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Sarà ora di infrangere qualche tabù? Gli effetti terapeutici degli allucinogeni e delle sostanze psicoattive

L' LSD è una droga allucinogena che tuttavia può anche essere utilizzata per scopi terapeutici ad esempio in psichiatria e in ambito medico.

ID Articolo: 143383 - Pubblicato il: 12 febbraio 2017
Sarà ora di infrangere qualche tabù? Gli effetti terapeutici degli allucinogeni e delle sostanze psicoattive
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Hofmann lavorò a fondo per analizzare l’ LSD, i suoi effetti e i possibili danni collaterali, prima che quest’ultima diventasse una droga illegale. Studiò i principi di altre due droghe sintetiche messicane usate in contesti cerimoniali e religiosi, (il fungo teonanacati e il convolvolo magico ololiuqui); le ricerche evidenziarono lo stretto legame tra la struttura chimica di questi principi attivi isolati dalle due piante e quindi di origine naturale e dell’LSD, dimostrando, secondo lui, la “bontà” di queste sostanze (Hofmann, 1958).

Silvia Pomi, Giorgia Righi, OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Modena

 

Allucinogeni: cosa sono e quali effetti generano

Allucinogeni, dal verbo latino alucinàri, allucinàri ovvero ingannarsi, derivante dalla radice greca alùo, alùsso, vaneggiare, esser fuori di sé, è un termine che racchiude vari gruppi eterogenei di sostanze capaci di alterare in modo netto le percezioni, i pensieri e le sensazioni. Sono sostanze, per lo più di origine vegetale, ancora oggi usate in cerimonie medico-magico-religiose presso le culture tradizionali, soprattutto dell’America Latina. Attualmente, a fianco di quelle naturali, si usano anche sostanze allucinogene semisintetiche (LSD) o sintetiche.

Allucinogeni sono gli psichedelici veri e propri come l’LSD, la mescalina, il DMT (dimetiltriptamina) o la psilocibina, i dissociativi come la ketamina, il PCP (fenciclidina) e i delirogeni (spesso anche velenosi) come lo stramonio comune o l’atropa belladonna (Rotella, 1977).
A differenza di altre sostanze psicoattive, come oppiacei e stimolanti, queste sostanze non si limitano ad amplificare gli stati usuali della mente ma inducono esperienze qualitativamente diverse da quelle della coscienza ordinaria. Queste esperienze sono spesso paragonate a stati di coscienza non-ordinari, come la trance, la meditazione, e i sogni.

È considerata allucinogena la proprietà d’una sostanza (naturale o di sintesi) che, agendo sui recettori del sistema nervoso centrale (SNC), provoca delle alterazioni psicosensoriali nelle percezioni, principalmente a carico della sfera visiva e nei processi del pensiero, dell’emozione e della coscienza di durata e intensità variabile a seconda del tipo, della quantità e della modalità d’assunzione della sostanza, fino a raggiungere delle vere e proprie allucinazioni “isolate” dal contesto ambientale.
(Hollister, 1968)

I “funghi magici” (contenenti psilocibina e la psilocina) sono utilizzati da secoli da diverse tribù indigene nordamericane e l’uso cerimoniale risale almeno al tempo degli Aztechi e dei Maya. La loro importanza culturale è riflessa nel nome azteco dei funghi (teonanàcatl, carne degli dei). Tuttavia, in mancanza di riscontri, la scienza ufficiale ne ha per secoli disconosciuto l’esistenza (Schultes, 1940).
Si è dovuto aspettare Wasson (1958) e il suo fortunato incontro con una sciamana, per avere la certezza della loro esistenza e una descrizione dettagliata del loro uso e dei loro effetti.

 

LSD: la droga degli hippy e gli impieghi in psichiatria

La dietilammide-25 dell’acido lisergico (LSD) fu invece scoperta nel 1938 da Albert Hofmann, chimico della società farmaceutica Sandoz, nell’ambito di una ricerca sui derivati dell’acido lisergico, il nucleo dei principi attivi della Claviceps purpurea (“segale cornuta”, fungo parassita della segale). Le sue proprietà allucinogene, e la sua straordinaria potenza (l’LSD è attivo a dosi di milionesimi di grammo) furono scoperte per caso, a seguito dell’involontaria ingestione di una piccola quantità da parte dello stesso Hofmann.

