Femminicidio: i pericolosi effetti del programma “Amore Criminale” di RAI 3

Primi esiti di uno studio relativo ad alcuni possibili effetti sul pubblico di Amore Criminale, RAI 3

ID Articolo: 104983 - Pubblicato il: 02 dicembre 2014
Femminicidio: i pericolosi effetti del programma “Amore Criminale” di RAI 3
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Domenica scorsa abbiamo ricevuto in Redazione questa lettera aperta che (condividendone i contenuti) volentieri pubblichiamo qui oggi:

 

Lettera aperta della Dr. Piera Serra – Psychology and Psychotherapy Research Society –

Alla Presidente RAI Radiotelevisione Italiana S. p. A.

Dr. Anna Maria Tarantola

Viale Mazzini 14

00195 Roma

 

Oggetto: Primi esiti di uno studio relativo ad alcuni possibili effetti sul pubblico di Amore Criminale, RAI 3.

Io sottoscritta Piera Serra mi permetto di segnalare alla S.V. i primi esiti di uno studio relativo alla trasmissione in oggetto, che stiamo conducendo nell’ambito dell’associazione per le ricerche psicologiche che rappresento (una piccola organizzazione non governativa).

Amore Criminale, trasmissione rivolta a prevenire le violenze sulle donne attraverso la documentazione della sofferenza delle vittime e delle loro famiglie, nonché attraverso la condanna morale del comportamento degli aggressori e la cronaca delle condanne inflitte, potrebbe contenere elementi atti non solo a neutralizzare l’effetto benefico desiderato, ma addirittura, qualora lo spettatore sia un uomo che desidera uccidere la partner o l’ex-partner, esitare in effetti in qualche modo controproducenti.

Di seguito esponiamo una sintesi di alcuni riscontri che potrebbero suggerire tale ipotesi, riscontri che rappresentano i primi esiti di uno studio sui filmati delle puntate del 03.11.2014, del 10.11.2014 e del 17.11.2014. L’indagine è stata svolta su registrazioni effettuate al momento in cui la trasmissione andava in onda (non quindi sulle registrazioni dell’archivio messo a disposizione del pubblico nel sito della RAI). Sulle vicende narrate non abbiamo voluto acquisire altre informazioni oltre a quelle contenute nei filmati stessi, non essendo oggetto del nostro studio la completezza delle informazioni.

L’esame è stato svolto tenendo conto dei comportamenti tipicamente manifestati dagli autori di violenze su partner o ex-partner e segnatamente delle tre ben note autogiustificazioni delle violenze commesse:

  1. La pretesa che esse furono dettate dalla passione amorosa;
  2. La loro spiegazione come esito di un momento di discontrollo o follia;
  3. L’interpretazione di tali discontrollo o follia come innescati da qualche comportamento della vittima. Nei filmati troviamo ripetutamente condannata la violenza ed espressa solidarietà alle vittime. Tuttavia, intercalati a questi contenuti e senza soluzione di continuità con essi, troviamo purtroppo anche parole e immagini che veicolano l’adesione a stereotipi culturali atti a validare le tre autogiustificazioni di cui sopra:

 

  1. Attribuzione all’autore di femmicidio di sentimenti di amore per la donna che uccide (autogiustificazione n. 1). Si tratta di un’attribuzione arbitraria; infatti non solo è evidentemente da escludersi l’amore per la donna in chi la sta uccidendo, ma, anche per quanto riguarda la fase iniziali della relazione, gli autori della trasmissione non possono sapere se un autore di femmicidio abbia provato amore per la vittima o se invece il suo comportamento, anche quando è stato tipico dell’innamoramento, sia stato in realtà dettato dalla tendenza a sedurre la donna per soddisfare un desiderio di controllo.

