Realizzazione professionale e riserva cognitiva: un lavoro impegnativo protegge dalla demenza

Una buona realizzazione professionale conferisce a render più ricca la nostra riserva cognitiva comportando cosi un minor rischio di declino cognitivo

ID Articolo: 140432 - Pubblicato il: 14 ottobre 2016
Realizzazione professionale e riserva cognitiva: un lavoro impegnativo protegge dalla demenza
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Sebbene alcune evidenze portino ad affermare il positivo impatto dell’occupazione lavorativa sulla riserva cognitiva dell’individuo, alcuni studi ci portano a supporre che non solo è indispensabile lavorare ma anche ricoprire un ruolo lavorativo abbastanza impegnativo.

 

La letteratura neurocognitiva è interessata sempre più a tracciare un possibile link tra esperienze di vita e rischio di demenza. Evidenze scientifiche sostengono che alcune persone, in particolare coloro che vantano di un’adeguata istruzione e di una professione d’alto rango, sono meno suscettibili ai cambiamenti cerebrali comportati dal normale invecchiamento o dall’avvento di patologie

La riserva cognitiva è un meccanismo potenziale attraverso il quale gli effetti di patologie cerebrali possono essere modificate da eventi esperenziati nel corso della vita (Stern, 2009). Molti studi dimostrano che alti livelli di educazione, attività occupazionali e attività cognitive complesse, comportano una maggior tolleranza sia verso il normal aging che verso un invecchiamento patologico (Stern, 1994). Infatti uno stile di vita attivo dal punto di vista cognitivo prevede un minor rischio di sviluppare demenza. In particolare, un elevato livello di istruzione può essere efficace nel fornire un’adeguata protezione al nostro sistema cognitivo, comportando una riduzione del rischio di demenza fino al 40%, se combinato con attività complesse ed impegno sociale in tarda età (Valenzuela, Brayne, Sachdev, Wilcock, 2011).

 

Riserva cognitiva e attività lavorative: uno sguardo alle ricerche

Messaggio pubblicitario Numerose evidenze indicano come l’occupazione lavorativa abbia un’ importante influenza sulla performance cognitiva. Uno studio longitudinale di Schooler (2001) della durata di trenta anni, si pose lo scopo di indagare se un’attività lavorativa complessa potesse influenzare il funzionamento cognitivo in coloro che la andavano ad esercitare e se tale influenza vi potesse essere anche su di un campione di lavoratori di tarda età. Emerse come tale influenza vi fosse sugli stessi professionisti osservati venti-trenta anni più tardi evidenziando cosi come la complessità di un’occupazione continui a modulare in positivo il livello di funzionamento cognitivo anche in lavoratori anziani.

Stern (1992) confrontò la performance di un gruppo di pazienti con Alzheimer e un gruppo di controllo dividendoli in due campioni (bassi e alti livelli di istruzione in base all’occupazione esercitata) ed emerse come il ricoprire una professione di alto rango, equivalga ad avere una maggior riserva cognitiva. Si potrebbe ipotizzare che ciò possa dipendere dal maggior uso di strategie cognitive compensatorie che mettono in atto persone con alti livelli di scolarità. Da qui ci possiamo agganciare allo studio di Baldivia e Bueno nel quale si evidenzia come l’esercitare una complessa attività lavorativa vada di pari passo all’aver una miglior performance nel test percettivo-visivo “La figura di Rey” che permette di valutare le competenze visuo-spaziali di un soggetto, la sua organizzazione percettiva e la memoria visiva e di lavoro; in questo modo si suppone che la variabile occupazione possa aver una valenza protettiva nei riguardi di un possibile futuro declino cognitivo, grazie al mantenimento delle funzioni esecutive, un’operazione coordinata di vari processi volti alla realizzazione di un particolare obiettivo in modo flessibile (Funahashi, 2001).

Sebbene tali evidenze portino ad affermare l’importanza che l’occupazione lavorativa riveste nella vita di una persona ai fini di una sana prevenzione cognitiva, alcuni studi ci portano a supporre che non solo è indispensabile lavorare ma anche ricoprire un ruolo lavorativo abbastanza impegnativo.

