Risposta alla lettera di Chiara Atzori “Ma esistono ex gay contenti di esserlo”

Risposta degli PSICOLOGI ARCOBALENO - ARCIGAY TORINO alla lettera di Chiara Atzori “Ma esistono ex gay contenti di esserlo” pubblicata su LA STAMPA, 5/11/13

ID Articolo: 36931 - Pubblicato il: 18 novembre 2013
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Riceviamo e pubblichiamo un comunicato del Gruppo Psicologia Arcobaleno di Arcigay di Torino in risposta a una lettera della dott.ssa Atzori pubblicata sulla Stampa «Ma esistono ex gay contenti di esserlo» Chiara Atzori (La Stampa, 5-11-2013).

Noi di “State of Mind” concordiamo e appoggiamo il contenuto del comunicato del Gruppo Psicologia Arcobaleno, soprattutto nel non considerare malattia le preferenze sessuali di tipo omosessuale. E quindi nel non considerarle condizioni da curare. In questo senso alcune opinioni della dottoressa Atzori, in particolare la sua fiducia verso il concetto di terapia riparativa del dottor Joseph Nicolosi, ci lasciano perplessi.

Tuttavia, aggiungiamo una nota di lieve dissenso verso il tono un po’ troppo deciso con cui sono state espresse alcune delle convinzioni del Gruppo Psicologia Arcobaleno di Arcigay di Torino. Comprendiamo il timore che può generare il termine “terapia riparativa” e i riflessi automatici che queste parole possono comportare. Tuttavia anche noi terapeuti abbiamo i nostri timori e i nostri riflessi condizionati. In particolare, desideriamo sempre poter lavorare in totale autonomia e senza influenze esterne, di ogni tipo. A ogni terapeuta va assicurata la possibilità di valutare sempre in piena libertà e laicità la richiesta di ogni suo paziente, e di proporre e discutere con i pazienti gli obiettivi terapeutici ritenuti più funzionali per il benessere psicologico. Tra questi obiettivi ci sono sicuramente molto spesso l’aiuto e l’incoraggiamento che va dato a molti gay nella direzione di accettare e vivere la loro omosessualità senza vergognarsene. Può però capitare anche che alcune persone chiedano legittimamente di essere aiutate a costruire una scelta a partire da preferenze e desideri complessi e non facili da decifrare con immediatezza, in cui non c’è una chiarissima prevalenza verso una determinata direzione. Tra questi scenari esiste naturalmente anche quello di colui e/o colei che, partendo da spontanei desideri sia etero- che omo-sessuali e avendo davanti a sé realistiche possibilità di costruire sia una scelta etero-sessuale che omo-sessuale, espressamente chieda consiglio e aiuto verso la scelta etero-sessuale, per ragioni che -dopo accurato accertamento clinico- non sembrano essere dettate da timori e/o ansie. E’ ragionevole proteggere anche la libertà del clinico di optare per questo eventuale obiettivo, di counseling o anche di terapia. Ribadendo che questo ragionevole obiettivo è qualcosa di molto diverso da una irricevibile richiesta di essere aiutati a fingersi etero-sessuali per vergogna e timore dello stigma sociale. Naturalmente siamo consapevoli che, al momento, le influenze sociali di tipo omofobico sono quelle di gran lunga prevalenti e che fanno più male. A State of Mind cerchiamo di essere aperti e di non dimenticarci mai che, al di là delle giuste posizioni antidiscriminatorie, esiste la sofferenza della persona. E a tutti i tipi di dolore di una società non perfetta e non perfettamente giusta dobbiamo dare ascolto.

La redazione

 

Risposta degli PSICOLOGI ARCOBALENO – ARCIGAY TORINO alla lettera di Chiara Atzori “Ma esistono ex gay contenti di esserlo” pubblicata su LA STAMPA il 5 novembre 2013

15 novembre 2013 ore 10.55

Come Gruppo Psicologi Arcobaleno di Arcigay Torino ci teniamo prima di tutto a precisare che in nessun caso la formazione e le competenze di uno psicoterapeuta possono essere sostituite dall’aver scritto la prefazione a qualunque testo. Già perché la Dott.ssa Chiara Atzori, infettivologa e non psicoterapeuta, parla di una qualche forma di psicoterapia riparativa senza averne titolo. Come se non bastasse, le prefazioni dei libri cui fa riferimento si riferiscono alle pubblicazioni di Joseph Nicolosi, fondatore del NARTH (ricordiamo che questa sigla sta per “Associazione Nazionale per la Ricerca e Terapia dell’Omosessualità” quindi non si capisce lo stupore della dottoressa quando afferma che è stata erroneamente identificata come sostenitrice delle terapie riparative). Ci vuole un bel coraggio ad utilizzare la propria autorevolezza di medico per trasmettere pubblicamente dei messaggi che non hanno alcun fondamento scientifico, perché le posizioni “avanzate” da Nicolosi, personaggio col quale la Dott.ssa Atzori sembra vantarsi di aver collaborato, non sono mai state accettate dalla comunità scientifica, la quale non ha mai trovato prove che attestino l’efficacia del suo trattamento. Nel 2009 organismi come l’American Psychological Association (APA) e l’American Psychiatric Association insieme al Royal College of Psychiatrists hanno dichiarato che non vi è alcuna prova scientifica secondo cui l’orientamento sessuale possa essere modificato. In particolare, per quanto riguarda l’Italia, le terapie riparative promosse da Nicolosi sono state oggetto di una presa di posizione dell’Ordine Nazionale degli Psicologi Italiani che, rifacendosi ai principi del proprio Codice Deontologico, ha espresso una valutazione per cui lo psicologo non può prestarsi ad alcuna “terapia riparativa” dell’orientamento sessuale di una persona, in quanto andrebbe contro i principi espressi dal Codice stesso, non essendo l’omosessualità una psicopatologia (il link alla dichiarazione dell’Ordine contro le terapie riparative è http://www.psy.it/archivio/allegati/2008_01_08.pdf).