Hofmann lavorò a fondo per analizzare l’LSD, i suoi effetti e i possibili danni collaterali, prima che quest’ultima diventasse una droga illegale. Studiò i principi di altre due droghe sintetiche messicane usate in contesti cerimoniali e religiosi, (il fungo teonanacati e il convolvolo magico ololiuqui); le ricerche evidenziarono lo stretto legame tra la struttura chimica di questi principi attivi isolati dalle due piante e quindi di origine naturale e dell’LSD, dimostrando, secondo lui, la “bontà” di queste sostanze (Hofmann, 1958).

Durate gli anni Sessanta l’LSD fece la sua comparsa nel panorama delle droghe, divenendo per un certo periodo di tempo, soprattutto negli Stati Uniti, una delle droghe di più largo consumo. A questo si aggiunse che l’LSD divenne una droga di culto degli hippy e di altri movimenti che contestavano il sistema. Questo e l’inquietante azione psichica che provocava, portò alla messa al bando totale dell’LSD e delle sostanze affini. (Hoffman, 1979). La produzione, il possesso, il consumo e il suo impiego in psichiatria divennero reati perseguibili.
Questo divieto dura tuttora. L’uso terapeutico venne quindi interrotto e a detta di Hofmann fino ad allora non vi erano stati pericoli dimostrati del suo utilizzo in contesto psichiatrico.

Nei primi quindici anni dalla sua scoperta, l’LSD venne impiegata esclusivamente in psichiatria e nella ricerca biologica.

La prima ricerca sistematica con LSD su soggetti umani è stata condotta presso una clinica psichiatrica dell’Università di Zurigo; Stoll pubblicò i suoi risultati nel 1947; gli esperimenti coinvolsero individui sani e schizofrenici e vennero utilizzate dosi minime (tra 0,02 e 0,13 mg) di acido lisergico. La ricerca evidenziò l’emergere di stati mentali marcatamente euforici; l’effetto straordinario e profondo dell’LSD veniva messo in relazione all’attività di sostanze presenti in quantità minime nell’organismo, considerate responsabili di alcuni disordini mentali. Un altro aspetto affrontato in questa prima pubblicazione riguardava la possibilità di utilizzare questa potente sostanza psicoattiva come strumento di ricerca psichiatrica (Stoll, 1947).

L’impiego dell’LSD in psicoterapia si basava principalmente secondo Hofmann su effetti psichici quali alterazione della normale visione del mondo, trasformazione e disintegrazione profonde. Un’altra caratteristica significativa da lui individuata era la possibilità che contenuti d’esperienza rimossi e da lungo tempo dimenticati tornassero di nuovo alla coscienza.

Qualora la psicoanalisi cercasse di rintracciare eventi traumatici nella vita del paziente, questi potrebbero diventare accessibili al trattamento terapeutico
(Hofmann, 1979).

Messaggio pubblicitario Hofmann affermava che numerosi casi individuali esaminati in contesto analitico sotto l’azione di LSD riferivano di esperienze infantili rievocate con estrema chiarezza. Non si trattava del normale ricordo di, ma del rivivere un’esperienza passata.
Secondo lo studioso i benefici che questo farmaco apportavano in psicoanalisi e in psicoterapia derivavano da proprietà diametralmente opposte a quelle dei cosiddetti psicofarmaci ansiolítici:

Mentre gli ansiolitici tendono a coprire i problemi e i conflitti del paziente, riducendone la gravità e l’importanza, l’LSD, al contrario, li fa vivere in maniera più intensa
(Hofmann, 1979).

