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Quanto contano le relazioni? Matrici familiari del disadattamento giovanile

Il disadattamento giovanile può essere compreso e prevenuto solo considerando sia l'emotività degli adolescenti che le paure della famiglia.

ID Articolo: 149058 - Pubblicato il: 20 ottobre 2017
Quanto contano le relazioni? Matrici familiari del disadattamento giovanile
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Per comprendere cosa spinge un giovane ad adottare un comportamento disfunzionale e al disadattamento riteniamo che si debba partire innanzitutto dall’analisi dell’emotività degli adolescenti e del loro sistema di appartenenza, connettendola con le dinamiche familiari.

Marco Schneider, Monica Caponi Beltramo

 

Il disadattamento giovanile

Messaggio pubblicitario La ricerca scientifica ormai da tempo sostiene che la genesi del comportamento deviante e di disadattamento sia di tipo multifattoriale (Loeber et. Al., 2000, Rossi, 2004; Mash et. Al, 2006; Melchiorre, n.d.), nel senso che tale fenomeno viene concettualizzato come il prodotto dell’interazione di diversi aspetti (genetici, temperamentali, cognitivi, psicologici individuali, sociali e familiari).

Aspetti come ad esempio il temperamento irrequieto del bambino, un atteggiamento psicologico ostile o una limitata capacità di pensiero astratto sono visti come fattori di vulnerabilità individuale che se combinati con alcune variabili socio-familiari come la disgregazione familiare o un atteggiamento ambivalente dei genitori, una disciplina parentale inadeguata, la carenza nelle cure materne o la privazione paterna costituiscono un fattore di rischio rilevante per l’emergere di problematiche di disadattamento negli adolescenti (Bertetti et.Al., 2003).

Rispetto nello specifico alla dimensione familiare è stato evidenziato che la capacità dei genitori di comprendere, sintonizzarsi emotivamente e contenere il figlio nelle sue manifestazioni affettive durante la crescita rappresenta il fattore determinante che permette un sano sviluppo psicoaffettivo e previene il rischio di disadattamento in adolescenza ed età adulta (Maggiolini, 2014; Taransaud, 2014).

I disturbi del comportamento (segnatamente le difficoltà di adattamento sociale) sono infatti messi in diretta e positiva correlazione da diversi studiosi con una bassa qualità degli attaccamenti e con una inadeguata responsività dell’ambiente familiare (vedi ad esempio Rossi, 2004).

In questo articolo vogliamo soffermarci sul contributo giocato nell’attualità dalle differenti reazioni che la famiglia può esprimere in risposta alle “spinte adolescenziali”, intendendo con ciò richieste di autonomia da parte dei ragazzi, contestazioni, tentativi di differenziazione, sollecitazioni all’innovazione, alla ridefinizione di regolare, rapporti, alleanze, ecc..

Tenteremo nello specifico di spiegare il ruolo che tali reazioni hanno nel contribuire a creare le condizioni che portano all’emergere di atteggiamenti socialmente inadeguati negli adolescenti.
Ciò nella convinzione non tanto che i ragazzi “subiscano” in modo lineare e passivo le reazioni della famiglia e divengano quindi di disadattamento a causa dei loro genitori, quanto piuttosto che vi sia una interrelazione dinamica ed attiva tra sollecitazioni e risposte all’interno della famiglia (Tale linearità è stata da tempo disconfermata (vedi ad esempio Cronen, Johnson e Lannamann, tr.it. 1983) a favore di invece di una visione più interconnessa della genesi sia delle psicopatologie che di altri fenomeni psicologici, la quale evidenzia quanto sia importante riferirsi al concetto di co-costruzione di relazioni, significati e comportamenti (Ugazio, 2012).

Le paure negli adolescenti e nella famiglia

Per comprendere cosa spinge un giovane ad adottare un comportamento disfunzionale o antisociale riteniamo che si debba partire innanzitutto dall’analisi dell’emotività degli adolescenti e del loro sistema di appartenenza, connettendola con le dinamiche familiari.