Forse qualcuno è rimasto bloccato nel tempo, mentre il dovere di un professionista della salute (mentale e non) è quello di tenersi sempre aggiornato rispetto agli argomenti che intende trattare. Risale ormai a più di dieci anni fa la ricerca condotta da Shidlo e Shoeder (2001)i dove i dati più significativi emersi dalle interviste hanno rivelato il ricorso di molti clinici a descrizioni dell’omosessualità come disturbo mentale, condizione innaturale o addirittura inesistente, nonostante questo orientamento sessuale sia stato derubricato dal DSM nel 1973. Solo il 17% dei clinici sembrava esplicitare la possibilità di prendere in considerazione altri tipi di trattamento (affermativi). Questa condotta da parte dei professionisti costituisce violazione delle linee guida istituzionali mediante forme di coercizione psicologica, soprattutto fra i partecipanti a percorsi di conversione proposti da università religiose o organismi a essa affiliatiii. In poche parole, queste persone stanno peggio, per questa ragione invitiamo la Dott.ssa Atzori a portarci testimonianza di tutti gli “ex-gay contenti di esserlo” magari impegnandosi in una ricerca che riporti numeri scientificamente significativi. Siamo convinti che quando Antonio Gramsci sottolineava l’esercizio della egemonia culturale in una società civile si auspicasse di poter far crescere questa cultura sopra solide fondamenta scientifiche, non sulle ideologie o sulla religione. Ed ecco che leggiamo la lettera della Dott.ssa Atzori, mentre la percentuale di suicidi per omofobia fra gli adolescenti italiani cresce qualcuno ha ancora il coraggio di rivendicare la libertà di opinione. Ma quando un ragazzino si lancia nel vuoto dal tetto di un palazzo lasciando un biglietto dove testimonia il suo disagio nei confronti del proprio orientamento sessuale, quante opinioni si possono avere in merito? È possibile che i giovani di oggi crescano ancora con il timore di essere maltrattati, discriminati, picchiati, derubati, insultati ed isolati perché omosessuali? E chi contribuisce a questo stigma anche in modo indiretto? Queste sono le domande cui è urgente dare risposta. Ammesso e non concesso che il tema effettivo per il quale la professionista fosse stata invitata dall’Istituto Faà di Bruno fosse veramente “Domande e risposte sull’omosessualità” l’unica vera domanda alla quale dovrebbe rispondere la Dott.ssa Atzori è se veramente nel 2013 sia ancora convinta che l’omosessualità possa considerarsi una malattia. Già perché da quanto scritto nella sua lettera profondamente e radicalmente contraddittoria in ogni suo punto (senza contare i riferimenti errati alla disciplina psicoanalitica) si denotano gravissime lacune conoscitive e una tremenda confusione, il tutto condito da uno straordinario abuso di stereotipi sociali. Occorre quindi dire in modo chiaro e inequivocabile che l’orientamento sessuale non è connesso in alcun modo a sintomi o sindromi psicopatologici, né determina disturbi o conseguenze negative (Cabaj, Stein, 1996). La sofferenza, anche psicopatologica è procurata alle persone omosessuali dall’oppressione sociale e dallo stigma, dalle colpevolizzazioni indotte da visioni religiose intolleranti e da leggi discriminanti. È questa svalorizzazione, agìta nel contesto familiare, scolastico, lavorativo, ad attaccare i nuclei più intimi dell’autostima e della sicurezza che ogni persona deve vedere rispettati nell’interazione sociale (Pietrantoni 1999)iii. A tal proposito l‘APA ha pubblicato un report nel quale, a seguito di una completa rassegna della letteratura scientifica, viene evidenziato come l’idea che l’orientamento sessuale possa essere cambiato attraverso una terapia non ha alcun fondamento scientifico. Sarebbe inoltre interessante guardare il documentario “Abomination: Homosexuality and Ex-Gay Movement” a cura dell’Association of Gay and Lesbian Psychiatric, un documentaio che raccoglie le testimonianze di “ex-pazienti” delle cosiddette “terapie riparative” e alcune interviste rilasciate da clinici e ricercatori appartenenti all’American Psychiatrics Association e all’American Psychological Association. Lo scopo principale di questo documentario è quello di mettere in luce le false speranze che il movimento ex-gay offre a quanti si trovino in conflitto (egodistonia) con il proprio orientamento sessuale.

