I pensieri rigidi, le mani pulite e Amleto

Potrebbe confermare un’ipotesi cognitiva del disturbo ossessivo compulsivo. La tendenza di questi pazienti a nutrire dubbi ossessivi e comportamenti di controllo compulsivi potrebbe dipendere da uno stile di pensiero rigido e poco flessibile.

ID Articolo: 857 - Pubblicato il: 14 luglio 2011
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I Pensieri rigigi, le mani pulite e Amleto. Sull’ultimo numero dell’American Journal of Psychiatry sono stati pubblicati i risultati di un lavoro che potrebbe confermare un’ipotesi cognitiva del disturbo ossessivo compulsivo. La tendenza di questi pazienti a nutrire dubbi ossessivi (per esempio: avrò davvero le mani pulite? Chi mi assicura che le abbia pulite in ogni momento della giornata? E se le avessi sporcate senza rendermene conto?) e comportamenti di controllo compulsivi (dato che non esiste la certezza di avere le mani pulite, me le lavo in continuazione) potrebbe dipendere da uno stile di pensiero rigido e poco flessibile. Del tipo: l’idea sottostante all’ossessione delle mani pulite dipenderebbe da una definizione di pulizia rigida e irrealistica. Il che vuol dire che il paziente ritiene che sia accettabile solo la pulizia perfetta e assoluta in ogni momento della giornata. E se accettiamo questo criterio, davvero abbiamo sempre le mani sporche.

Ma non basta. I ricercatori hanno anche dimostrato che l’ossessività dipende anche da una particolare rigidità nella organizzazione dei propri obiettivi personali significativi, a breve e lungo termine. Che vuol dire? Torniamo all’esempio dell’igiene delle mani. Le mani pulite non sono solo un valore in sé, ma servono anche a scopi a lungo termine: per esempio per curare l’accettabilità sociale, la possibilità di intrecciare relazioni gratificanti con gli altri. Relazioni di vario tipo: professionali, amichevoli e/o amorose.

Per non far diventare le mani pulite un ossessione occorre ricordare a cosa ci serve la pulizia delle mani: un paio di mani sporche ci danneggiano con i colleghi, gli amici, il partner. Certo, l’igiene è anche un valore in sé. Ma possiamo gestire bene questo obiettivo solo se sappiamo iscriverlo in una famiglia più ampia di obiettivi complessi: gli obiettivi sociali. Se invece tutto si irrigidisce, se l’igiene delle mani diventa un obiettivo in sé irrinunciabile e non modulabile, ecco che, paradossalmente, diventiamo disposti al sacrificare il nostro benessere sociale pur di avere sempre le mani perfettamente pulite. Ovvero, potremmo preferire di rinchiuderci in casa, pur di poter passare serate intere a lavarci le mani.

Tutto questo è utile al terapeuta? In parte si. Gli dice che per il paziente ossessivo è bene apprendere uno stile di ragionamento più flessibile, capace di valutare la ragionevolezza degli obiettivi e la capacità di stabilire delle priorità. Ne vale la pena rinunciare agli amici per un paio di mani nette e impeccabili? Certo, rimane il sospetto che questi studi sui processi mentali non riescano poi a catturare certi stati d’animo che emergono più facilmente in seduta e non nella stanza del laboratorio. Per esempio che in realtà il soggetto ossessivo si senta profondamente inadeguato nelle situazioni sociali, o ancor peggio, amorose.

Non è solo questione di pensiero rigido o flessibile. Confessiamolo: è anche vero che la vita sociale non è affatto facile. Ci fornisce gioie, ma anche dispiaceri. Per godersela, occorre saper essere simpatici e brillanti. Occorre saper gestire eventuali (e inevitabili) gaffe e defaillance. Occorre sapere accettare la derisione e la provocazione che gli altri a volte (o spesso) ci infliggono per mera superficialità o, peggio, per cattiveria. E, a pensarci bene, chi mai sopporterebbe “il disprezzo dell’uomo borioso, le angosce del respinto amore, gli indugi della legge, la tracotanza dei grandi, i calci in faccia che il merito paziente riceve dai mediocri”?  (Amleto, atto terzo, scena prima). E così via.

Forse hanno ragione gli ossessivi. Certe sere d’inverno è meglio starsene a casa a lavarsi le mani. Fa freddo là fuori.

 

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