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Lo “switch” cerebrale: il cervello che si salva da solo

E' stato rilevato un caso in cui, a seguito della compromissione dell'emisfero sinistro in un ragazzo, le info sono state trasferite all'emisfero destro. 

ID Articolo: 139632 - Pubblicato il: 15 settembre 2016
Lo “switch” cerebrale: il cervello che si salva da solo
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Nel seguente articolo si riporta la storia eccezionale di un ragazzo bilingue, Alessandro Razvan Coviti, di origini rumene e residente in Italia da quando aveva sette anni, che perse l’uso della parola nel 2009 a seguito di un trauma cranico causato da un incidente stradale. 

La ricerca e l’esperienza di Alessandro

I ricercatori italiani, dell’Università di Udine, hanno scoperto che il cervello riesce da solo a compensare le mancanze di un emisfero attraverso un vero e proprio switch cerebrale.

La ricerca è stata dettagliatamente descritta sulla rivista Brain and Language (Marini A., Galetto V. Tatu K., Duca S., Geminiani G., Sacco K., Zettin M., 2016) dal titolo “Recovering two languages with the right hempisphere” ed è stata eseguita dalla già nominata Università di Udine e dal “Centro per il recupero cognitivo Puzzle”.
Nel dettaglio, il ragazzo nel 2009 a causa di questo incidente, dopo un mese di coma, si svegliò afasico, quindi perse l’uso della parola e dell’emisfero sinistro del cervello, nonché ebbe gravi difficoltà cognitive e motorie.

Dal 2011 al 2016 è stato sottoposto ad un programma di riabilitazione sperimentale attraverso il quale gli è stato possibile recuperare l’uso della parola.

Nello specifico si è analizzato con successo il totale trasferimento delle informazioni dall’emisfero sinistro a quello destro in seguito a un forte trauma cranico che ha provocato il completo spegnimento del primo.
(Rizzo C., 2016).

Messaggio pubblicitario L’aspetto incredibile di questa vicenda è che, nonostante la riabilitazione su cui i medici hanno lavorato riguardasse solo il recupero della lingua italiana, Alessandro ha recuperato anche l’uso della lingua rumena, dunque si è di fronte ad un recupero parallelo. I medici hanno in aggiunta osservato che per entrambe le lingue veniva utilizzata la stessa area dell’emisfero destro.

La riabilitazione sperimentale consiste nel sottoporre il ragazzo, dice Marini:

per tre giorni a settimana, dalle 9 am alle 5 pm, in un percorso riabilitativo consistente in un vero e proprio bombardamento di informazioni […]. A distanza di cinque anni dall’incidente il suo quadro afasico era diventato lieve, risultato davvero sorprendente in quanto l’emisfero sinistro del suo cervello non era attivo.
(Rizzo C., 2016).

Per verificare l’ipotesi che il responsabile del recupero parallelo delle due lingue fosse l’emisfero destro, è stata eseguita una risonanza magnetica funzionale per vedere così quali aree del cervello si attivassero a seguito di determinati stimoli e si notò così che c’era stato un trasferimento di informazioni dall’emisfero sinistro – quello danneggiato – all’emisfero destro – quello sano.
La conseguenza di questa riabilitazione è che ora

il ragazzo ha 26 anni, è ancora lievemente afasico, però parla, cammina servendosi di un bastone e non necessita di una sedia a rotelle.
(Rizzo C., 2016).

Conclusioni

Messaggio pubblicitario Questo caso ha dimostrato che l’emisfero destro svolge un ruolo importante, sennonché attivo, nel recupero della lingua in pazienti afasici, un vero e proprio “switch”.
È un caso che mette in evidenza come il nostro cervello abbia un’elevata capacità di riorganizzazione e grazie alla sua plasticità cerebrale può utilizzare i collegamenti cerebrali in modo vicariante.

Questo studio apre inoltre a nuove possibilità di riabilitazione per il recupero del linguaggio anche in altri casi di lesioni, come gli ictus.
Non va inoltre dimenticato, che questo caso offre speranze nel campo della sperimentazione della prevenzione di malattie neurodegenerative cercando di – come dice Rossini – direttore dell’Istituto di Neurologia dell’Università Cattolica di Roma: «intercettare i malati prima che il cervello esaurisca le sue riserve e che, quindi, la patologia si manifesti con i sintomi: la speranza, di conseguenza, è di aiutare i pazienti a bloccare oppure a rallentare il processo neurodegenerativo con i farmaci e con la riabilitazione.» (Arcovio V., 2016).

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