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Segal all’ EABCT 2012: Neuroscienze e Mindfulness – Opening Lecture

Segal all' EABCT: è la Mindfulness il nuovo Paradigma Cognitivo? Il connubio tra mindfulness e neuroscienze è il nuovo che avanza?

Di Giovanni Maria Ruggiero

Pubblicato il 30 Ago. 2012

Aggiornato il 06 Set. 2012 12:41

EABCT 2012 – (29/08) OPENING LECTURE – ZINDEL SEGAL 

EABCT 2012 Geneva - Segal - Opening Lecture - Opening Ceremony

Segal all’EABCT: è la Mindfulness il nuovo Paradigma Cognitivo?

Quando un paradigma scientifico è maturo, si va ai congressi per aggiornarsi, ricevere stimoli e chiarirsi le idee. Quando invece si imboccano percorsi di svolta e momenti di crisi le idee si confondono.

E da qualche anno i congressi di terapia cognitiva offrono un quadro appunto più confuso (epperò anche meno monotono) rispetto a quello della golden age della terapia cognitivo-comportamentale standard, che situerei negli ultimi decenni del secolo scorso.

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In quell’epoca classica e felice aggiornarsi significava conoscere nuove credenze cognitive distorte, apprendere nuovi bias la cui disputazione e ristrutturazione andava poi ad arricchire il proprio strumentario clinico. Poi l’età dorata è finita ed è iniziato quello che potremmo forse chiamare semplicemente il casino.

Le rotte si sono moltiplicate (troppo!) e sfilacciate (spesso!), nuove ondate di saperi clinici non sempre compatibili tra loro si sono abbattute sui terapeuti lasciandoli spesso più confusi e disorientati dei pazienti che pretendono di curare. In breve, è andato in crisi un modello di sviluppo che prevedeva che, man mano che si scoprivano nuovi contenuti cognitivi patologici aumentasse l’efficacia terapeutica e si moltiplicasse il numero di disturbi emozionali che rispondevano felicemente alla terapia cognitiva.

Con il nuovo secolo l’interesse si è spostato sui processi cognitivi, sulle variabili metacognitive, sulle emozioni, sulle componenti evolutive, sugli interventi neo-comportamentali di riaddestramento dell’attenzione e su tante altre cose. Si è parlato ora di accettazione, ora di compassione, ora di metacognizione, ora di mindfulness. Tutto questo non si è incanalato in un unico nuovo paradigma, ma in molteplici ondate di nuovi saperi clinici che si sono accavallate disordinatamente. Soprattutto a metà degli anni zero del nuovo secolo i congressi sono diventati a volte campi di battaglia tra fautori dei nuovi e vecchi modelli, con scontri personalistici che ci hanno insegnato qualcosa su come veramente si sviluppa la scienza.

Ieri è iniziato il 42esimo congresso annuale della EABCT, la European Society of Behaviour and Cognitive Therapy. Una buona occasione per tentare di farsi un’idea delle linee di sviluppo scientifiche e cliniche che si aprono davanti alle terapie cognitive e comportamentali. Cosa c’è di nuovo?

Di nuovo c’è che, dopo quasi dieci anni di incremento della complessità e della confusività dell’offerta, per la prima volta forse si assiste a una semplificazione. La polvere della battaglia si dirada e sul campo di questo congresso rimangono meno combattenti. Non sono i vincitori della guerra, ma di questa battaglia. Scorrendo il programma del congresso, notiamo che campeggiano la mindfulness (vera dominatrice, almeno secondo le mie impressioni), alleata a qualcosa che inizia a chiamarsi il modello neuropsicoterapeutico.

In seconda linea ma baldanzosa avanza la ricerca sui processi cognitivi (soprattutto sull’attenzione e la memoria di lavoro). C’è poi la vecchia guardia delle credenze cognitive, difesa dall’intolerance of uncertainty e anche dal need of control (pallino del nostro gruppo di ricerca). Meno rappresentate di un tempo le linee della acceptance and committment therapy e della metagnizione alla Wells. Però (e finalmente) si presentano a questo congresso altri modelli metacognitivi diversi da quello di Wells. La schema therapy è difesa dagli olandesi che -a leggere gli abstract- porteranno i loro dati di efficacia sempre più solidi, ma (forse) non troppe novità cliniche e non nuovi sviluppi di questo modello. Intendiamoci: più che sconfitti, questi modelli sono migrati e si sono costruiti dei nidi personali, ovvero proprie società e propri congressi. Il tempo dirà se questa strategia è vincente. Ma di tutto questo parleremo nei prossimi articoli che State of Mind produrrà durante il congresso.