Negli anni dell’adolescenza i ragazzi si trovano infatti spesso a provare emozioni e sensazioni intense quanto destabilizzanti quali la rabbia, la vergogna, la sofferenza, l’euforia, il senso di abbandono e di non riconoscimento, la frustrazione, la pietà, la confusione, il senso di colpa, ecc. Ciò nonostante, l’emozione che più delle altre è trasversale negli adolescenti è la paura.

La paura nell’adolescente tipicamente riguarda due temi fondamentali: il Sé e l’Altro.
Gli adolescenti infatti da un lato vivono intensamente il timore di non essere nulla e di non essere mai abbastanza (adeguati, accettati ed amabili), di vivere una vita senza senso e/o di essere costantemente condizionati dagli altri (Coslin, 2012) e dall’altro, nonostante ne siano fortemente attratti, temono i pari e gli adulti in quanto pensano di poterne venire danneggiati (fisicamente ma anche moralmente, affettivamente).

Questo vissuto di inadeguatezza unito al timore per l’Altro arriva a scatenare a volte in alcuni ragazzi un pervasivo senso di impotenza che viene combattuto con atteggiamenti ora di fuga e di ritiro, ora prevaricanti, violenti e distruttivi, aventi lo scopo di sostenere una fragile autostima e di “neutralizzare” (anche tramite pericolosi agiti) l’Altro e la minaccia che rappresenta per il giovane.

Lasciando per un attimo il mondo interno dei ragazzi, va detto che non sono solo loro a provare paura, ma anche chi, a vario titolo, si occupa di loro: la società nel suo complesso, la famiglia come microcosmo sociale e gli “esperti” (chiamati solitamente ad intervenire in aiuto dei ragazzi più difficili).

In questa sede vogliamo occuparci solo dei ragazzi e delle loro famiglie, rimandando ad altri momenti l’analisi del ruolo della società e degli esperti nella genesi delle problematiche di disadattamento negli adolescenti.

Viste brevemente le paure dei ragazzi, vediamo ora quelle della famiglia quando si trova a dover interagire con un suo membro divenuto adolescente. Tali paure fanno soprattutto capo al timore della disorganizzazione dell’equilibrio sino a quel momento raggiunto e di quanto costruito per sé e per i figli e del conseguente caos emotivo provocato dalla dirompenza (sebbene spesso solo potenziale) delle spinte al cambiamento provenienti dagli adolescenti.

L’angoscia di fondo infatti che alberga in ogni famiglia è quella della sua stessa morte, sia per motivi connessi ad eventi puntuali (per esempio le separazioni coniugali, un lutto, la perdita del lavoro, ecc..), sia per ragioni più esistenziali legate ad esempio alla consapevolezza della propria non immortalità e alla fallibilità di progetti e aspettative.

Il carico di potenziale cambiamento che l’adolescenza porta in famiglia può quindi essere vissuto dalle generazioni più vecchie come un fattore di rischio importante rispetto alla continuazione della vita familiare così come era stata pensata e realizzata fino a quel momento: gli adolescenti infatti (spesso per paura o difesa) possono far credere di essere in grado di stravolgere l’ordine familiare vigente e di avere il potere di rovinare la vita ai familiari.

Ciò porta alcune volte i familiari ad irrigidirsi, perché anch’essi impauriti, e ad agire comportamenti difensivi volti ad allontanare quegli aspetti dell’adolescenza dei figli ritenuti di maggiore rischio per la famiglia.

Tali comportamenti difensivi possono essere di due tipi: possono infatti essere messi in atto comportamenti eccessivamente repressivi (con punizioni esagerate fino a veri e propri rifiuti dell’adolescente come persona) o al contrario seduttivi e collusivi (ad esempio “comprando” il figlio con regali o denaro o ancora con “comodità” affinché egli resti in casa e non si renda autonomo, ecc…). Entrambe queste categorie di comportamenti hanno l’obiettivo di neutralizzare il potere destabilizzante proveniente dalle potenziali “ribellioni” adolescenziali.

