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Dipendenze patologiche e intervento metacognitivo: il modello transdiagnostico Self-Regulatory Executive Function

Secondo recenti concettualizzazioni il modello Self-Regulatory Executive Function (S-REF) può essere applicato anche alle dipendenze patologiche.

ID Articolo: 119269 - Pubblicato il: 17 marzo 2016
Dipendenze patologiche e intervento metacognitivo: il modello transdiagnostico Self-Regulatory Executive Function
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Il modello Self-Regulatory Executive Function (S-REF) è un modello transdiagnostico che sostiene che la psicopatologia si mantiente a causa di stili di coping maladativi, attivati e mantenuti a seguito di credenze metacognitive. Secondo recenti concettualizzazioni il modello S-REF può essere applicato anche alle dipendenze patologiche.

 

Il modello Self-Regulatory Executive Function (S-REF) e’ un modello transdiagnostico che sostiene che la psicopatologia si mantiente a causa di stili di coping maladativi, i quali vengono attivati e mantenuti a seguito di credenze metacognitive (Wells and Matthews, 1996).

L’architettura cognitiva del modello S-REF si struttura secondo tre livelli interdipendenti. Il primo livello consiste in un network di processamento dello stimolo trigger che opera al di fuori della consapevolezza e che genera contenuti mentali ed emotivi che poi divengono consapevoli (tra questi ad esempio l’ansia o pensieri negativi).

Il secondo livello consiste propriamente nella Self-Regulatory Executive Function, che consiste in un sistema di processamento volontario e conscio finalizzato al mantenimento di un’auto-regolazione cognitiva in risposta alle intrusioni. L’obiettivo della S-REF e’ quello di ridurre le discrepanza tra stati del sé desiderati e attuali. In condizioni adattive, l’attività della S-REF ha durata limitata in modo che l’individuo possa selezionare strategie di coping funzionali.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Il terzo livello è costituito dalla conoscenza metacognitiva, definibile come le conoscenze e le credenze riguardo la cognizione che possono avere sia contenuti positivi che negativi (ad esempio, “rimuginare è utile” oppure “Alcuni pensieri sono pericolosi”).

Secondo il modello, l’attivazione, il mantenimento e la cessazione della S-REF è influenzata sia dal primo livello (cioè da un processamento automatico) che dal terzo livello (cioè dalle credenze metacognitive).

Il prolungamento dell’attivazione della S-REF darebbe origine alla sindrome cognitivo-attentiva (CAS). La CAS consiste in un insieme di diverse forme di pensiero ripetitivo e perseverante, tra cui il rimuginio, la ruminazione, l’attenzione selettiva su stimoli minacciosi e strategie di coping disfunzionali, nonchè da comportamenti autoregolatori maladattivi (ad esempio evitamento e soppressione dei pensieri).

In generale, il modello S- REF enfatizza l’importanza dei processi che generano, monitorano e mantengono gli stati mentali intrusivi, piuttosto che focalizzarsi sul contenuto degli stessi (Wells, 2009). Tale approccio ha portato allo sviluppo di concettualizzazioni e protocolli di trattamento per diversi disturbi tra cui la depressione, il disturbo d’ansia generalizzato, il disturbo ossessivo-compulsivo e la fobia sociale.

 

L’applicazione del modello S-REF alle dipendenze patologiche: il modello metacognitivo trifasico dell’addiction

Secondo recenti concettualizzazioni (Spada, Caselli, Nikčević, Wells, 2015) il modello S-REF può essere applicato anche alle dipendenze patologiche (o addiction). Le dipendenze patologiche si caratterizzano per la difficoltà che le persone incontrano nel tentativo di resistere all’impulso di attuare un comportamento che garantisca gratificazione o sollievo nonostante una certa consapevolezza dei danni a medio e lungo termine. Secondo il modello metacognitivo la sindrome cognitivo-attentiva e le credenze metacognitive avrebbero un ruolo nelle diverse fasi temporali dell’addiction. Prendiamo l’esempio della dipendenza da nicotina.

In una fase di pre-uso i triggers, nella forma di impulsi, immagini, ricordi o pensieri attivano la S-REF e le credenze metacognitive per la selezione delle strategie di coping maladattive. Ad esempio, credenze metacognitive positive quali “Pensare a una sigaretta mi fa stare meglio” o negative “Non riesco a controllare i miei pensieri relativi al fumo” avviano un circolo vizioso tra elaborazione perseverante dei contenuti intrusivi ed escalation delle emozioni negative e del craving. Di conseguenza, aumenta la probabilità dell’uso e del comportamento patologico (fumare la sigaretta) allo scopo di regolare le emozioni negative e di evitare lo stato di discrepanza cognitivo-emotiva tra la condizione desiderata e attuale.