 

“Psychotherapy and neuroscience: a promising union” Zindel Segal EABCT 2012In questo primo articolo da Ginevra commento concisamente il discorso di apertura del congresso EABCT affidato a Segal, intitolato “Psychotherapy and neuroscience: a promising union”.

Segal ha passato in rassegna alcuni risultati della ricerca sugli indici di modificazione neurocerebrale correlati al cambiamento psicoterapeutico ed è riuscito a dare l’impressione che questa strada stia iniziando a dare i primi frutti. Non si tratta più di far vedere zone cerebrali più o meno colorate in pazienti ed ex pazienti (immagini che spesso mi parevano in rapporto con la psicoterapia come una foto della Francia dalla Luna è in rapporto con una passeggiata sul lungosenna a Parigi), ma si sta iniziando a trovare indici neuroscientifici di funzioni mentali che si modificano in psicoterapia. Il livello di informazione mi pare ancora basso, ma almeno non si ha più l’impressione di vedere fotografie scattate dallo spazio vuoto.

Tuttavia il vero interesse di Segal mi è sembrato essere diretto verso qualcosa che non era citato nel titolo della sua presentazione: la mindfulness. Voglio dire, dopo un po’ è diventato chiaro che i dati neuroscientifici scelti di Segal descrivono funzioni mentali di tipo attentivo e processuale che sono tipicamente quelli che si modificano in seguito a trattamenti di mindfulness. Ovvero, un incremento delle capacità di elaborazione non automatizzata e non distorta da bias attenzionali e della memoria di lavoro, ma focalizzata sul presente, sul qui e ora elaborato con il minimo indispensabile di routine cognitive già apprese e con la massima disponibilità a un sorta di innocenza aperta e priva di pregiudizi e preconcetti.

Non basta. Se Segal avesse fatto solo questo, avrebbe fatto molto, ma in fondo si sarebbe limitato a produrre una delle tante increspature che vanno a comporre il dorso ancora (molto) informe della terza ondata. A mio parere l’operazione di Segal è più ambiziosa. Collegando neuroscienze e mindfulness e definendo la mindfulness come il bacino che può comprendere e contenere tutto il coacervo di interventi processuali a cui in fondo si riduce la terza ondata, Segal si propone di riuscire ad essere la nuova mano ordinatrice che davvero stabilisce i confini di un nuovo paradigma.

Ovvero, Segal col termine mindfulness non indica più un singolo intervento specifico, che sia la accettazione o la compassione o la validazione emotiva, ma di una vera categoria onnicomprensiva, così come onnicomprensivo era il concetto di interpretazione e ristrutturazione cognitiva di credenze distorte proposto da Beck. Categoria che si propone di diventare il descrittore dell’unico e vero processo terapeutico che starebbe alla base del cambiamento del paziente. Perché la mindfulness sembra avere non dico più possibilità, ma più fascino della metacognizione -concetto potenzialmente altrettanto onnicomprensivo- è un altro discorso, troppo lungo da affrontare qui (ma una parola si può dire: la metacognizione è ancora legata al vecchio paradigma logico e razionalistico della ristrutturazione cognitiva; la mindfulness no).

Tom Borkovec, Sandra Sassaroli & Giovanni Maria Ruggiero @ EABCT 2012 - Geneva
Da sinistra: Sandra Sassaroli, Giovanni Maria Ruggiero e Tom Borkovec @ EABCT 2012 - Geneva - Opening Ceremony

E inoltre questa categoria, a differenza di altre, ha pure una base neuroscientifica ed elimina così una volta per tutte un vecchio complesso di inferiorità della psicoterapia rispetto alla medicina; finalmente avremo la nostra anatomia patologica al posto delle bislacche sindromi descrittive del DSM!

Quando ho proposto questa mia idea a Tom Borkovec durante il cocktail che seguiva la conclusione della cerimonia d’apertura, lui si è mostrato abbastanza d’accordo, tenendoci però a sottolineare che ci sono tante strade per arrivare a questo stato mentale non patologico.

Vero, però ho l’impressione che Segal stia suggerendo che ci possono essere tante strade, ma che l’esito sia uno solo: la mindfulness.

E in questo modo, pur nel rispetto delle varie possibili varianti, si crea un nuovo ombrello clinico e concettuale: la mindfulness based cognitive therapy.  

 

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Giovanni Maria Ruggiero
Giovanni Maria Ruggiero

Direttore responsabile di State of Mind, Professore di Psicologia Culturale e Psicoterapia presso la Sigmund Freud University di Milano e Vienna, Direttore Ricerca Gruppo Studi Cognitivi

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