Your first day of school will be scary!
Parents’ words and anxiety disorders – part 3
During the second installment of this series, I discussed the tendency of anxious individuals to over interpret threat in the face of ambiguity. Further, anxious mothers’ expectations of their children’s struggles and their children’s own expectations of elevated vulnerability in these situations were discussed.
Strong statistical relationships have been shown between mothers’ and children’s anxious thoughts. As highlighted by parts one and two of this series, parental behavior and thoughts in the context of anxiety generally contain stereotyped themes (e.g. intrusiveness and over estimation of threat). In order to see if these themes are communicated between parents and their children, researchers have investigated the conversations that mothers have with their children as a possible mechanism in their transmission.
An important study in Australia examined the role of family conversations in the enhancement of an anxious cognitive style in children (Barrett, Rapee, Dadds & Ryan 1996). During five minute discussions, parents were encouraged to help their anxious, non-anxious or oppositionally defiant children to decide how to manage ambiguous situations. References to threat, avoidance, aggression and pro-active responses were recorded. The study found that the anxious group discussed avoidance more than the non-anxious and the oppositionally defiant groups. Upon further examination of the anxious group, mothers expected their socially phobic children to be more avoidant than mothers of children with other types of anxiety disorders (e.g. generalized anxiety disorder and obsessive-compulsive disorder). Interestingly, while family discussions were associated with an increase in avoidant solutions chosen by anxious children, for non-clinical children, they were associated with a decrease in avoidant solutions chosen.This increase in children’s level of avoidance after family discussions had been labeled Family Enhancement of Avoidant Responses, or the FEAR effect.
The parental role in the FEAR effect has been further examined. A recent study that manipulated mothers’ behavior by training them to show enthusiasm and agreement with non-threat and non-avoidant plans, found that children of mothers who display these types of positive behaviors are more likely to change their responses from threatening to non-threatening (Murray, Creswell & Fearon in press). Thus, it appears that parent’s behavior during these interactions is influencing children’s responses.
Therefore, the answer the question posed for this portion of the series appears to be yes.Anxious family discussions appear to encourage children’s avoidance and increase threat perception in the face of ambiguity. So what could it be that that these parents are saying specifically? Researchers have continued with this avenue of investigation by examining specific word choices and their effect on children. This will be discussed in part four of the series.
BIBLIOGRAPHY:
- Barrett, P. M., Rapee, R. M., Dadds, M. M., & Ryan, S.M. (1996). Family enhancement of cognitive style in anxious and aggressive children. Journal of Abnormal Child Psychology, 4, 2, 187 – 203.
- Murray, L., Creswell, C., & Fearon, P. (in press). An experimental investigation of the FEAR effect in non-clinical children and their mothers. (Manuscript in preparation)

Buoni o cattivi?
La morte di Steve Jobs non è un evento cool, come lo è stata la sua vita. Oppure si? Forse davvero Jobs riuscirà a trasformare anche la sua morte in un evento fico, cool? Vedremo. Intanto anche davanti al feretro tutti esprimono tristezza si, ma lieta. O forse lieta no, ma sicura. E cordoglio si, ma sereno. Insomma, c’è già del cool in questa morte.
Chi di noi almeno una volta nella vita non si è sentito dire in un momento di tristezza che dopo avere pianto sarebbe stato meglio? La maggior parte degli stessi psicoterapeuti, a prescindere dal proprio orientamento clinico, considera positivo tale comportamento e addirittura incita il proprio paziente a manifestarlo apertamente in seduta.
Questa storia della protesta di Wikipedia sembra fatta apposta per farci capire lo stato confusionale di alcune sofferenze psicologiche. Come si sa, oggi
Un ragazzo di 23 anni, con precedenti per stupefacenti insieme a un complice di cui il ruolo non è ben chiaro, attira un coetaneo in una trappola in una casa abbandonata, lo lega, lo brucia con le sigarette dopo averlo legato e lo uccide, poi brucia il cadavere. Motivo: passionale. Questa la storia, che viene
Il verdetto assolutorio per Amanda e Raffaele ci insegna una cosa. Che tra psicologia e giustizia c’è una relazione difficile e piena di incomprensioni. La giustizia persegue una verità giuridica, in cui non conta tanto stabilire ipotesi su una verità plausibile, ma comprendere se ci sono le condizioni minime per condannare qualcuno. Insomma, se ci sono le prove incontrovertibili e al di là di ogni ragionevole dubbio. La psicologia, invece, per sua natura produce ipotesi sul carattere, sulla personalità…
Il processo ad Amanda e Raffaele ci offre la possibilità di spendere qualche parola sul meccanismo psicologico del capro espiatorio. Su questo tema la letteratura scientifica è infinita, quindi mi limito a scrivere qualche parola su un solo autore, l’antropologo Renè Girard. Per Girard, il capro espiatorio svolge la funzione di prendere su di sé i conflitti tra le persone quando diventano intollerabili. È qualcosa che possiamo forse aver osservato in noi stessi. Se litighiamo con qualcuno, e soprattutto se litighiamo con qualcuno che amiamo, a un certo punto la tensione del conflitto può diventare intollerabile e spaventarci. Uno dei modi per diminuire la temperatura diventa allora cambiare argomento. Ma non basta. Occorre trovare qualcosa su cui sfogare la rabbia e la tensione. Una possibile soluzione è prendersela con qualcun altro, possibilmente un terzo assente. Molti litigi si ammorbidiscono nel gossip.