A1. Anche se il concetto che quando c’è violenza non c’è amore è spesso ribadito, amore e violenza sono associati nel titolo (Amore Criminale) e in diverse affermazioni della conduttrice (ad esempio nella puntata del 03.11.2014 la conduttrice così commenta un delitto: “Capire il momento esatto in cui un amore diventa amore criminale non è facile”;

A2. Amore e delitto sono associati nella canzone scelta come sigla “Each man kills the thing he loves” [“Ogni uomo uccide la cosa che ama”] di Jeanne Moreau;

A3. Amore e delitto sono associati nell’immagine che si ripete in sovraimpressione molto frequentemente: un cuore rosso che si trasforma in un revolver e in un coltello;

A4. Anche se spesso le motivazioni degli aggressori vengono definite come volontà di possesso, viene regolarmente attribuita loro anche la gelosia (questo ricorre ripetutamente in tutte le trasmissioni esaminate). Ora, il significato di “gelosia” nella lingua italiana implica che chi la prova ami la persona di cui è geloso (si vedano per esempio i dizionari Garzanti e Zingarelli). Poiché i due termini “volontà di possesso” e “gelosia” coprono un campo semantico sovrapponibile, ci si può ragionevolmente aspettare che lo spettatore che desideri uccidere la partner o l’ex-partner si riconosca nella gelosia, che, implicando l’amore, purtroppo sostiene l’autogiustificazione n. 1, anziché nella volontà di possesso;

A5. Nelle scene che rappresentano il femmicidio, l’espressione sul volto dell’aggressore (o, meglio dell’attore che lo impersona) nel momento in cui colpisce la donna è di estremo dolore (puntata del 03.11.2014, puntata del 17.11.2014), come se l’uomo fosse profondamente dispiaciuto per la morte della donna che sta uccidendo. Si tratta di un’attribuzione del tutto arbitraria, non esistendo evidentemente prove dei sentimenti vissuti da questi imputati al momento dei delitti avvenuti senza testimoni (al di là forse delle loro stesse dichiarazioni di autodifesa) e potendosi, anzi, ragionevolmente supporre che l’emozione prevalente in un uomo che infierisce sulla ex-partner con 17 coltellate (puntata del 17.11.2014) o in quello che colpisce il volto della partner fino a renderlo irriconoscibile (puntata del 03.11.2014) sia la rabbia, non il dolore. Anche questa arbitraria attribuzione di dolore per la morte della donna va nel senso di confermare l’idea che l’aggressore provi per lei amore o affetto.

  1. La facile definizione delle violenze come esito di discontrollo o follia (autogiustificazione n. 2). In realtà, gli stati mentali di infermità o seminfermità mentale possono essere qualificati tali solo dopo complesse procedure psicodiagnostiche.

B1. Le violenze sulla partner sono frequentemente spiegate come perdita del controllo dell’aggressore in reazione a scelte di autonomia della donna. Non viene menzionata la possibilità che nelle violenze che si susseguono impunite sulla donna indifesa l’aggressore possa trovar sollievo anche rispetto a frustrazioni che hanno origine in contesti in cui è costretto a controllare la sua aggressività: sul lavoro, nella famiglia di origine ecc. e che quindi si possa trattare non di una incapacità nel controllare l’aggressività, bensì di un controllo selettivo. Per esempio, nella puntata del 03.11.2014 così viene commentata una scena di violenze fisiche e verbali: “Pasquale non sopporta l’autonomia di Adriana e un giorno esplode” (segue una scena di violenze e insulti). Nella puntata del 17.11.2014 secondo l’avvocata della vittima, “Una grande gelosia” porta Benedetto ad avere “reazioni spropositate”.

B2. Altre volte si descrivono gli stati mentali dell’aggressore con termini assunti, spesso scorrettamente, dalla nosografia psichiatrica. Per esempio, nella puntata del 03.11.2014 così vengono definiti i comportamenti di Alain: “comportamenti ossessivi e compulsivi”. E la notte prima del delitto così è narrata: “Una notte di puro delirio… Antidepressivi e hashish creano in lui ansia, panico, depressione”. Nella puntata del 10.11.2014 così è descritta lo stato mentale dell’uomo che ucciderà Sabrina: “Sabrina ha provato in tutti i modi di far capire a Nino che non è interessata a lui, ma l’uomo non l’ascolta: vive il suo delirio ossessivo… Sono tanti gli uomini che davanti al rifiuto di una donna non si rassegnano, che impazziscono all’idea che quella donna non possa essere loro”. “Nino scappa [dopo il delitto]. E’ in fuga da se stesso, è in fuga dal gesto atroce che ha compiuto. Ha portato a compimento il suo delirio ossessivo”. Persino la tendenza al controllo della vittima viene qualificata come una psicopatologia: nella puntata del 17.11.2014 la conduttrice commenta: “Rosi… uccisa da un uomo malato di possesso”.