Nella fase di uso e attuazione del comportamento disfunzionale emergerebbero credenze metacognitive maladattive positive (“Fumare mi aiuta a controllare i miei pensieri, lo stress e le mie preoccupazioni”) accompagnate da una ridotta abitudine a monitorare i propri stati interni. Con il passare del tempo, un consolidamento del comportamento disfunzionale e un peggioramento della dipendenza, correlato a un aumento delle credenze metacognitive negative riguardo l’incontrollabilità della condotta patologica, come ad esempio “Solo il pensiero di fumare, mi porta a farlo”.

Nella fase di post-uso, infine, sarebbero presenti intrusioni emotivo-cognitivo-somatiche (quali ad esempio, stati emotivi negativi, colpa e sintomi di astinenza) che causano ruminazione, credenze metacognitive positive riguardo la ruminazione in questa fase (“Ruminare in questo momento mi aiuta a capire perchè fumo” ) e i successivi tentativi di soppressione dei pensieri. Di conseguenza si ha un peggioramento degli stati affettivi negativi e un aumento della probabilità di ri-attuazione del comportamento patologico a scopo autoregolatorio.

 

Evidenze empiriche a supporto del modello metacognitivo trifasico dell’addiction

Il modello metacognitivo trifasico delle dipendenze patologiche propone che gli aspetti centrali della sindrome cognitive-attenzionale, come ad esempio i bias attenzionali, il pensiero ripetitivo e perseverante (tra cui il pensiero desiderante, il rimuginio e la ruminazione), la disfunzionalità del monitoraggio metacognitivo e la soppressione dei pensieri siano correlati ai comportamenti di addiction e possano portare a conseguenze negative quali aumentati livelli di craving e di uso della sostanza.

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio In riferimento ai bias attentivi, diverse ricerche dimostrano che in diverse dipendenze patologiche, vi sarebbe un bias attentivo relativo alla sostanza che sarebbe direttamente proporzionale alla quantità e alla frequenza di uso della sostanza stessa (Field & Cox, 2008).

Riguardo il pensiero rigido e perseverante, molti studi ne dimostrano la presenza a livello transdiagnostico tra le diverse dipendenze patologiche: dal pensiero desiderante che è riscontrato nella dipendenza da nicotina, alcool e gambling (Caselli & Spada, 2010), alla ruminazione che sarebbe maggiore a un uso di alcool problematico (Caselli, Bortolai, Leoni, Rovetto, & Spada, 2008) e che porta a un aumento del craving nell’uso di alcool (Caselli et al., 2013) al rimuginio che è correlato all’uso di alcool in soggetti dipendenti da alcol.

Similmente, l’effetto paradossale della soppressione dei pensieri è stato riscontrato nella dipendenza da alcool (Klein, 2007), nella dipendenza da nicotina (Erskine et al., 2012) e nel gambling (Riley, 2014). Infine, credenze metacognitive maladattive sono state riscontrate nella fase di uso delle medesime dipendenze patologiche sopra citate (si vedano per esempio Nikčević&Spada, 2010; Spada et al., 2014; Spada, Caselli, & Wells, 2009; Lindberg, Fernie, & Spada, 2011).

 

Implicazioni cliniche del modello metacognitivo trifasico dell’addiction

A partire dalla concettualizzazione metacognitiva trifasica dell’addiction, sono seguite una serie di riflessioni riguardo l’applicazione della terapia metacognitiva al trattamento delle dipendenze patologiche.

Nella fase di pre-uso il target terapeutico principale sarebbe l’interruzione del pensiero perseverante e la modificazione delle credenze metacognitive disfunzionali, ad esempio attraverso – ma non solo – la tecnica della detached mindfulness. Nella successiva fase di uso, il focus principale sarebbe sul miglioramento del monitoraggio metacognitivo e di nuovo sul riconoscimento e modificazione delle crendenze metacognitive maladattive relative al comportamento disfunzionale (vedasi ad esempio l’utilizzo del Situational Attentional Refocusing – SAR, Wells, 2000). Infine, nella fase di post-uso si suggerisce l’utilizzo di tecniche simile alla fase di pre-uso allo scopo di modificare la ruminazione legata al comportamento disfunzionale e le relative credenze metacognitive.

A seconda della gravità e della cronicità delle dipendenze patologiche, nonché del livello di consapevolezza e compliance terapeutica del paziente, la terapia metacognitiva si configurerà in maniera differenziata con specifici obiettivi terapeutici.

 

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