Stigma: un grande ostacolo per la prevenzione del suicidio – Workshop – Roma

Stigma: un grande ostacolo alla prevenzione per il suicidio. Workshop 10 - 11 settembre 2013, Azienda Ospedaliera Sant'Andrea - Roma

ID Articolo: 33836 - Pubblicato il: 09 settembre 2013
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Stigma: un grande ostacolo per la prevenzione del suicidio

10 – 11 settembre 2013, Azienda Ospedaliera Sant’Andrea – Roma

 

ARTICOLI SU: STIGMA

 

Istinto di sopravvivenza e spinta anticonservativa

 

Paolo Cianconi, medico specialista in psichiatria, Casa Circondariale di Regina Coeli di Roma, RMa

 

Con il termine istinto si intendono due concetti: la spinta e la sua qualità innata. L’istinto è la tendenza intrinseca di un organismo vivente a eseguire delle istruzioni comportamentali non deliberate ponderatamente. Gli istinti sono comportamenti automatici che non sono frutto di apprendimento e di scelta personale. Peculiare dell’azione istintiva è la mancanza di base esperenziale su cui giustificare l’azione, come se il tutto derivasse da una caratteristica insita nel patrimonio genetico.

Un istinto deve essere presente negli individui della stessa specie. Le azioni complesse derivate da una spinta istintuale sono così primigenie per il portatore che esse spesso avvengono senza che sia sempre evidente uno scopo.

L’istinto di sopravvivenza è un mistero con cui non solo le neuroscienze si confrontano oggi. Non abbiamo una spiegazione di cosa sia che ci mantiene in vita.

Secondo la teoria darwinista discussa da Dawkins nel libro il “Gene egoista” l’istinto di sopravvivenza sarebbe il prodotto di una volontà di alcuni geni istruttori. La tesi che sostiene Dawkins è che i geni non sono trasmessi a caso o selezionando ciò che serve alla specie (noi o un altro essere vivente), al contrario essi si auto-selezionano secondo ciò che è utile per i loro stessi interessi (interesse del DNA) e non necessariamente seguendo l’interesse dell’organismo. Secondo questa versione il vero organismo vivente è il DNA, non noi; un organismo replicante che vive da millenni in condizioni di concorrenza spietata per le risorse, insieme ad altri proto-replicatori.

I fenotipi, ovvero noi, che viviamo una realtà materiale e percorriamo una vita di alcune decine di anni, siamo dei semplici portatori. Vale a dire che noi siamo strutture virtuali che servono a trasportare il DNA attraverso i millenni. I nostri gruppi, le nostre società, tutta la cultura che è stata prodotta, le centenarie concezioni filosofiche e religiose che abbiamo creato non sono altro che strumenti per assicurare la replicazione della vera realtà, quella genetica.

Visto in questo modo l’istinto di sopravvivenza non solo non sarebbe dell’individuo, ma non sarebbe nemmeno un prodotto del nostro mondo reale. L’istinto di sopravvivenza svela la sua natura di collante che affiora dal livello molecolare, una proprietà emergente che ci costringe al nostro compito, ovvero traghettare di generazione in generazione un entità viva non autocosciente: il DNA della specie.

La definizione che abbiamo di istinto di sopravvivenza è fortunatamente meno distopica: si tratta di un istinto naturale che comprende fenomeni mentali (attività cognitiva ed emotiva, il formulazione di pensieri, creare significati, organizzare moralità) e comportamentali complessi tesi alla conservazione della vita del soggetto. La spinta alla sopravvivenza è detta spinta conservativa1. Contro questa condizione di permanenza in vita si sviluppano, nelle specie, le spinte anticonservative (lo scontro, l’autolesionismo, il sacrificio). La principale spinta all’annullamento, elevata simmetricamente contro la vita, è comunemente nota con il nome di pulsione al suicidio. Ma il suicidio umanisticamente parlando è un fenomeno che irrompe nella vita con una eterogeneità disarmante.

Ieri due ragazze si sono chiuse in macchina in una pietraia e hanno tentato di uccidersi insieme. Nelle loro parole è presente la pericolosa istantaneità dei tempi postmoderni2, in cui ci si gioca tutto per ciò che si sente, impulsivamente, nel vuoto, senza scopi. La crisi economica è stata associata al suicidio di molti piccoli imprenditori, la prigione è connessa a un tasso di pericolo molto alto. Persino il bullismo ha fatto delle vittime. E ancora: il suicidio è una forma di protesta o lotta contro il potere (Tibet), è parte di pratiche culturali per conservare l’onore, ha caratterizzato alcuni fenomeni di massa (veterani, millenarismi). E infine i disturbi psichici sono notoriamente connessi con il suicidio. La psichiatria è stata spesso chiamata in causa per fornire spiegazioni su questi eventi limite. Ma non solo la psichiatria si confronta con fenomeni così eterogenei; non è solo la follia che conduce ai suoi gesti estremi un’esistenza. Il suicidio è un fenomeno alquanto complesso i cui confini sociali, antropologici e medici sono continuamente costretti a confrontarsi con realtà decorrenti e ineguali, a ogni singolo nuovo episodio.

 

 

Bibliografia

  • Cianconi, P.; Addio ai confini del mondo, FrancoAngeli, 2011
  • Dawkins, R.; (1979), Il gene egoista, Mondadori, Milano.
  • Gazzaniga M.; (2011), Chi comanda? ed Codice Torino, 2012

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