L’adolescenza porta sempre con sé, soprattutto nelle sue forme più complesse (come la devianza), il rischio che gli adulti della famiglia vivano un senso di fallimento rispetto all’allevamento della prole e al buon adattamento sociale dei figli. Gli adulti infatti sono spesso spinti da quei comportamenti degli adolescenti che non rispecchiano le aspettative o che risultano spaventanti ed estremi (Coslin, 2012) a chiedersi “Che cosa ho fatto di male?” o “Dove ho sbagliato?”.

Analogamente a quanto visto per le sollecitazioni al cambiamento portate dagli adolescenti, esistono generalmente due tipi di comportamenti messi in atto dagli adulti per sedare l’angoscia derivante dall’idea di aver fallito sul piano educativo: il primo tipo di comportamento, che possiamo chiamare “simmetrico”, consiste nel proiettare sul figlio tutte le responsabilità per la situazione al fine di alleggerirsi e decolpevolizzarsi, secondo una logica espulsiva (“…lui/lei è cattivo/a”, “…l’ha fatto apposta per ferirmi”, “… che ci posso fare io, non posso fare più di così..”) mentre il secondo, di tipo “complementare”, si sostanzia nella tendenza dei genitori a giustificare i comportamenti del figlio scusandolo (“… non poteva fare altrimenti”, “in realtà non è proprio colpa sua, sono gli altri…”) e sposando apertamente la convinzione di avere un figlio costretto dagli eventi ad agire in un modo che non lo rappresenta per come è conosciuto dai familiari.

Una sottospecie di questo secondo tipo di comportamenti “complementari” riguarda il ricorso al concetto di “malattia” (organica, psichiatrica, evolutiva, ecc..) per giustificare in una qualche maniera il comportamento di disadattamento (o non rispondente alle aspettative individuali e sociali) del figlio. Convincersi di avere un figlio “malato” può infatti dare l’illusione di sedare l’angoscia del non comprendere il senso di taluni comportamenti degli adolescenti ma anche e soprattutto l’angoscia personale connessa al vissuto di fallimento nelle abilità genitoriali.

Va detto però che il ricorso al concetto di malattia per gli adolescenti problematici ha in realtà un effetto perverso, nel senso che piuttosto che allontanare l’angoscia e la difficoltà, le richiama: richiama infatti proprio quel fallimento della famiglia (e della società) che si vorrebbe allontanare connesso alla gestione dei comportamenti più estremi degli adolescenti in quanto la malattia, per come è intesa e gestita nella nostra società occidentale, necessita di un sistema di cura (rappresentato dagli esperti – ossia soggetti terzi che intervengono per risolvere un problema di altri) il quale produce in ultima analisi l’effetto paradosso di “certificare” l’incapacità degli adulti nel gestire i ragazzi e le loro difficoltà (Timimi, 2005).

Come interagiscono tra loro le paure degli adolescenti e quelle della famiglia?

Le paure dei soggetti descritti in questo articolo (ragazzi e famiglie) interagiscono continuamente tra loro nel momento in cui vengono provate ed espresse, e producono degli effetti specifici.

Le reazioni della famiglia (la quale come detto rispetto ai comportamenti degli adolescenti può diventare o troppo rigida o al contrario troppo collusiva) influiscono in modo significativo sulla autopercezione dei ragazzi e quindi anche sul loro comportamento, che ne è diretta espressione: i ragazzi infatti se la famiglia si comporterà con loro in modo eccessivamente punitivo accentueranno un duplice vissuto, di impotenza e fragilità da un lato – perché mancherà loro la fiducia di base (Erikson, 1950) – ma anche di essere “cattivi”, meritevoli quindi delle punizioni e del rifiuto della famiglia.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Al contrario famiglie che adotteranno con i figli atteggiamenti eccessivamente permissivi e collusivi stimoleranno nei ragazzi vissuti di onnipotenza e il convincimento di poter fare tutto ciò che vogliono perché “in diritto di pretendere”. Lo sviluppo del senso critico e della responsabilità per le proprie azioni ne verranno in questo caso fortemente penalizzati.

In entrambi questi casi, secondo una logica ricorsiva, ciò andrà ad aggravare ulteriormente i timori degli adulti.

