Come fa il cervello a decidere se una situazione è emotivamente piacevole o spiacevole?

Uno studio ha individuato i meccanismi neurali che si attivano quando si è esposti a delle situazioni emotive piacevoli o spiacevoli. 

ID Articolo: 140490 - Pubblicato il: 19 ottobre 2016
Come fa il cervello a decidere se una situazione è emotivamente piacevole o spiacevole?
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I ricercatori del Max Planck Institute (Lipsia), guidati da Christiane Rohr, e dell’Università di Haifa (Israele), guidati da Hadas Okon-Singer, hanno identificato i meccanismi neurali che consentono di capire se una situazione sociale complessa sia emotivamente positiva o negativa.

 

Se qualcuno ci offende mentre sta sorridendo, il nostro cervello dovrebbe interpretare il comportamento altrui come un sorriso o come una offesa? Il meccanismo evidenziato coinvolge due aree cerebrali che agiscono come due “telecomandi” che insieme determinano quale valore attribuire ad una situazione e quali altre aree cerebrali devono attivarsi o rimanere fuori dal processo
ha spiegato Okon -Singer.

Tutti noi conosciamo l’espressione “non so se ridere o se piangere”, con cui ci riferiamo ad una situazione che include sia elementi positivi che negativi. Ma come funziona il cervello?

Studi precedenti hanno identificato i meccanismi neurali alla base, tuttavia, la maggior parte di essi si è concentrata solo su situazioni dicotomiche – stimoli totalmente positivi (ad esempio, un bambino sorridente) o completamente negativi (un cadavere).

Lo studio

Messaggio pubblicitario Questo studio, invece, ha esaminato situazioni complesse che implicano stimoli misti, individuando il meccanismo neurale che consente di “scegliere” la positività o la negatività di una situazione emotivamente ambigua. Al tal fine, i ricercatori hanno mostrato ai partecipanti alcune scene tratte dal film “Le iene” (Quentin Tarantino), che include molte situazioni di “conflitto emotivo”: ad esempio in una scena una persona ne tortura un’altra mentre sorride, balla e parla in modo amichevole alla sua vittima. I partecipanti hanno guardato le scene all’interno di un macchinario per risonanza magnetica, riferendo se avvertivano che ciascuna di esse includeva un conflitto. Per ogni spezzone, hanno valutato la misura in cui ritenevano che gli elementi positivi fossero dominanti e quindi la scena era piacevole da guardare, o se fossero gli elementi negativi a prevalere e quindi la scena risultava sgradevole.

Confermando i precedenti studi, i ricercatori hanno identificato due network di attività – uno che opera quando la situazione è percepita in modo positivo ed uno quando è percepita negativamente. Tuttavia, per la prima volta, hanno evidenziato il modo in cui il cervello passa da un network all’altro, ovvero attraverso l’intervento di due aree cerebrali: il solco temporale superiore (STS) e il lobulo parietale inferiore (IPL). Queste aree sono parte integrante dei due network, ma agivano anche quando i partecipanti percepivano un conflitto emotivo all’interno della scena mostrata. Il STS è risultato associato all’interpretazione di situazioni positive, mentre l’IPL all’interpretazione di situazioni negative. Queste due aree agiscono effettivamente come “telecomandi” che si azionano quando il cervello riconosce la presenza di un conflitto emotivo: “parlandosi” l’un l’altra ed interpretando la situazione in modo da decidere quale delle due rimarrà accesa e quale, invece, si spegnerà, determinano quale network cerebrale si debba attivare. Queste aree possono influenzare il valore positivo o negativo che dominerà in un conflitto emotivo attraverso il controllo di altre aree del cervello.

Conclusioni

Messaggio pubblicitario La scoperta di aree del cervello che consentono di identificare situazioni e conflitti emotivi faciliterà studi futuri che intendono esaminare il motivo per cui tale meccanismo non funziona appropriatamente in alcune persone.

Noi ci auguriamo che comprendere le basi neurali dell’interpretazione delle situazioni ci aiuterà in futuro a capire il sistema neurale di chi mostra difficoltà emotive. Questo ci permetterà di sviluppare tecniche terapeutiche in grado di migliorare le interpretazioni di carattere emotivo di queste persone
hanno concluso i ricercatori.

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