Amy Winehouse: morte senza riabilitazione (she said “no, no, no”)

ID Articolo: 870 - Pubblicato il: 24 luglio 2011
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La malinconica morte di Amy Winehouse sembra consigliare reazioni stranamente silenziose. Il lutto per una giovane donna che scompare troppo presto e il rammarico per un talento reciso a 27 anni lasciano senza molte parole i fan e i giornalisti. E questa afasia sembra l’unica novità di un evento che sembra singolarmente incapace di parlarci e dirci qualcosa che vada oltre l’umana pietà.

Il silenzio è soprattutto quello degli appassionati di musica. I fan di Winehouse sono muti e attoniti. Muti perché determinati a non voler dare un senso a questa morte che vada oltre la tristezza della morte stessa. La mitologia della rockstar maledetta e che muore giovane è scomparsa. Non è più il tempo in cui i Jethro Tull si chiedevano se per caso non fosse venuto per loro il tempo di morire giovani, perché ormai già troppo vecchi per il rock’n’roll: correva l’anno 1976 e loro pubblicavano “Too Old to Rock ‘n’ Roll: Too Young to Die!

Oggi l’appassionato di musica non comprende il maledettismo vissuto o recitato dei suoi idoli. Amy Winehouse aveva già compromesso la sua produzione musicale da qualche anno, in un gorgo di insicurezze, droghe e perfino anoressia e bulimia. Ma, oltre l’umana pena, le reazioni dei fan sono state il fastidio, la delusione e l’irritazione del cliente insoddisfatto che reclama un servizio all’altezza, e non l’identificazione con qualcuno che condivide un destino bruciato di maledizione e lo esprime a un livello più alto. Non ho prove certe che confortino quel che scrivo, se non i commenti che ho letto in blog abbastanza popolari, per esempio qui.

Fastidio e non identificazione. Oppure sentimentalismo, che forse è ancor peggio, ancor più lontano dal maledettismo eroico. Per esempio Ernesto Assante che scrive: “Perchè viene da pensare che nessuno abbia avuto abbastanza coraggio, abbastanza forza, abbastanza amore per farla smettere, per fermarla, per arginare il caos che aveva dentro e che la portava a vivere una vita fatta di eccessi.”

Non credo sia questa la risposta. Non credo che non ci sia stato abbastanza amore o attenzione. O almeno non lo credeva Amy Winehouse. La risposta era già nelle parole di una delle sue canzoni più famose, il potente rhythm’blues Rehab: ‘They tried to make me go to rehab, I said “no, no, no”’. ‘C’hanno provato a mandarmi in disintossicazione, ma io ho detto “no, no, no”’ Ma più ancora delle parole conta la musica: il potente sottofondo rhythm’blues si unisce a una voce che non è da giovane rockstar arrabbiata contro un mondo che non la comprende. L’universo musicale della Winehouse non ha il corto respiro adolescenziale di chi ce l’ha coi genitori o gli insegnati o qualche altra autorità.

Non siamo di fronte a un giovanilistico rock’n’roll. La sua è una voce più adulta e meno propensa al vittimismo, una voce nera e profonda, quasi da baritono-donna. Amy Winehouse, questa ebrea londinese, canta come una cantante nera già avanti negli anni e che ha lasciato alle spalle il nervosismo richiedente dei giovani.

Insomma, rispetto agli anni ’70, gli anni delle grandi rockstar morte giovani, questa nostra sembra essere un’età meno propensa al maledettismo o al sentimentalismo, meno propensa a dare la colpa alla società, più consapevole che per disintossicarsi occorre la collaborazione (la cosiddetta compliance) del paziente (e spiacente se lui o lei dicono “no, no, no”), e meno propensa a comprendere le ragioni di chi spreca, o non sfrutta fino in fondo, il proprio talento.

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