la sua storica tendenza a vivere lungo dicotomie polarizzate e per molti versi inconciliabili, così come la tendenza a non vedere un punto di unione più alto.  Gli esempi più chiari emergono considerando le critiche poste all’approccio cognitivo. Da un lato le psicoterapie dinamiche e umanistiche sottolineano quanto i terapeuti cognitivi possano essere figli del DSM, dei mezzi comportamentali, attenti solo al sintomo e poco inclini a considerare la persona nella sua globalità. Dall’altro lato, i puri comportamentisti ci indicano come una sottospecie spuria, da tempo fin troppo emarginata dalla scienza e caduta nella tentazione dell’attaccamento, dello sviluppo storico della sofferenza emotiva, cose forse anche interessanti per filosofeggiare ma superflue entro un percorso di cura.

Com’è possibile conciliare queste due anime critiche opposte? Probabilmente è possibile poiché, a un esame di realtà, i terapeuti cognitivi condividono questa natura ambivalente e condividono entrambi i rischi. A volte la negano, a volte propendono chiaramente per un rischio piuttosto che un altro portando così alla nascita di micro fazioni ibride che vanno dal cognitivo-comportamentale, cognitivo-costruttivista, cognitivo-postrazionalista, cognitivo-evoluzionista, e così via. Così si moltiplicano i nomi degli approcci, un po’ come quando ogni gruppo musicale ci tiene a essere fondatore del suo genere innovativo rischiando di rimanerne per sempre l’unico e solo rappresentante.

Ma torniamo alle diatribe tra i rischi cognitivisti. Due sono i rischi concreti, due gli estremi tendenzialmente da evitare, la deriva focalizzata sul sintomo e la deriva esistenzialista. Il saggio, colui che usa una mente saggia e metacognitiva, direbbe che non esiste una tendenza giusta e una sbagliata ma che esiste una tendenza migliore in relazione al contesto. Così potremmo dire, rinunciando semmai al nostro bisogno narcisistico, elitario o di riconoscimento, che esiste una buona terapia cognitiva nucleare centrata sul sintomo e una buona terapia cognitiva esistenziale. Scritta in questo modo sembra un’affermazione perfino banale, ciò nonostante risulta quasi completamente assente dai manuali di terapia cognitiva.  Potremmo forse osare ancora di più e dire che esistono terapie che devono essere centrate sul sintomo, terapie che devono essere esistenziali sin dal loro principio e terapia che possono avviarsi sul sintomo e divenire esistenziali in una seconda fase. Possiamo infine dire che la psicoterapia cognitiva nucleare è più semplice da rendere in protocolli e forse funziona meglio qualora ne segua rigorosamente le procedure, mentre la psicoterapia esistenziale deve essere giocoforza a maglie più lasse, chiamare in causa l’aspetto evolutivo, più difficile e lenta da modificare, non è una terapia d’urgenza ma questo non vuol dire che debba esimersi dal vaglio della ricerca empirica.

Una prospettiva in cui queste due componenti siano considerate paritarie e metacognitivamente valutate nella definizione di un piano terapeutico non è in fondo una nuova terapia, essa è la terapia cognitiva così come si sta naturalmente evolvendo nel corso della storia. Nemmeno parlerei di terapia integrata, perché in fondo non v’è nulla da integrare, se non cadiamo nei rischi degli estremi i due percorsi risultano il naturale esito di un buon processo terapeutico cognitivo. Però, soprattutto i saggi, i maestri di terapia cognitiva, questo lo devono dichiarare. Loro per primi hanno la responsabilità di non presentare la terapia cognitiva come un rischio tecnico e sintomocentrico o come un rischio filosofico e quasi aclinico.

Questa prospettiva peraltro non è particolarmente nuova e, anche se non in questi termini, si aggancia alla dicotomia tra accettazione e cambiamento. La psicoterapia nucleare sta all’accettazione come la psicoterapia esistenziale sta al cambiamento? Steven Hayes e collaboratori (2003) sembrano proprio andare in questa direzione nel manuale di riferimento del loro approccio terapeutico: l’acceptance and commitment therapy (ACT). Da quando lessi questo manuale mi convinsi che tutta la componente centrata su mindfulness e accettazione non fosse poi così innovativa, nonostante sembrasse quella su cui pubblicamente i ricercatori si confrontavano, complice l’impatto comunicativo e scientifico che il concetto di mindfulness si è ritagliato in anni recenti. Per il sottoscritto, la vera rivoluzione dell’approccio ACT stava nel commitment , in quella parte del lavoro terapeutico finalizzato all’impegno nel riconoscere, scegliere e perseguire i propri valori personali. L’impegno al cambiamento mira a disegnare la propria direzionalità di vita nel tempo, una linea guida comportamentale liberamente scelta (e non imposta da aspettative altrui come da condizionamenti socioculturali), un area dove il controllo del pensiero verbale sul comportamento è possibile e funzionale. L’ACT è forse il primo intervento che ha associato un percorso nucleare sul sintomo a uno esistenziale. Soprattutto è il primo modello ad aver strutturato un intervento esistenziale in modo chiaro, rigoroso ed empirico prima che filosofico o fondato sul pensiero di un grande teorico.

Sarà interessante in futuro scrivere qualcosa su questa parte dell’ACT e sulle sue implicazioni. Per ora mi limito a sperare in un futuro della terapia (ma anche della teoria) cognitiva basato su una valutazione più saggia ed equilibrata tra cosa funziona nel processo terapeutico nucleare, cosa funziona nel processo terapeutico esistenziale, quando usare l’uno e quando usare l’altro. Soprattutto auspico che questi due aspetti vengano sempre più considerati come componenti della terapia cognitiva piuttosto che come derive antitetiche di presunti approcci innovativi e tendenzialmente autoreferenziali. Con questi presupposti credo sarebbe possibile aprire dibattiti più interessanti e nuovi rispetto alla continua simmetria di due visioni estreme in cui la critica dell’altro rischia di essere prioritario rispetto all’analisi della realtà sia clinica che scientifica.

 

Hayes, Steven C.; Kirk D. Strosahl, Kelly G. Wilson (2003). Acceptance and Commitment Therapy: An Experiential Approach to Behavior Change. The Guilford Press.

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