In una ricerca pubblicata sull’ultimo volume di Psychotherapy Research, Paul Chadwick e i suoi colleghi dell’Institute of Psychiatry del King’s College, del Royal Holloway dell’Università di Londra e del Royal South Hants Hospital di Southampton hanno esplorato, tramite una ricerca qualitativa, come la pratica della mindfulness porti benefici agli individui con diagnosi di Disturbo Bipolare. La ricerca ha indagato le esperienze derivanti dalla pratica della mindfulness e come tale pratica sia correlata alla qualità della vita e alla gestione del Disturbo Bipolare.
Le notizie dagli Stati Uniti lasciano perplessi. Le agitazioni degli indignati davanti Wall Street. Il presidente Obama pessimista sulla sua rielezione per la crisi economica. La crisi stessa. Insomma, concluso il grande periodo di sviluppo economico da Reagan a Clinton, l’esplosione finale con Bush jr. sembra aver lasciato macerie. Eppure questo quadro depressivo non è esauriente. L’egemonia culturale americana e anglo-sassone continua la sua marcia. Marcia a volte inclusiva e accogliente, altre volte arrogante. Leggendo, ad esempio, le ultime righe di un articolo di Simon Kuper sul Financial Times…
Lavorando da diversi anni nelle scuole e vedendo molti bambini, all’inizio di questo anno scolastico qualcosa mi ha colpito più del solito e, da psicologa, mi ha fatto riflettere. Noto, infatti, che sta diventando sempre più richiesto il cosiddetto “modulo” introdotto dal ministro Gelmini e che consiste nella possibilità del genitore di scegliere per i propri figli iscritti alla scuola elementare 27 ore settimanali invece delle tradizionali 40. Senza entrare nel merito della riforma, ciò che mi spinge a pensare sono le motivazioni della maggior parte dei genitori nel scegliere questa possibilità invece che quella classica: “40 ore sono tante, poi si arriva a casa stanchi”, “tanto io non lavoro e posso preparare il pranzo, quello della mensa non piace a mio figlio e poi posso seguirlo io nei compiti”, “mio figlio non è neanche andato alla scuola materna e preferisco tenerlo a casa il pomeriggio, così si riposa” e così via. Insomma, ho l’impressione che più passi il tempo più si stia diffondendo nella nostra società un senso di “iper-tutela” dei bambini, che io chiamerei piuttosto iper-protezione da tutto ciò che è fatica, lavoro, studio, sacrificio. Mi ricordo la mia maestra delle elementari che ci ripeteva come la scuola fosse una palestra di vita, che tutto ciò che si impara a scuola è un allenamento a ciò che poi si va incontro nella vita, e forse anche di più, perché ciò che incontri a scuola magari non lo incontrerai più nel corso della vita.
In
Qualche settimana fa ho letto una notizia. Un ragazzo di 16 anni si butta da un ponte sulla Dora, un volo di 50 metri e muore. La sua ragazza lo aveva lasciato. La giornalista ci spiega che non ce l’ha fatta a superare il dolore, che era triste, che non sorrideva più. Storia dolorosa, che ci colpisce tutti. Che ci fa riflettere, a noi psicoterapisti. Ci vengono in mente due cose. La prima, dura, sulla depressione. Forse il ragazzino era vulnerabile geneticamente alla tristezza e alla depressione e al primo grande stress, non ce l’ha fatta. Non si poteva fare nulla, un esordio depressivo, difficile da riconoscere in anticipo. Ma questa riflessione ci lascia freddi, è troppo fatalista e troppo descrittiva. Non ci dice nulla.
Due olandesi, Simon Rietveld e Ilja van Beest, hanno scoperto che i sintomi dell’asma possono essere trattati facendo un giro sulle montagne russe. Pensate possa essere uno scherzo? Ebbene, questa affermazione è il risultato di una ricerca sperimentale eseguita su 25 donne affette da asma severa e, ovviamente, un gruppo controllo di 15 soggetti sani. Il seguente lavoro è stato finanziato da ben due organismi, la Netherlands Asthma Foundation e la Netherlands Organization for Scientific Research, che stressavano i soggetti, partecipanti alla sperimentazione, attraverso la realizzazione di ripetuti giri sulle montagne russe. I risultati hanno mostrato che lo stress emotivo negativo e la pressione sanguigna raggiungevano il loro picco poco prima della corsa sulle montagne russe, mentre subito dopo aver cominciato il giro lo stress emotivo positivo e la frequenza cardiaca raggiungevano un picco positivo.