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Le difficoltà degli psicoanalisti

Gli autori di uno studio hanno fatto una disanima di quello che accade nell'ambito della psicoanalisi in America. La situazione è apparsa loro drammatica.

ID Articolo: 105810 - Pubblicato il: 15 gennaio 2015
Le difficoltà degli psicoanalisti
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In ambito SITCC c’è un po’ la preoccupazione che la psicoanalisi sia alle porte, impegnata in una battaglia culturale e mediatica che ci possa sottrarre allievi, influenza, rilevanza scientifica e pazienti. L’impressione è che le cose non siano proprio così. In realtà, gli psicoanalisti se la passano piuttosto male, molto peggio di quello che pensiamo… almeno negli USA.

Questo è lo scritto di un tipo che da anni si porta la meritata nomea del più psicoanalista tra i cognitivisti. Mi trovo spesso a difendere le terapie psicodinamiche da attacchi ingiusti e fuorvianti e soprattutto dalla tendenza a trascurare il molto di buono che abbiamo appreso e apprendiamo da questa disciplina. Però di questi tempi ci sono altre riflessioni da fare. In ambito SITCC c’è un po’ la preoccupazione che la psicoanalisi sia alle porte, impegnata in una battaglia culturale e mediatica che ci possa sottrarre allievi, influenza, rilevanza scientifica e pazienti. L’impressione è che le cose non siano proprio così. In realtà, gli psicoanalisti se la passano piuttosto male, molto peggio di quello che pensiamo… almeno negli USA.
 
Che succede? Leggo l’articolo di Barber e Sharpless, On the future of psychodynamic therapy research, early online su Psychotherapy Research.

Messaggio pubblicitario  Gli autori fanno una disanima di quello che accade nel mondo americano. La situazione appare loro drammatica. Drammatica innanzitutto per la ricerca in psicoterapia in generale. In tempi grami economicamente la nostra ricerca è sempre meno finanziata, al contrario, ahimé, di quella sulle terapie farmacologiche (forse il vero avversario è lì, o almeno nella tendenza a dirigere i finanziamenti in tutto quello che abbia un sapore di neurobiologico). E questo è un guaio per tutti.

Il quadro per le psicoterapie dinamiche appare invece decisamente disastroso. I programmi di specializzazione in psicologica clinica completamente CBT crescono e quelli in cui l’insegnamento di teorie psicodinamiche è inesistente… crescono pure! Negli USA tra gli istituti di formazione in psicoanalisi più di un terzo è sull’orlo del fallimento.
 
Gli autori poi espongono le loro riflessioni su come potrebbero fare i ricercatori psicodinamici (almeno negli states) a fare le nozze con i fichi secchi, ovvero ricerca su processo ed efficacia con pochi fondi. Questo ci interessa meno, ad eccetto di un punto: notano l’importanza della collaborazione tra avversari, ovvero ricercatori di orientamenti opposti che fanno un trial insieme, in modo da evitare il cosiddetto allegiance effect (in parole povere: uno fa il tifo per il proprio orientamento e… ops… i risultati vengono proprio bene). Nel contesto del loro lavoro suona un po’ come un grido disperato, una richiesta di soccorso proprio a chi è in questo momento in posizione (percepita da loro) dominante, ovvero la CBT. Siamo nelle sabbie mobili, ci date una mano? Difficile che l’aiuto venga proprio da chi ha interesse ad affondarli, però scientificamente hanno ragione.
 
Ho trovato divertente che invece si lamentino dell’esposizione della psicoanalisi nei media (mi ricorda un po’ quello che scriviamo noi cognitivisti nei nostri dialoghi all’interno della Società di Terapia Comportamentale e Cognitiva). Sostanzialmente dicono che l’immagine della psicoanalisi è quella dei film di Woody Allen e dei Sopranos e si potrebbe fare di meglio. In verità peccano di ignoranza mediatica, perché lo spettatore moderno è scafato e si è visto In treatment e quello è uno psicoanalista moderno, che fa parecchi errori ma non è proprio scemo.
 
In parallelo, cosa che non facevo da tempo, mi sono spulciato le ultime uscite dell’International Journal of Psychoanalysis. E qui c’è da rabbrividire e i ricercatori psicoanalitici seri dovrebbero un po’ preoccuparsi di essere affiancati a certe teorie. Però, se non sei psicoanalista praticante (appunto, come chi scrive), più che da rabbrividire viene da sorridere.

Un breve florilegio di letteratura scientifica (per modo di dire) recentissimamente apparsa su questa rivista.

Tale Juan Francisco Artalotyia, spagnolo, propone una metapsicologia per la schizofrenia. Per fortuna leggo l’abstract da seduto, altrimenti il mio laptop, affettuosamente poggiato sulle ginocchia, avrebbe fatto una brutta fine! Ma come, ancora la metapsicologia? Non dicevano tutti che non esisteva più? Parla di un  paziente che sente le voci e si sente osservato e quindi, come Freud sosteneva, si delinea un circuito per la parola e uno per l’immagine, entrambi bloccati. Che vuol dire??? Però il paziente migliora. Meno male.
 