Hofmann inoltre aveva analizzato l’impiego dell’LSD nelle ricerche sperimentali sulla natura delle psicosi. Questo interesse nasceva dalla similitudine osservata tra gli straordinari stati psichici prodotti sperimentalmente dall’LSD in soggetti sani e le molteplici manifestazioni di certi disturbi mentali. Nei primi tempi della ricerca sull’LSD, veniva spesso sostenuto che l’alterazione indotta da questo farmaco avesse a che fare con una «psicosi modello». L’ipotesi fu comunque abbandonata, perché estese indagini comparative evidenziarono delle diversità essenziali tra le manifestazioni psicotiche e l’esperienza con LSD. Tuttavia, grazie a questo «modello» è stato possibile studiare le deviazioni dalle normali condizioni psichiche e mentali, e osservare le modificazioni biochimiche ed elettrofisiologiche associate a queste (Hofmann, 1979).
Dopo oltre trent’anni dalla morte di Hofmann, l’acido lisergico, considerato da lui stesso il suo “bambino difficile”, il più famoso tra tutti gli allucinogeni, ritorna nei laboratori di ricerca.

In diverse nazioni quali Gran Bretagna, Svizzera e Stati Uniti, ad oggi sono riprese le ricerche per capire le potenzialità terapeutiche di ayahuasca, mescalina, ma soprattutto LSD.
Tanti sono gli ostacoli.
Lo psichiatra James Rucker del King’s College di Londra ha scritto sul British Medical Journal

le sostanze psichedeliche dovrebbero essere riclassificate dal punto di vista legislativo affinché i ricercatori possano studiarle.

Centinaia di ricerche hanno dimostrato l’utilità di LSD e psilocibina per molti disturbi psichiatrici come problemi di sviluppo della personalità, comportamenti recidivi e ansia esistenziale. Gli allucinogeni

hanno più restrizioni di eroina e cocaina, ma non è dimostrato che creino dipendenza e ci sono poche prove che siano dannosi in contesti controllati
(Rucker, 2015).

 

La somministrazione dell’ LSD ai malati terminali

Uno degli impieghi medicinali dell’LSD che tocca questioni etiche fondamentali, concerne la sua somministrazione alle persone in fin di vita. Questa pratica nacque nelle cliniche americane, quando alcuni medici si accorsero che gli stati particolarmente gravi di sofferenza nei malati di cancro, su cui gli antidolorifici convenzionali non sortivano più alcun effetto, potevano essere alleviati o addirittura soppressi tramite la somministrazione di piccole dosi di LSD. Ciò non implica ovviamente un’azione analgesica classica.

La diminuzione della sensibilità al dolore può verificarsi perché i pazienti sotto l’effetto di LSD vivono uno stato di dissociazione psichica dal corpo che impedisce al dolore l’accesso alla loro consapevolezza.
(Dutton, 1977).

Recentemente lo psichiatra Peter Gasser (2014) ha studiato gli effetti dell’LSD sui malati terminali; i risultati mostrano una diminuzione dei livelli di ansia e paura di morire. 

I rimpianti, le emozioni dolorose di quest’ultima fase della vita sono svanite
riferiscono i pazienti della ricerca. Gasser et al. (2014) stanno conducendo test con Lsd e psilocibina per trattare depressione, cefalea a grappolo, disturbi ossessivi compulsivi e disturbi post-traumatici da stress.

Ross, Bossis e Guss (2015) della New York University hanno mostrato che una sola dose di psilocibina fornisce una diminuzione immediata di ansia e depressione in pazienti oncologici e i benefici si protraggono per mesi.

La Multidisciplinary Association For Psychedelic Studies (MAPS) è l’associazione americana (Sarasota, Florida 1986) che sostiene, finanzia, pubblica informazioni, scientificamente provate, sull’argomento. Anche Amanda Feilding, contessa di Wemyss and March, attraverso la Beckley Foundation (Oxford, 1998) promuove la ricerca.

Grazie a questa fondazione sono stati finanziati diversi studi sull’LSD Di Robin Carhart-Harris (2016) del centro di neuropsicofarmacologia dell’Imperial College di Londra.

 

Studi sugli impieghi dell’ LSD

Il ricercatore inglese è stato tra i primi ricercatori a somministrare psilocibina nel trattamento della cefalea a grappolo. Robin Carhart-Harris (2016) si è dato una spiegazione sul perché l’utilizzo di queste sostanze sia efficace:

La depressione e le dipendenze poggiano su schemi e modelli rinforzati dell’attività cerebrale e gli psichedelici introducono un relativo caos: in pratica questi schemi si disintegrano sotto l’effetto della sostanza allucinogena. Un po’ come quando si scuote una di quelle palle di vetro con dentro la neve finta. In passato ci sono stati casi di psicosi indotte da sostanze psichedeliche, soprattutto quando venivano assunte per uso ricreazionale e non terapeutico né controllato. Non è mai successo negli studi più attuali.