Come sappiamo, ogni professione è diversa dall’altra, non solo nella fattispecie ma anche nel valore protettivo che può avere nei riguardi del nostro sistema cognitivo. Uno studio francese ha confrontato vari tipi di occupazioni evidenziando come agricoltori, imprenditori agricoli e domestici mostrassero un maggior deterioramento cognitivo rispetto a coloro che svolgevano mansioni più a stampo intellettuale (Dartigues, Gagnon, Letenneur, 1992). Sulla stessa linea d’onda i risultati portati da uno studio italiano, il quale ha evidenziato come un campione di agricoltori mostrasse un punteggio inferiore al MMSE rispetto ad un campione di colletti bianchi (Frisoni, Rozzini, Bianchetti, Trabucchi, 1993). Infine, in uno studio di Stern (1994), un campione di soggetti over-60 suddiviso in base al loro livello occupazionale, è stato seguito per 4 anni osservando come coloro i quali ricoprivano mansioni affini a quella di commerciante, artigiano o impiegato rispetto a coloro che rivestivano alte cariche come quella di dirigente o ingegnere, avevano un rischio di sviluppare demenza 2,25 volte maggiore.

I benefici di un complesso e impegnativo lavoro, non solo riguardano il minor rischio di sviluppare demenza ma anche la maggior longevità che può avere una persona a cui è stata diagnosticata tale patologia.

Messaggio pubblicitario Un recente studio ha mostrato che le persone a cui era stata diagnosticata una demenza fronto-temporale, le quali svolgevano un lavoro impegnativo, sopravvivevano in media ben tre anni in più rispetto a coloro i quali avevano una professione meno qualificata suggerendo come un buon livello occupazionale possa non solo proteggere il nostro cervello dalla malattia del secolo, ma anche permettere alle persone che l’hanno sviluppata di vivere più a lungo (Lauren, 2015).

Gurland nel 1981 scriveva:

E’ ancora una questione aperta che ci sia un importante contributo socio-culturale alla prevenzione dell’Alzheimer, ma le prove disponibili sono sufficientemente intriganti da giustificare ulteriori studi sulla questione.

Noi concludiamo col dire quindi che sebbene è un dato comune che l’invecchiamento si accompagni ad un’alterazione dei processi fisiologici e dei meccanismi di plasticità neurale, tali effetti sono migliori in coloro i quali esperenziano uno stile di vita caratterizzato da elevati livelli d’istruzione e da una attività lavorativa più intellettuale.

Infatti una buona realizzazione professionale nella vita conferisce a render più ricca la nostra riserva cognitiva comportando cosi un minor rischio di incorrere in un possibile declino cognitivo.

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Bibliografia

  • Dartigues J-F., Gagnon M., Letenneur L. et al. (1992). Principal lifetime occupation and cognitive impairment in a French elderly cohort. American Journal of Epidemiology, 135. 981-988
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  • Funahashi S. (2001). Neuronal mechanisms of executive control by the prefrontal cortex. Neuroscience Research, 39. 147–165.
  • Massimo L., Zee J., Xie S., T. McMillan C., Rascocsky K., Irwin J., Kolanowski A., Grossman M. (2015). Occupational attainment influences survival in autopsy-confirmed frontotemporal degeneration.Neurology, 84. 2070-2075
  • Schooler J. (2011) “Unpublished results hide the decline effect”. Nature, 470, 437
  • Stern Y. (2009). Cognitive reserve. Neuropsychologia, 47. 2015-2028
  • Stern Y., Alexander GE, Prohovnik I., Mayeux R. (1992) Inverse relationship between education and parietotemporal perfusion deficit in Alzheimer’s disease. Ann Neurology, 32. 371-375
  • Stern Y., Dietz A., (1994). The Value Basis of environmental concern. Journal of Social Issues, 50. 65-84
  • Stern Y., Gurland B., Tatemichi TK., Tang MX., Wilder D., Mayeux R. (1994) Influence of education and occupation on the incidence of Alzheimer’s disease. Journal of the American Medical Association, 27. 1004-1010
  • Valenzuela M., Brayne C., Sachdev P., Wilcock G., Matthews F. (2001). Cognitive lifestyle and long-term risk of dementia and survival after diagnosis in a multicenter population-based cohort. Medical Research Council Cognitive  Function, 53-62
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