  1. La co-partecipazione delle vittime alla violenza (autogiustificazione n. 3). Si tratta di un luogo comune presente anche nei testi della psichiatria e della psicologia, dove si parlava –e, ahimè ancora da parte di alcuni si parla- di masochismo delle vittime o collusione con l’aggressore e dove si usava –e, ahimè, ancora talvolta si usa- praticare psicoterapie di coppia per curare le violenze. In realtà, è vero che la donna che presenta tratti di personalità quali tolleranza dell’aggressività, scarsa tolleranza dell’abbandono, compromissione dell’autostima può più facilmente essere preda dell’abusante, ma è anche vero che queste sono caratteristiche che possono far parte della condizione femminile, spesso esito e non causa dell’essere oggetto di forme di maltrattamento e comuni anche a tantissime donne che non subiscono violenze: sono gli aggressori che creano le vittime di violenza, non queste ultime a cercarsela.

Messaggio pubblicitario C1. Definizione delle violenze dell’aggressore come un’interazione di coppia. Nella puntata del 17.11.2014 così viene introdotta dalla conduttrice la scena in cui Rosi (26 anni) rimprovera a Benedetto (38 anni) la mancanza di guadagni e lui reagisce picchiandola brutalmente: “Le rispettive famiglie di origine non sempre riescono ad aiutare i due ragazzi. Così più di qualche volta i soldi non bastano neanche per fare la spesa. Questo inizia a provocare le prime grandi tensioni tra Rosi e Benedetto”. E una zia riferisce la distruzione dei mobili di casa operata da Benedetto in questo modo: “Hanno litigato e hanno distrutto una casa…”. E, più avanti, la conduttrice racconta: “Benedetto diventa geloso e violento. Basta poco per farlo scattare. Ma Rosi reagisce: quando il compagno la picchia risponde alle botte. E’ un rapporto, quello tra i due ragazzi, che è entrato in una brutta spirale”… “In un’altalena di liti e riappacificazioni, Rosi ritorna con Benedetto”… In realtà, secondo quanto riferisce la madre, tutte le volte che Rosi rientrava in famiglia Benedetto continuava a insistere perché lei tornasse da lui. “Le discussioni e i litigi tra Rosi e Benedetto proseguono nonostante la gravidanza” (in un’intervista, la madre riferisce che Rosi venne ricoverata per un pugno al ventre inferto da Benedetto). E, in seguito, “Nuove violente liti determinano il peggioramento del rapporto”… “Neanche la nascita del bambino migliora le cose: tra Rosi e Benedetto c’è sempre molta violenza”. Nella puntata del 17.11.2014 la conduttrice spiega: “La vita matrimoniale di Alkida è subito segnata da liti e violenze. In realtà, a domanda dell’intervistatrice, Alkida risponde rivelando violenze tutt’altro che reciproche: “Schiaffi, pugni, mi sbatteva a terra…. Poi iniziano le minacce di morte”. Nella puntata del 03.11.2014 così viene ricostruita dagli autori della trasmissione l’uccisione di Alice: Come siano andate le cose lo sa solo Alain. Di certo la lite si è sviluppata in tutti i locali della casa per poi concentrarsi drammaticamente nel bagno” e le immagini mostrano l’attore che picchia l’attrice mentre lei picchia lui. Nella puntata del 03.11.2014 così viene commentata una violenza sessuale: “I rapporti sessuali tra Adriana e Pasquale si impoveriscono fino a diventare rapporti di puro possesso e sottomissione”. Il termine “sottomissione” implica una componente soggettiva di obbedienza, riconoscimento del potere dell’altro, sia pure obtorto collo (si vedano per esempio i dizionari Garzanti e Zingarelli). Attribuito alla vittima di uno stupro è minimizzante e responsabilizzante tanto più che viene riportata nella stessa trasmissione questa testimonianza della donna: ”Se non facevo quello che diceva lui erano botte, erano sputi” (dunque di schiavitù si trattava, non di sottomissione).