Il ricercatore lancia poi la provocazione:

Gli psichedelici fanno paura perché rivelano la mente e le persone temono di sapere quello che c’è nella propria mente?
(Carhart-Harris, 2016).

In uno studio della durata di 12 mesi su 10 pazienti, Gasser et al. (2014) hanno cercato di indagare, attraverso la somministrazione dello STAI (State-Trait Anxiety Inventory,1989) e di un’intervista semi strutturata (che misurano rispettivamente l’intensità dell’ansia e la qualità della vita), l’effetto dell’LSD e i cambiamenti psicologici sul lungo periodo. Gli autori hanno potuto rilevare che l’LSD, somministrata in un setting psicoterapeutico controllato, può essere sicura e generare benefici duraturi nei pazienti.

Osorio et al. (2015) in un studio in un reparto psichiatrico ospedaliero, hanno cercato di valutare gli effetti di una singola dose di AYA (ayahuasca) in sei volontari con un episodio depressivo. Sono state osservate riduzioni statisticamente significative (fino al 82%) nei punteggi di depressione al primo, settimo e 21 giorno dopo la somministrazione di AYA, misurata con l’ Hamilton Rating Scale for Depression (HAM-D), il Montgomery-Asberg Depression Rating Scale ( MADRS), e il Brief Psychiatric Rating Scale (BPRS).
Questi risultati suggeriscono che l’ayahuasca ha effetti rapidi ansiolitici e antidepressivi nei pazienti con un disturbo depressivo.

Perfino in Norvegia, Paese in cui la legislazione anti-droga è rigidissima, il neuroscienziato della Norwegian University of Science and Technology Pal-Orjan Johansen ha fondato EmmaSofia, movimento per la riabilitazione e la produzione di ecstasy e psilocibina, il cui nome tiene insieme l’iniziale di Mdma e la traduzione greca di sapienza.

Il lavoro pubblicato sul Journal of Psychopharmacology (2012) ha esaminato i dati di sei studi e più di 500 pazienti scoprendo un “significativo effetto benefico” sull’abuso di alcol, durato diversi mesi dopo l’assunzione dell’Lsd.

I ricercatori hanno analizzato studi condotti sulla sostanza tra il 1966 e il 1970. I pazienti erano tutti coinvolti in programmi di trattamento dell’alcolismo, ma alcuni hanno ricevuto una singola dose di Lsd compresa tra 210 e 800 microgrammi, altri no. Nel gruppo dei pazienti che avevano preso l’allucinogeno il 59% ha mostrato ridotti livelli di abuso di alcol rispetto al 38% dell’altro gruppo. Questo effetto è stato mantenuto per sei mesi dopo aver assunto il farmaco, ma è scomparso dopo un anno. Quelli che avevano preso Lsd hanno anche riportato livelli più alti di astinenza. Gli autori del rapporto sottolineano che

una singola dose di Lsd ha un effetto significativamente positivo sull’abuso di alcol: dosi più regolari potrebbero portare a benefici più duraturi. Data l’evidenza di un effetto benefico sull’alcolismo, è sconcertante che questo approccio terapeutico sia stato ampiamente trascurato.

Vollenveider (2010) in un suo articolo rifletteva su come, dopo una pausa di quasi 40 anni di ricerca sugli effetti delle droghe psichedeliche, i recenti progressi della ricerca sull’LSD, psilocibina e ketamina abbiano portato ad un rinnovato interesse per il potenziale clinico di queste sostanze psichedeliche nel trattamento di vari disturbi psichiatrici. Numerose recenti ricerche di neuroimaging e su base comportamentale hanno mostrato che le sostanze psichedeliche modulano i circuiti neurali che sono stati implicati in disturbi dell’umore e affettivi e possono ridurre i sintomi clinici ad essi associati.

Recenti studi clinici hanno prodotto nuovi importanti risultati per quanto riguarda la psicofarmacologia di queste sostanze. L’utilizzo delle tecnologie di neuro-imaging moderne e delle tecniche elettrofisiologiche sta cominciando a svelare come gli allucinogeni funzionino nel cervello; nuove ricerche stanno dimostrando l’efficacia terapeutica di queste sostanze (Halberstadt, 2015).