Bruce Reis parla di attaccamento e psicoanalisi. Qui possiamo tirare un sospiro di sollievo, l’argomento è sensato.
 
Gli italiani non ci deludono. A proposito, fateci caso, ci sono tanti psicoanalisti italiani che pubblicano su riviste internazionali. Colleghi: svegliatevi! Sono più attivi di noi!

De Masi (mi pare uno influente) e colleghi parlano di allucinazioni negli stati psicotici (a quanto pare non hanno mollato sulle spiegazioni psicoanalitiche della schizofrenia). Oh, questa è gente che non scherza. Gli autori postulano (ma si può dire postulano sulle riviste scientifiche?) che i fenomeni allucinatori rappresentino l’esito di un uso psicotico distorto della mente per lungo tempo. Nello stato allucinatorio la parte psicotica della personalità (sì, la chiamano così) usa la mente per generare sensazioni autoindotte e per raggiungere una particolare sorta di piacere regressivo. Qui mi viene da urlare: nooo! Ma come, un povero disgraziato che ha allucinazioni persecutorie se le fabbrica per provare piacere. E dai!

Poi il colpo gobbo: le allucinazioni visive si può dire che originino dal vedere con gli occhi della mente, le allucinazioni uditive dal sentire con le orecchie della mente. Io non ci sarei mai arrivato, troppo intelligenti per me. La conclusione dell’abstract è un’opera d’arte: Con il processo psicotico allucinatorio la mente può modificare il lavoro di un organo somatico come il cervello. Cartesio, ti fischiano le orecchie? Ci fai sapere?
 
Florent Poupart – che nome, già di suo meritava la pubblicazione – di Tolosa, ci parla dell’organizzazione isterica. Fa sempre interesse, diciamolo. La novità teorica sconvolgente è che l’essenza dell’isteria è l’ambivalenza verso la penetrazione nella sua forma passiva (desiderio vaginale). Una fantasia di penetrazione incorporea (sic) porta all’orgasmo e salva dall’ansia della distruzione dello spazio interno e dall’ansia di colpa che segue al climax desiderato. Sessuologi cognitivisti: vi volete svegliare!? La conclusione dell’abstract è deliziosa: il teatro privato nella nevrosi, così come l’occupazione e il condizionamento della mente nella psicosi (delirio di controllo) fungono da figurazioni psichiche della vagina. Propongo un premio erogato dalla SITCC a chi riesce a spiegarne il significato.
 
Sebastian José Kohon – non sembra ma è di Londra – scrive di Bion. Questo non riesco neanche a riassumerlo. Parla di barriera di contatto (conscio inconscio), elementi beta e pulsioni. Semplicemente incomprensibile.
 
Ora, sperando di avere mosso qualche sorriso, non mi sembra che da quelle parti siano messi bene.

Messaggio pubblicitario C’è un mondo psicoanalitico di teorici, ricercatori e clinici svegli e intelligenti – mai fatto mistero del fatto che ne condivido molti punti e per me sono fonte di continua ispirazione, che in questo momento sono al verde.

Le istituzioni si indeboliscono. Nel mainstream si alternano lavori teorici interessanti – ho saltato in modo del tutto intellettualmente disonesto molti articoli pubblicati nell’International Journal of Psychoanalysis che sono interessanti e sensati. Alcuni scritti da gente che fa pure buona ricerca, tipo quelli che testano i modelli psicodinamici per la cura dei disturbi alimentari – dicevo, si alternano lavori interessanti a delle robe fuori dal tempo che in certi momenti pensavo non esistessero più.
 
La domanda che mi faccio è: abbiamo davvero un, chiamiamolo così, avversario politico-culturale-economico, così potente minaccioso e influente, come lo poteva essere vent’anni fa. Oppure siamo un po’ nel clima del Deserto dei tartari di Buzzati, ci aspettiamo un assedio che non avverrà mai?
 
O forse il problema è che si danno pacchi di soldi per finanziare tutto quello che includa studi di neuroimmagini (che costano un botto) e ne basterebbe un decimo per finanziare studi di ricerca in psicoterapia che ai nostri pazienti servirebbero molto di più?

In ogni caso, a me sembra più interessante continuare a diffondere un paradigma cognitivista aperto, intelligente, scientificamente fondato sulla ricerca in psicoterapia, sulla conoscenza della psicopatologia sperimentale e della psicopatologia generale, mantenere le orecchie aperte al mondo esterno imparando da quello che le altre scuole ci possono insegnare – certo se stavamo a sentire Salkovskis, Wells, Clarke e non so chi altro l’importanza della relazione terapeutica e dei processi intersoggettivi ce la potevamo bellamente scordare – e fare ricerca attivamente, con minor timore che i ladri ci rubino in casa.
 
Poi da colleghi come Bateman, Fonagy, Kernberg, Barber, Leichsenring, Lingiardi, Colli, Gazzillo, Stern, Safran, Muran, abbiamo tanto da imparare.

 

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