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I Disturbi dell’alimentazione: resoconto di un convegno – SISDCA 2011

Di Francesca Fiore

Pubblicato il 23 Nov. 2011

Aggiornato il 02 Ago. 2012 11:42

Il Convegno sui disturbi dell’alimentazione SISDCA 2011 si è concluso portando via con sé una serie di concetti, di esperienze e di dubbi.

I Disturbi dell'alimentazione: resoconto di un convegno - SISDCA 2011 - Immagine: © DURIS Guillaume - Fotolia.com Il clima respirato era tranquillo ed accogliente, tante persone, molta gente nota. Si inizia a parlare di Disturbi dell’Alimentazione presentandoli in veste psicoanalitica. Si pone l’accento principalmente su istinti, identificazione proiettiva e meccanismi di difesa messi in atto. E anche su come ci si relaziona alla patologia alimentare da un punto di vista sistemico relazionale, costruttivista e infine cognitivo comportamentale. Particolare attenzione è rivolta al Binge Eating Disorder e all’Obesità poiché costituiscono un serio problema nella società occidentale contemporanea, si spiega molto bene chi sono questi pazienti da un punto di vista antropo-biologico-ancestrale. Naturalmente, non poteva mancare il nuovissimo DSM V presentato in pompa magna in un simposio, cosa resta e cosa sparisce per sempre, le new entry e i capisaldi in ambito clinico alimentare.

In particolare, il leitmotiv dell’intero evento era la multidisciplinarità ovvero approcciarsi ai disturbi dell’alimentazione a tutto tondo attraverso diverse figure di riferimento e lavorando su aspetti differenti della stessa patologia. Per questo, è necessario comprendere la genesi della patologia alimentare, quali sono i fattori premorbosi che entrano in gioco. A tal proposito si parla largamente del ruolo svolto dai genitori, di quali sono le responsabilità in ambito patologico sopratutto della figura materna. Fin qui nulla di nuovo, fiumi di letteratura sono stati spesi per affermare quanto un rapporto “malato” possa determinare e mantenere un disturbo alimentare. Nasce, dunque, l’esigenza di sostenere e informare la famiglia su come relazionarsi ad un figlio con un disturbo alimentare.

Disturbi Alimentari - Alpbach Bologna 2011 - Immagine: © waterlilly - Fotolia.com -
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Per curare un paziente con disturbo dell’alimentazione è necessario che figure diverse si susseguano come integerrimi soldatini per poter creare maggiore benessere fisico e psichico. Medici, nutrizionisti, endocrinologi tutti pronti a lavorare su piccoli pezzi inerenti al malessere riferito. In sostanza, questi pazienti sono sostenuti nelle strutture ospedaliere ed ambulatoriali, e qui sono presentati infiniti modelli che ognuno applica nel proprio centro e da diversi punti di vista. Emerge una particolare attenzione al disturbo da un punto di vista medico e nutrizionale. Domanda: ma le diete sono necessarie sempre? Non è detto, dipende dalla psicopatologia del paziente, quindi da quali sono i meccanismi di difesa messi in atto e da come agisce l’istinto di morte, la risposta. Quindi, è importante che ci siano tante figure professionali, ma la psiche di un malato alimentare appare, per un momento, subordinata al resto. Si parla, inoltre, dell’obsolescenza della chirurgia bariatrica e si spiega scientificamente cosa succede a livello neurotrasmettitoriale nei disturbi alimentari. Quindi tutto dovrebbe dipendere da uno scompenso neurotrasmettitoriale che andrebbe ad alterare il meccanismo che regola il rapporto di fame e sazietà. Ne deriva un quadro psicopatologico poco chiaro: tantissimi modelli teorici e poca psiche.

Cosa è necessario fare in terapia con i disturbi alimentari e come funziona la mente di queste persone?

C’è chi sostiene che se si operasse un intervento motivazionale sicuramente si avrebbero maggiori esiti positivi. Altri, invece, parlano di andare dritti al sintomo comportamentale, e il terapeuta deve essere più empatico, ovvero stare nella stessa emozione del paziente. Ancora, si sostiene che pur non avendo risultati positivi il farmaco è indispensabile e si parla di come integrare teorie cognitivo-comportamentali di seconda generazione a quelle di terza ondata, come la mindfulness che porta alla autoregolazione interna come presupposto dell’accettazione delle emozioni, parte fondamentale dell’esperienza umana.

In un altro simposio si presenta la famosissima terapia di Fairburn, elettiva per tale patologia; si parte dalla terapia standard e si arriva al modello transteorico. Dalle Grave afferma che più una persona restringe, più il controllo aumenta e più la sintomatologia peggiora. Sostiene che il controllo, nell’ottica del modello avanzato di Fairbun, rappresenta un fattore di mantenimento della patologia. Qui sorge un dubbio, se il controllo rappresenta un fattore atto a mantenere il sintomo per quale motivo nessuno lavora sul controllo? perché quando si parla di controllo nel modello di Fairburn, alla fine, è come se tutti perdessero il controllo, nel senso che nessuno lavora su questa credenza cognitiva? Se non si lavora sul controllo, su cosa si lavora? Certo, sugli altri fattori di mantenimento: perfezionismo patologico, bassa autostima, intolleranza alle emozioni negative, relazioni interpersonali, ma per mantenere tutto questo modello è necessario venga esercitato un meticoloso controllo su tutto, sul cibo in questo caso.

Esiste in generale poca scientificità, sono stati presentati esigui dati empirici e scarse ricerche evidence based. Si parla di grandi modelli, di epidemiologia, di incidenza del disturbo sulla popolazione e di come poter approcciarsi a questi pazienti, ma nella pratica clinica cosa è utile fare? Alla fine, come facciamo ad utilizzare tutta questa teoria, come possiamo applicare praticamente le infinite teorie che sono emerse da questi tre giorni di convegno?

Nessuno lo esplicita, nessuno dice realmente cosa fare nel momento in cui ci si trova faccia a faccia con una persona che si distrugge la vita ingozzandosi di cibo o eliminandolo fino a non alimentarsi più. Quindi, ai posteri l’ardua sentenza.

That’s all folks!

 

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