È invece importante che la famiglia si apra al nuovo e consideri positive le sollecitazioni e i cambiamenti portati dagli adolescenti: è fondamentale che la famiglia trasformi, tramite il dialogo con il ragazzo (dialogo che deve essere aperto, franco e “caldo”) e tramite l’ascolto attento e non giudicante l’adolescenza di uno dei suoi membri in una opportunità di crescita e di “immortalità” per tutti, abbandonando quindi l’idea di reiterazione di schemi ormai consolidati ed avventurandosi con fiducia lungo il cammino del continuo cambiamento e del rinnovamento.

Se ciò non avviene, i ragazzi svilupperanno e manifesteranno livelli crescenti di rabbia e disfunzionalità nel comportamento sino ad arrivare a comportamenti francamente devianti e criminali.

Non accettare il potenziale di cambiamento portato dagli adolescenti è in effetti il vero atto suicida della famiglia, perché non solo essa non si dà la possibilità di rinnovarsi rispetto al tempo che passa ma soprattutto produce con le proprie scelte rigide o conservatrici persone infelici e propense a far risuonare in loro paure e rabbia, che portano all’aumento dei comportamenti di violenza, ribellione e disadattamento.

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I comportamenti devianti durante l'adolescenza comprendono l'uso di sostanze, la guida spericolata, i disturbi alimentari e la delinquenza. 

Bibliografia

  • Bertetti B., Chistolini M., Rangone G. & Vadilonga F. (2003), L’adolescenza ferita. Un modello di presa in carico delle gravi crisi adolescenziali, Milano: Franco Angeli.
  • Coslin P.G. (2012), Adolescenti da brivido. Problemi, devianze e incubi dei giovani d’oggi, Roma: Armando.
  • Cronen V.E., Johnson K.M. & Lannamann J.V. (1983). Paradossi, doppi legami e circuiti riflessivi: una prospettiva teorica alternativa. Terapia familiare, 14, 87-120.
  • Erikson E.H. (1950), Childhood and Society, 1950, New York: Norton.
  • Loeber R. & Farrington D.P. (2000). Young Children who commit crime: Epidemiology, developmental origins, risk factors, early interventions and policy implications. Development and Psychopathology, 12, 737-767.
  • Maggiolini A. (2014) (A cura di), Senza paura, senza pietà. Valutazione e trattamento degli adolescenti antisociali, Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • Mash E.J. & Barkley R.A. (2006), Treatment of Childhood Disorders – Third Edition, New York: The Guilford Press.
  • Melchiorre F. (n.d). L’ambiente familiare e le cause del disadattamento. Crime Out. Consultato il 13 febbraio 2017, su http://www.crimeout.it/doc/articolo_melchiorre.pdf
  • Rossi L. (2004), Adolescenti Criminali. Dalla valutazione alla cura, Roma: Carocci Editore.
  • Taransaud D. (2011) (Ed. it. 2014), Tu pensi che io sia cattivo. Strategie pratiche per lavorare con adolescenti aggressivi e ribelli, Milano: Franco Angeli Editore.
  • Timimi S. (2005), Naughty Boys: Anti-Social Behaviour, ADHD and the Role of Culture, New York: Palgrave Macmillan.
  • Ugazio V. (2012), Storie permesse, storie proibite. Polarità semantiche familiati e psicopatologie. Nuova edizione ampliata, aggiornata e rivista, Torino: Bollati Boringhieri.

MARCO SCHNEIDER, Psicologo e Psicoterapeuta Sistemico-relazionale, è membro della Associazione Europea di Terapia Familiare e della Società Italiana di Ricerca in Terapia Sistemica, referente esterno per l’Istituto Europeo di Terapie Sistemico-relazionali (EIST). Lavora da oltre 20 anni nei Servizi per la Tutela dei Minori e delle famiglie in difficoltà, e dal 2008 è Psicologo per un Servizio specialistico di valutazione e trattamento di Minori antisociali e autori di reato.

MONICA CAPONI BELTRAMO, Dottoressa in Scienze Psicologiche, ha svolto attività di internato di 1° livello con il Dott. Schneider.

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