In ricordo di Giovanni Liotti e delle sue lezioni

Credo che tutti noi, specializzandi seduti in platea ad ascoltare le sue parole, tenderemo a ricordare le lezioni del Prof. Liotti come delle esperienze di grande formazione non solo curriculare.

ID Articolo: 153836 - Pubblicato il: 10 aprile 2018
In ricordo di Giovanni Liotti e delle sue lezioni
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Una di quelle notizie difficili da accettare, una notizia ricevuta in una chat di gruppo. Una chat con alcune colleghe ex allieve di Studi Cognitivi che, come me, hanno avuto la fortuna di assistere ad alcune lezioni del Prof. Gianni Liotti. Inutile descrivere il dispiacere in cui tutte siamo piombate subito dopo aver ricevuto la notizia, poi il silenzio, un silenzio dovuto.

Messaggio pubblicitario Tutti noi abbiamo apprezzato le sue lezioni, dettagliate e organizzate nei minimi particolari, per consentire a chiunque lo ascoltasse di capire la sua teoria e gli importanti risvolti a livello clinico. Argomento centrale delle sue lezioni erano il trauma complesso e i sistemi motivazionali, tematiche che il prof Gianni Liotti ha sempre studiato e su cui ha tanto scritto e pubblicato, fino a diventare famoso in tutto il mondo, tanto da farci invidiare siffatta mente da accademici e clinici d’oltreoceano.

Eppure le sue lezioni erano molto di più: erano uno spalancare le porte su piccoli universi di psicologia, una chiave per leggere con mente da clinico il mondo che ci circonda, anche i suoi aspetti più piccoli e apparentemente banali.

Il curriculum del prof Liotti lo precedeva, e chiunque lo abbia incontrato almeno una volta ne capisce il motivo. Eppure, tra le tante nozioni che ci ha trasmesso, ho un ricordo in particolare che credo mi accompagnerà a lungo nella professione: il prof. Liotti spiegava il primo incontro con un paziente traumatizzato, descriveva in che modo una sua paziente si faceva del male per non sentire un dolore più grande, quello del trauma subito in tenera età. Nel sentire la descrizione di quegli agiti autolesionistici, molti degli studenti presenti hanno assunto un’espressione di paura, spaventata. È stato allora che il prof Liotti ha detto:

“non dovreste reagire così dinnanzi a chi vi racconta tanto dolore, bisognerebbe pensare che è una persona che soffre e che quello è l’unico modo che ha per gestire la sofferenza”.

È una frase che forse molti studenti si sentono ripetere dai propri didatti, ma il tono di voce con cui fu detta da Liotti mi ha ricordato l’estrema importanza di non essere giudicante, mai, dinnanzi alla sofferenza altrui. Perché, si sa, il più delle volte se si diventa degli illustri studiosi, si è dei grandi clinici di partenza. E per essere grandi clinici, non si può non essere persone sensibili ed empatiche. La prosodia, l’espressione con cui Liotti ci ha rivolto quelle parole sono state un grande insegnamento di cosa significa essere empatici.

Credo che tutti noi, specializzandi seduti in platea ad ascoltare le sue parole, tenderemo a ricordare le sue lezioni come delle esperienze di grande formazione non solo curriculare. Sebbene ne sia grata, ritengo di aver avuto la sfortuna di assistere a poche lezioni di Liotti, penso ai suoi studenti e ai suoi colleghi più stretti, alla perdita che ciò rappresenterà per loro e che il mio dispiacere non sia che una minima parte della loro più grande tristezza. D’altra parte penso, però, che se un didatta ti colpisce e ti resta dentro anche solo dopo poche lezioni, vale la pena ricordare a tutti che persona speciale fosse.

 

Ed è così che mi piacerebbe ricordarlo. In piedi dietro a una cattedra, a godersi il meritato applauso per la sua grande lezione.

 

 


Giovanni Maria Ruggiero intervista Gianni Liotti per State of Mind nel 2014:

 

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