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CAPITAN SENNO DI POI

Il senno di poi può essere considerato, dal punto di vista psicologico, una distorsione cognitiva a tutti gli effetti.

Di Silvia Dioni

Pubblicato il 09 Gen. 2012

Aggiornato il 24 Lug. 2024 09:46

Il senno di poi: una distorsione cognitiva

Tra i personaggi secondari della serie animata statunitense “South Park” spicca per genialità il cameo di Capitan Senno di Poi, super-eroe dotato dello straordinario potere di spiegare come si sarebbero potuti evitare i disastri “col senno di poi”.

In un episodio memorabile un intero palazzo è divorato dalle fiamme, e i pompieri impotenti e disperati invocano l’intervento di Capitan Senno di Poi, che giunge volando sul luogo della tragedia e inizia a dispensare le sue pillole di saggezza a posteriori: “Vedete quelle finestre sulla destra? Avrebbero dovuto costruire delle scale anti-incendio, per permettere alle persone di scappare. Vedete il tetto? Avrebbero dovuto rinforzarlo per consentire all’elicottero di atterrare e portare i soccorsi. Vedete quel palazzo a fianco? Non dovevano costruirlo, almeno avreste avuto lo spazio per sistemare i vostri automezzi dove ce n’era bisogno.”

Dopodiché, soddisfatto del suo risolutivo contributo, se ne va, mentre le fiamme continuano a divampare e dall’edificio si sentono le urla disperate delle persone intrappolate.

Al di là dell’effetto esilarante di un simile assurdo atteggiamento, il senno di poi può essere considerato, dal punto di vista psicologico, una distorsione cognitiva a tutti gli effetti; è la tendenza a considerare gli eventi come più prevedibili di quanto siano in realtà, ad esempio quando un soggetto, di fronte ad un evento di fatto imprevedibile, si dice convinto di “aver sempre saputo” che le cose sarebbero andate come sono andate.

Il senno di poi: un esperimento

Ma perché un esito ormai noto sembra assolutamente ovvio solo dopo che si è verificato?

Un recente esperimento di Yopchick e collaboratori ha tentato di confermare la prospettiva della Casual Model Theory (CMT) secondo la quale la distorsione da senno di poi aumenta quando le persone possono identificare potenziali antecedenti causali significativamente correlati all’esito delle situazioni, mentre risulta meno rilevante in assenza di potenti fattori causali o in presenza di fattori causali poco rilevanti.

L’esperimento prevedeva che ai partecipanti fossero descritte quattro semplici situazioni (ad esempio un conflitto tra due tribù) e di volta in volta veniva loro richiesto o di provare a prevedere un possibile esito della vicenda, o di scegliere tra due esiti possibili quello per loro più probabile, oppure di valutare la plausibilità dell’esito reale, tenendo conto di informazioni aggiuntive fornite dallo sperimentatore e che di volta in volta avevano nessuna, poca o altissima rilevanza rispetto all’esito rivelato (come ad esempio la prestazione di una delle due tribù in un precedente conflitto o la traiettoria seguita per recarsi sul luogo della lotta).

I risultati dimostrano che se uno o più antecedenti causali rilevanti spiegano l’esito di una situazione, allora quello stesso esito sembrerà più inevitabile (e quindi prevedibile) e la distorsione da senno di poi risulterà attivata; questo confermerebbe la tendenza umana a ragionare e costruire il mondo e gli eventi nel rispetto dei criteri di causalità e rilevanza.

Nestler e collaboratori aggiungono che le persone sono portate spontaneamente a ricercare il perché delle situazioni, e che in questo processo di “ricerca di senso” avviene un’indagine e un’interpretazione automatica degli antecedenti causali agli eventi.

Uno degli aspetti più interessanti di questo esperimento è che ai partecipanti veniva chiesto di giudicare la plausibilità e prevedibilità di un certo esito cercando di mettersi nei panni di qualcuno che, a differenza loro, non avesse alcuna informazione sugli antecedenti causali o circa l’esito effettivo delle situazioni descritte.

In questo senso l’esperimento sul senno di poi può essere considerato a tutti gli effetti un compito di teoria della mente: i soggetti dovevano infatti valutare il problema assumendo il punto di vista naif di qualcuno a cui mancavano le informazioni cruciali a loro disposizione, quindi in un certo senso dovevano fingersi penalizzati da una falsa credenza.

In generale è emersa la difficoltà dei partecipanti ad assumere tale prospettiva prescindendo dalle informazioni ormai già in loro possesso, e questo per una sorta di “egocentrismo epistemico”; l’ipotesi è che il ragionamento causale possa in qualche modo spiegare questo fallimento adulto in un compito di teoria della mente, in quanto la correlazione causale sembra prevalere sulla consapevolezza dell’altrui falsa credenza; sarebbe quindi interessante approfondire questa interpretazione tramite ulteriori studi.

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Silvia Dioni
Silvia Dioni

Psicologa Psicoterapeuta laureata presso l’Università degli Studi di Parma e specializzata in Psicoterapia Cognitivo-Comportamentale all’Istituto “Studi Cognitivi” di Modena.

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