Commento di Sandra Sassaroli
Il testo che segue è il commento di Sandra Sassaroli all’articolo di Gilberto Corbellini La neuropsicoanalisi che non convince, pubblicato su Il Sole 24 Ore – Domenica il 31 maggio 2026.
La critica di Corbellini alla neuropsicoanalisi è fondata e condivisibile. L’operazione intellettuale che essa rappresenta — cercare una legittimazione neuroscientifica per costrutti freudiani già epistemologicamente fragili — non rafforza la psicoanalisi: la indebolisce ulteriormente. La neuropsicoanalisi appare come un “coacervo confusivo” nato negli anni Novanta, quando le neuroscienze cercavano accreditamento nel mondo umanistico e alcuni psicoanalisti riscoprivano il Freud neurologo — un’alleanza opportunistica più che una sintesi concettuale genuina.
Ma c’è un punto che vale la pena aggiungere: questi tentativi di aggiornamento raffazzonato fanno un torto alla psicoanalisi stessa, e non solo sul piano scientifico. Cedere alla tentazione di “neuroscienzificarsi” significa accettare implicitamente che il valore della pratica psicoanalitica debba essere misurato con i criteri delle neuroscienze cognitive — un terreno sul quale la psicoanalisi non può che perdere, e non perché sia falsa in tutto ciò che afferma, ma perché risponde a domande diverse.
Il vero problema è che la difesa della psicoanalisi viene spostata sul piano sbagliato. Il nocciolo autentico della pratica clinica — quello che resiste, seppur con prove empiriche ancora parziali — non è una teoria della mente riconducibile a substrati neurali, ma qualcosa di più modesto e più robusto insieme: la possibilità che una rilettura progressiva del proprio passato, condotta in un contesto relazionale sicuro, produca pensieri nuovi e più adattabili. Insomma la psicanalisi analizza narrative e crea nuove narrative. E anche se l’effetto di queste narrative isolato da altri fattori non è stato dimostrato, la rilettura in generale in una relazione con un terapista e costruendo e ricostruendo altre storie che meglio si adattino al suo vissuto ha una sua importanza clinica abbastanza nota.
La ricerca empirica sui meccanismi di cambiamento in psicoterapia — trasversale agli orientamenti teorici — identifica in effetti una serie di processi che sembrano genuinamente attivi, indipendentemente dalla cornice teorica adottata: la catarsi emotiva come rielaborazione dell’esperienza; la creazione di rappresentazioni linguistiche di stati interni fino ad allora impliciti; l’abituazione alla paura attraverso l’esposizione ripetuta e la regolazione emotiva; la testimonianza empatica di ingiustizie subite; la costruzione di un racconto esplicativo coerente; e l’identificazione di senso e valore anche nell’avversità. La flessibilità cognitiva ed emotiva — la capacità di modificare pensieri, emozioni e comportamenti in risposta al contesto — è uno dei predittori più solidi di successo terapeutico e di benessere psicosociale (Kaminer, 2006).
Niente di tutto questo richiede la neuropsicoanalisi. E niente di tutto questo è incompatibile con la psicoanalisi, purché essa accetti di essere valutata per quello che può fare — aiutare una persona a costruire nuove narrazioni di sé, più flessibili e meno schiave di schemi rigidi — piuttosto che per quello che non può dimostrare, ovvero di essere una teoria neurobiologica della mente.
L’aggiornamento pseudoscientifico è dunque non solo intellettualmente inutile: è controproducente. Distoglie l’attenzione da ciò che nella tradizione psicoanalitica vale ancora la pena difendere — e che andrebbe difeso con onestà epistemica, non con prestiti impropri dalle neuroscienze.
La grande esperienza sviluppata in un secolo di lavoro di costruire e ricostruire storie di vita e di sofferenza individuale.
