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Psicologia & Letteratura: Le visioni di David Foster Wallace

Un viaggio nella mente e nelle opere di David Foster Wallace, genio della letteratura americana e personaggio di culto suicidatosi nel 2008

ID Articolo: 7000 - Pubblicato il: 15 marzo 2012
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Un viaggio nella mente e nelle opere di David Foster Wallace, genio della letteratura americana e personaggio di culto  suicidatosi nel 2008

David Foster Wallace. - Immagine: Licenza Creative Commons CC-BY-SA-2.0. Fonte:  Wikipedia Italia

David Foster Wallace

Cos’hanno in comune un pappagallo che recita sermoni cristiani su una tv via cavo, un depresso che induce al suicidio l’analista, un focomelico che utilizza il proprio moncherino come strumento di ricatto per portarsi a letto le donne e un uomo che studia meticolosamente una tecnica per riuscire a infilare la testa nel forno e accenderlo? Oppure un reportage sul dietro le quinte degli Open canadesi di tennis, l’analisi del significato dell’aggettivo “lynchiano” estrapolato dal set di “Strade perdute”, un approfondimento sull’ironia di Kafka e la fuga da una casa di riposo di una bisnonna studiosa di Wittgenstein? Oppure ancora, un viaggio attraverso le fiere campionarie del Midwest americano, la partecipazione agli Oscar del cinema porno, una riflessione sul destino delle aragoste, la descrizione di un talk show di estrema destra?

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Sono tutti personaggi e affreschi usciti dalla penna visionaria di David Foster Wallace, genio della letteratura americana suicidatosi nel 2008, non prima di essere diventato scrittore e personaggio di culto per milioni di lettori.

Incontrare la letteratura di Foster Wallace è un’esperienza che cambia radicalmente il modo di approcciarsi all’opera narrativa; Wallace è una mente fra le più tormentate del ventesimo secolo, percorsa da inquietudini profonde e visioni agghiaccianti, la sua scrittura spazia fra innumerevoli stili e tematiche, passando dal romanzo agile al reportage politico, dalla satira di costume all’oscuro contatto con le anime più sporche.

Messaggio pubblicitario Il contesto di riferimento è l’America nei suoi infiniti volti, divisa e insieme unita da follie grottesche e realtà carnali, in cui ogni personaggio si muove seguendo una propria logica, un microcosmo di appartenenza che lo colloca sovente al di fuori da ogni razionale comprensibilità; è l’America della provincia, della povertà di spirito e dell’immaginazione più ricca, del dolore e dei significati estremi. La letteratura di Foster Wallace è spesso caricatura ma ancor di più descrizione naturalistica del limite umano, e intreccia storie leggere a meccanismi infernali che chiudono il lettore in una morsa. Il lettore è davanti a un bivio: tenersi sul margine della strada, ascoltare le parole sulla carta come il puro prodotto di un’abilità narrativa oppure chiedersi cosa muove il senso di quella struttura vacillante, ironica dal primo all’ultimo respiro e allo stesso tempo in perenne affinità con la distruzione e con la morte.

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Foster Wallace rappresenta gli umani e le loro opere come un costante brulicare di elementi assetati di ristoro, e però sempre privati della possibilità di giungervi pienamente. Leggendo “La scopa del sistema”, “Infinite Jest”, “La ragazza dai capelli strani”, “Brevi interviste con uomini schifosi”, “Oblio”, “Considera l’aragosta”, “Tennis, tv, trigonometria, tornado e altre cose divertenti che non farò mai più” si entra in una dimensione sospesa, in un’atmosfera rarefatta dove il tempo si fa più minuto, più concentrato sull’assurda realtà di piccoli angoli che chiamiamo fantasia. Foster Wallace accetta ogni sfida narrativa, si immerge in contesti che possono risuonare più familiari al lettore oppure lo conduce attraverso gallerie di nevrosi apparentemente inafferrabili, personaggi il cui distacco dal mondo oggettivamente percepito è solo un pretesto per comunicare l’assenza di integrazione che ogni anima può sperimentare, in primis quella del lettore.

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L’America di Foster Wallace è un mostro vorace, talvolta una perdizione volgare, un diabolico connubio di pulsione e schiavitù della ragione, una promiscuità grottesca fra toni e colori che ci conducono assai lontano da tutto ciò che possa risultare rassicurante; l’America di Foster Wallace riceve linfa vitale dal caleidoscopio di volti e significati che quel continente in effetti rappresenta, ma allo stesso tempo viene utilizzata per eccesso con lo scopo di generare riflessioni universali sulla condizione umana. L’autore compie un giro immenso che ribalta le categorie della conoscenza formale, della convenienza negoziata all’interno del consesso umano, e lo fa per tornare al punto di partenza con un carico spasmodico di inquietudini prima sconosciute o meglio, prima negate. Al termine di questo percorso il lettore si ritrova nudo e incapace di reggere le consapevolezze dalle quali traeva forza in precedenza; al termine di questo percorso dionisiaco, bulimico, asfissiante il lettore si ritrova ferito da un dono che è anche protezione, il dono della piena verità soggettiva. Ogni cosa che pensiamo, ogni fantasia che schizza sangue come un’arteria recisa, come un fiume che tracima dal proprio letto, è prodotta dal nostro umano rincorrere, da un moto di incrollabile – talvolta disperata – energia vitale.

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