Alpbach e Bologna: due congressi non anglofoni sui disturbi alimentari.

ID Articolo: 3185 - Pubblicato il: 21 novembre 2011
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Disturbi Alimentari - Alpbach Bologna 2011 - Immagine: © waterlilly - Fotolia.com -Nell’ultimo mese ho partecipato a due congressi sui disturbi alimentari. Il 20-22 ottobre ero ad Alpbach nel Tirolo austriaco. Alpbach è acquattato in una valle poco dopo Innsbruck. È un paesino dove ogni anno si svolge il congresso in lingua tedesca (il mio tedesco è elementare, ma le diapositive le comprendo) dei disturbi alimentari. Il secondo a Bologna in questi giorni dal 18 al 20 novembre, ed è il congresso della società italiana dei disturbi alimentari, la SISDCA.

Il congresso SISDCA, come quello di Alpbach, è un congresso di clinici. Professionisti che provengono da un’intera area linguistica, germanofona o italofona, per parlare di casi clinici. Non si parla in inglese perché non si condividono dati, o non troppi dati. Bensì si condivide sapienza clinica, per la quale è necessario potersi esprimere colloquialmente e non si può usare l’inglese afono dei congressi internazionali.

Occorre riflettere sul valore di questo tipo di congressi. Essi rischiano di essere messi troppo in ombra dai grandi congressi internazionali anglofoni. In quei prestigiosi congressi si mette in mostra la grande ricerca internazionale, quantitativa e generalizzante. Nomi famosi salgono sulle pedane a parlare. Ad Alpbach e a Bologna arrivano colleghi più oscuri che lavorano con i pazienti e che vogliono ascoltare e condividere l’esperienza del paziente singolo. Si cerca una sapienza più empirica e meno rigorosa perché si tratta di professionisti che devono trattare pazienti singoli, persone singole. Senza contrapporsi alla scienza generalizzante e quantitativa. Si tratta di un diverso bisogno.

Sia qui a Bologna che ad Alpbach i clinici usano un linguaggio psicodinamico (soprattutto a Bologna) o sistemico (ad Alpbach). Tuttavia tutti hanno un’infarinatura delle tecniche cognitive e ne danno per scontata l’utilità, anche se però dell’intervento cognitivo se ne parla poco. Le tecniche cognitive? Tutti sia ad Alpbach che a Bologna ammettono che vengono usate in quella che loro chiamano “la fase iniziale”. Certo, da buoni psicodinamici questi clinici le considerano “superficiali”, e spesso le conoscono male, affidandole a colleghi cognitivisti specializzati (tra cui i nostri allievi) e le giudicano propedeutiche a un cosiddetto lavoro “profondo”. La cosa può farci sorridere o infastidirci, ma è anche vero che qui ci sono professionisti che prendono in carico pazienti gravi e cronici e se li portano dietro per anni. Dalla loro trincea il protocollo cognitivo di 6 o 12 sedute è davvero solo l’inizio.

Ad esempio, tra le varie relazioni c’era quella di un kleiniano molto ortodosso, che ha parlato inizialmente di pulsione di morte. Concetti discutibili, certo. Eppure, passata la buriana kleiniana, costui ha descritto un paio di casi clinici con espressività, interesse e raccontandoci varie cose che lui sa dire ai suoi pazienti. Nulla di trascendentale, eppure molto di utile. Per esempio, ha raccontato che molte delle sue pazienti saranno sempre sottopeso, e ha quasi simulato una seduta nei pochi minuti che aveva a disposizione, tutta giocata sul “va bene, rimanga secca però sana e contenta. Come può esserlo? Come possiamo ottenerlo? È davvero necessario essere non solo magre, ma anche tristissime? Ma perché?” Non male, soprattutto dal vivo.

A questo punto qualcuno potrebbe obiettare che però nei paesi di lingua inglese questa sfasatura non dovrebbe esserci. Non lo so. Io ho l’impressione che il mondo clinico anglo-sassone è un continente ignoto e sommerso, coperto dalla pellicola sfavillante della grande ricerca in lingua inglese, che naturalmente in quei paesi copre ancor di più di quanto accada da noi o in Germania il linguaggio quotidiano, comune e più impreciso dei clinici. Ma un segnale l’ho percepito. Ad Alpbach in plenaria si parlava inglese. E relazionavano un paio di inglesi (anche due tedeschi, di cui uno solo parlava inglese; l’altro si esprimeva in tedesco). Tra gli inglesi, interessante la relazione di Dasha Nicholls, del gruppo scozzese di Brian Lask. Costei ha presentato dati sull’interazione tra ricerca e clinica. La domanda era: quanti clinici nel Regno Unito effettivamente applicano i protocolli? Ebbene, pochissimi. Non vorrei sbagliare, ma forse meno di venti su un campione di quasi settecento. Questo non vuol dire che i protocolli cognitivi non siano conosciuti e usati. Solo che sono usati come da noi in Italia o in Germania: come fonti di tecniche, interventi, strumenti e (perché no?) trucchi. Ma il protocollo dettagliato e per filo e per segno, quello quasi nessuno lo applica. Nemmeno in Inghilterra.

La conclusione? Nulla di catastrofico. Ma una cosa è certa: i protocolli cognitivi vanno ripensati in termini di applicabilità concreta. Oppure no. Forse vanno bene così come sono, come manuali di idee che nessuno si sognerebbe di applicare alla lettera. La lettera uccide, in fondo.

 

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