Ribadendo la premessa secondo cui è assurdo parlare di legittimità psicoterapica con chi psicoterapeuta non è affatto, andiamo direttamente al nocciolo della questione. Si può scaricare tutta la responsabilità di una scelta terapeutica sul malcontento manifestato da un paziente rispetto al proprio orientamento sessuale? Quanti eterosessuali esistono non contenti della propria eterosessualità nella società in cui viviamo? Nessuno. La Dott.ssa Atzori si riferisce alla vecchia distinzione fra omosessualità egosintonica e omosessualità egodistonica, rivendicando il diritto di poter “lavorare” in modo correttivo sulle persone che non si dichiarino contente di essere quello che sono, non facendo quindi un’attenta analisi della domanda, dando informazioni errate e non esplicitando che l’egodistonia possa invece derivare dalle forme di omofobia sociale e interiorizzata vissuta dal paziente. È quindi molto importante che ogni terapeuta affermi fortemente il dovere di dichiarare immediatamente al proprio paziente l’impossibilità per chiunque di modificare l’orientamento sessuale (omosessuale o bisessuale) nel momento in cui dovesse riceverne richiesta. Piuttosto sarebbe necessario lavorare su vari fronti come quello dell’omofobia interiorizzata o su quello dell’autostima per aiutarli ad accettarsi in una società (quella italiana) che non ha ancora imparato ad essere accogliente, facendo loro capire che la fonte del disagio non è insita in loro ma è frutto di una cultura arretrata e poco inclusiva, spaventata da ciò che non conosce o che non è in linea con le aspettative ideologiche o religiose. Ma ormai abbiamo seri motivi per dubitare che dietro questo tipo di scelte terapeutiche siano più forti gli ostacoli mentali e i credo religiosi di molti terapeuti, piuttosto che l’effettiva disponibilità dei pazienti che non vivono bene la propria omosessualità ad accettarsi.

A questo punto ci domandiamo a quale codice deontologico faccia riferimento la Dott.ssa Atzori. Non certo a quello degli Psicologi Italiani, per il quale, all’articolo 4: “Nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socioeconomico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità.” La spiritualità, che ciascun terapeuta è libero di vivere nel modo a sé più congeniale, non può, in nessun modo, scontrarsi con il proprio agire professionale. Il sopra citato art. 4 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani, punto di partenza per l’individuazione di corrette prassi che lo psicoterapeuta contemporaneo è chiamato ad osservare, fa riferimento al rispetto di quei diritti fondamentali sanciti dalla stessa Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. L’ispirazione democratica irrinunciabile – di cui il codice deontologico nel suo insieme e l’art. 4 in particolare sono portatori – ci porta a sostenere la necessità di non incorrere in un relativismo ipocrita che sotto le mentite spoglie del confronto culturale “aperto” tra colleghi ponga sullo stesso piano posizioni ideologiche esplicite e prassi terapeutiche implicite (non sempre dichiarate, forse perché non sempre dichiarabili) che presentino evidenti ricadute negative sul piano etico e deontologico. 

Il confronto culturale non può prescindere dal rispetto di norme fondanti, democratiche e laiche, autonome rispetto a condizionamenti ideologici, morali o religiosi, di qualunque provenienza essi siano. 

Riteniamo dunque che la comunità LGBT italiana meriti delle scuse sincere non solo per quello che ha detto la Dott.ssa Atzori, ma per la mancata consapevolezza rispetto al peso che assumono le parole di un professionista della salute (in questo caso non “mentale”) che all’inizio della sua carriera ha fatto un giuramento, il giuramento di Ippocrate, che nella sua versione moderna al secondo punto riporta la seguente voce: “[Giuro] di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell’uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale”.

PSICOLOGI ARCOBALENO – Arcigay Torino “Ottavio Mai”

Pagina Facebook: Psicologi Arcobaleno – Progetto Evelyn Hooker

Indirizzo Email: psico@arcigaytorino.it

NOTE:

iRicerca condotta tra il 1995 e il 2000. Sono state effettuate 150 interviste strutturate a persone che si erano sottoposte a terapie riparative con professionisti della salute mentale per almeno sei sedute, per valutare le percezioni di questi durante il percorso affrontato. 

iiRigliano P., Ciliberto J., Ferrari F. (2012), “Curare i gay? Oltre l’ideologia riparativa dell’omosessualità” Raffaello Cortina, Milano 

iiiPietrantoni L. (1999), “L’offesa peggiore. L’atteggiamento verso l’omosessualità: nuovi approcci picologici ed educativi.” Edizioni, del Cerro, Tirrenia.

 

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