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L’importanza del tiramisù (o sulle relazioni ai tempi di facebook)

Facebook: Se pubblico la mia sofferenza per un lutto quanto pesano 10 commenti e 7 mi piace? E che fine fa la nostra emozione se nessuno la raccoglie?

Di Valentina Davi

Pubblicato il 12 Feb. 2014

 

Riflessioni dalla lettura di

COSÌ È SE VI “APPARE”

facebook e i social network

di Cinzia Colantuoni e Sofia Stazzi

 

 

COSÌ È SE VI “APPARE”  facebook e i social network  di Cinzia Colantuoni e Sofia Stazzi. -immagine: locandina

Se pubblico la mia sofferenza per un lutto che ho subito, quanto pesano 10 commenti e 7 mi piace? E che fine fa la nostra emozione se nessuno la raccoglie? 

Patrizia si trovava qui – presso Virgin Active Palestra”. E adesso che lo sapete, scommetto che la vostra giornata ha subito una grande svolta. Se anche voi siete tra quelli che sentono il bisogno di documentare ogni attimo della propria vita su Facebook, postando aggiornamenti continui sui propri spostamenti, sui propri pasti, sulle proprie funzioni corporali, sui propri stati d’animo, provate a rispondere a questa domanda: perché?

I social network sono ormai una presenza costante e scontata nella nostra vita, ancor di più oggi grazie alla diffusione degli smartphone che ci permettono di essere collegati con gli altri e con il resto del mondo 24 ore su 24. Ne esistono innumerevoli, alcuni specifici per un dato pubblico: oltre a Facebook, Twitter, Google +, troviamo per esempio Anobii per gli amanti della lettura, Myspace per gli artisti, Linkedin per i professionisti…; ma tutti hanno lo stesso scopo: facilitare le relazioni sociali e la condivisione.

In “Così è se vi appare”, libretto simpaticamente illustrato da Recanatini, due psicoterapeute della Gestalt Psicosociale, Cinzia Colantuoni e Sofia Stazzi, sezionano il fenomeno social network, in particolare Facebook, analizzandone il funzionamento, fornendone le istruzioni per l’uso, riflettendo sui suoi pro e  contro.

Sebbene il libro sia stato pubblicato nel 2011 e quindi in alcune parti sia un po’ datato (a dimostrazione di come questi strumenti si modifichino mostruosamente in fretta), gli interrogativi che pone sono ancora attualissimi: in che modo è cambiato il nostro modo di relazionarci e di comunicare con gli altri?

Facebook è come un enorme Cafè: una volta all’interno ci si tiene aggiornati sulle ultime notizie (attraverso i post delle pagine che seguiamo) e le si commenta o condivide affinché anche altri possano venirne a conoscenza; ma si ha anche la possibilità di osservare le persone attraverso i loro profili, di ascoltare quello che hanno da dire attraverso i loro post e se vogliamo è possibile inserirsi nelle loro conversazioni, anche non in tempo reale, commentando o cliccando mi piace. Condivisione e relazione.

Ma qual è la natura delle relazioni che instauriamo? La parola d’ordine su Facebook sembra essere (o è?) VISIBILITÀ: tutti sanno tutto di tutti, tutti sanno quello che noi vogliamo che sappiano (che spesso è, appunto, tutto). Per esempio, anziché la chat privata molte volte si preferisce scrivere direttamente sulla bacheca degli amici o sulla propria taggando i contatti interessati, in modo che tutti, compresi i non coinvolti nel post, possano leggere quello che scriviamo. Vi siete mai chiesti perché?

E qual è la natura delle nostre condivisioni? Perché sentiamo il bisogno di aggiornare gli altri su quanto accade fuori e dentro di noi?

Oggettivamente, chemefregaame se ieri sera sei andato a cena e ti hanno portato un cazzo di tiramisù?” scrive un mio amico su Facebook. E a me che me ne frega che a te non te ne frega che ieri sera ho mangiato il tiramisù? potrebbe ribattere il diretto interessato!

Da dove nasce questa necessità di far sapere al mondo intero cosa facciamo e cosa pensiamo? È davvero solo una vetrina narcisistica, una gara a “verificare quanto siamo popolari ed interessanti agli occhi degli altri”? E cosa succede se scriviamo qualcosa e non otteniamo neanche un misero mi piace? Come ci sentiamo? Cosa significa per noi? Che fine fa il nostro pensiero se nessuno lo raccoglie? Arriviamo a cancellare il post?

Ha forse ragione chi commenta che “anche il tiramisù è comunque condivisione, seppur di infimo livello. Quando non si hanno idee degne di tal nome o fatti che meritano di esser raccontati, anche un tiramisù può venir bene allo scopo di far interessare qualche cristiano alle proprie “epiche” gesta per una manciata di secondi.” ?

Ma Facebook non raccoglie solo i nostri pensieri, è anche una finestra sulle nostre emozioni: “Fai sapere come ti senti”. Ed ecco che la bacheca si anima di emoticon che dovrebbero comunicare agli altri il nostro stato d’animo. Perché? Cosa ci spinge a pubblicare come ci sentiamo in un dato momento? Cosa ci aspettiamo dagli altri? Che fine ha fatto la dimensione privata di certe emozioni? Se pubblico la mia sofferenza per un lutto che ho subito, quanto pesano 10 commenti e 7 mi piace? E che fine fa la nostra emozione se nessuno la raccoglie? 

Tante domande a cui è impossibile dare un’unica risposta perché le ragioni che ci spingono a relazionarci in un certo modo e condividere determinati pensieri o emozioni non sono univoci, ma sarebbe interessante se per un attimo ci fermassimo a riflettere sul motivo per cui utilizziamo i  social network in un dato modo piuttosto che in un altro.

Poi, qualunque sia la ragione che vi spinge a farlo, l’importante è che clicchiate mi piace su questo articolo e lo condividiate.

 

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Valentina Davi
Valentina Davi

Coordinatrice di redazione di State of Mind

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