McCall (1982) verificò come basse dosi di LSD (dietilammide-25 acido lisergico) iniettate per via endovenosa, sopprimono la ricaptazione di serotonina nei neuroni del nucleo dorsale del rafe del ratto. L’effetto inibitorio dell’LSD sembra mediato quindi dai neuroni serotoninergici, mentre i neuroni del prosencefalo che ricevono un importante contributo serotoninergico sono relativamente insensibili a LSD. Altri allucinogeni (psilocina, dimethyltryptamine, e 5-methoxydimethyltryptamine) inibiscono la ricaptazione di serotonina nel nucleo del rafe rispetto ai neuroni postsinaptici del prosencefalo.

Secondo le analisi fatte da Delgrado et al (1998), il sistema del neurotrasmettitore serotonina (5-HT) è implicato nella fisiopatologia di diverse patologie neuropsichiatriche, in particolare ad esempio nel disturbo ossessivo-compulsivo (OCD). Il blocco di ricaptazione della serotonina sembra essere un importante evento neurobiologico iniziale nel meccanismo di azione terapeutica dei farmaci per i disturbi ossessivo-compulsivi. Tuttavia, per ragioni che continuano ad essere poco note, il miglioramento clinico dopo l’inizio del trattamento con inibitori della ricaptazione della serotonina può richiedere da otto a 12 settimane, e la maggior parte dei pazienti non migliora completamente. Dati recenti suggeriscono che l’attivazione della 5-HT può essere importante per il miglioramento dei sintomi OCD. Secondo Delgrado (1998), l’attivazione dei recettori 5-HT da parte degli allucinogeni può portare alla riduzione acuta di sintomi del disturbo ossessivo compulsivo.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia La ricerca di Gonzales e Sealfon (2009) sulle sostanze psichedeliche come LSD e le droghe dissociative come la fenciclidina (PCP), ha mostrato che gli effetti di queste droghe assomigliano ad alcuni dei sintomi principali della schizofrenia. Alcuni farmaci antipsicotici atipici sono stati identificati grazie alla loro elevata affinità con i recettori serotoninergici, che sembra siano anche il bersaglio degli allucinogeni. Il complesso recettore di serotonina-glutammato nei neuroni piramidali corticali è stato identificato come possibile obiettivo sia delle sostanze psichedeliche che dei farmaci antipsicotici. Recenti risultati sul meccanismo di risposta ad allucinogeni e farmaci antipsicotici, possono portare all’unificazione di serotonina e glutammato come ipotesi neurochimiche della schizofrenia.

Lambe e collaboratori invece (2007) hanno dimostrato che gli allucinogeni psichedelici e la dopamina hanno effetti opposti sul glutammato extracellulare nella corteccia prefrontale; i ricercatori hanno ipotizzato che queste due famiglie di farmaci psicoattivi avrebbero effetti opposti sulle attività di rete corticale.

In Italia, in un’intervista, Claudio Mencacci (2016), direttore del Dipartimento di Neuroscienze e Salute Mentale dell’Azienda Ospedaliera Fatebenefratelli di Milano, afferma:

La ricerca va ripresa e non deve avere confini. Bisogna però tenere conto del fatto che ad oggi queste ricerche riguardano numeri davvero esigui; sono necessarie valutazioni con casistiche più ampie. Le ultime ricerche suggeriscono esiti positivi nel trattamento di alcuni disturbi come l’angoscia di morire nei malati terminali, i disturbi ossessivo-compulsivi, le dipendenze da alcol e le problematiche post-traumatiche da stress. C’è un problema etico di fondo. La ripresa degli studi non deve essere letta come un semaforo verde per l’impiego ricreazionale di queste sostanze.

Oggi le ricerche sono condotte in condizioni protette, che consentono di mantenere una vigilanza sui potenziali effetti negativi; è quindi interessante che siano stati ottenuti esiti positivi e duraturi con poche somministrazioni. Gli stessi ricercatori però non sono ancora in grado di dare una spiegazione convincente sul perché questo accada.

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