C2. Minimizzazione delle violenze, corollario dalla loro definizione come parte di un’interazione di coppia. Si veda la puntata del 03.11.2014: “La speranza del cambiamento… naufraga contro le durezze di Pasquale” con il termine “durezze” ci si riferisce a una violenza che procura alla vittima una tumefazione a un occhio che si ridurrà solo dopo un mese. Nella puntata del 17.11.2014 così viene commentato un ricovero d’urgenza di Rosi al quinto mese di gravidanza: “Le discussioni e i litigi tra Rosi e Benedetto proseguono nonostante la gravidanza e Rosi fisicamente ne risente al punto che si teme per il bambino”. In realtà la madre di Rosi rivela, nel corso di un’intervista trasmessa nella stessa trasmissione, che Rosi era stata portata all’Ospedale perché “Le aveva dato lui un calcio… Me lo ha detto il ginecologo”.

C3. L’idea che la spiegazione dei fatti sia da ricercarsi parimenti nella personalità della vittima e in quella dell’aggressore. E’ un concetto che non viene mai esplicitato, ma potrebbe essere veicolato dalla struttura narrativa utilizzata. Ogni puntata inizia con una descrizione della storia e della personalità della vittima cui fa seguito la descrizione della storia e della personalità del reo. L’indagine sull’infanzia e l’adolescenza della vittima e l’indagine relativa alla vita dell’aggressore poste alla pari e in parallelo possono veicolare la rappresentazione di due concatenazioni di eventi equamente concausa dell’incontro tra i due personaggi e poi del tragico epilogo. Questa sintassi storiografica potrebbe tendere a far perdere di vista la responsabilità individuale ed esclusiva dell’aggressore rispetto alla scelta di uccidere la donna.

C4. La tesi che le vittime non si rendano conto della pericolosità dell’aggressore ed è per questo che non denunciano o non si allontanano. Nella puntata del 03.11.2014 la conduttrice afferma: “Le violenze sono spesso precedute da campanelli d’allarme che le donne spesso sottovalutano o ignorano”. E, a conclusione della puntata, così commenta: “Capire il momento esatto in cui un amore diventa un amore criminale non è facile. Molte donne non riescono a comprendere la pericolosità dei rapporti che stanno vivendo perché hanno perso la lucidità, perché l’uomo che hanno accanto le ha distrutte psicologicamente”. La tesi, ribadita in tutte le trasmissioni dalla conduttrice, non è sostenuta da adeguate argomentazioni. Anzi, è smentita dai documenti presentati nelle stesse trasmissioni dai quali risulta che, se è vero che vi sono alcuni casi di dipendenza affettiva (come quello di Rosi, di cui parleremo), nella maggioranza delle vicende trattate nel corso delle puntate, quando le donne tardano ad allontanarsi dal partner o a sporgere denuncia è perché hanno ragione di temere che l’allontanamento o la denuncia, anziché ridurre il pericolo, possano causare un aumento della frequenza o intensità delle violenze. Infatti, le vittime sanno bene che le denunce non esitano nella loro messa in sicurezza. Si veda la puntata del 17.11.2014: quando Rosi denuncia Benedetto, la conduttrice riporta che “La denuncia provoca in lui una bruttissima reazione… Impaurita dalla reazione di Benedetto sarà proprio Rosi a ritirare la denuncia”. E’ dunque chiaro che un motivo che può spesso ritardare le denunce è proprio la previsione di “brutte reazioni” da parte dell’aggressore, ma questa connessione non viene esplicitata nei commenti della conduttrice alle scelte delle donne.

Messaggio pubblicitario Nella puntata del 17.11.2014 Aikida, una donna sopravvissuta a una relazione con un uomo violento, alla domanda dell’intervistatrice sul perché restasse a vivere con il marito, dice esplicitamente che restava per paura. Nella puntata del 17.11.2014 ecco come è annunciata la vicenda di Rosi, che, come si legge nelle immagini delle pagine dei quotidiani inquadrate nel corso della trasmissione, quando fu uccisa aveva denunciato l’aggressore sei volte per stalking: “Questa è la storia di una madre che cerca di aiutare una figlia e di una figlia che non riesce a capire in tempo il pericolo che sta correndo”. Si veda il commento della conduttrice nella puntata del 10.11.2014 riguardo la tragica vicenda di Sabrina: “Ma Sabrina sottovaluta la pericolosità di Nino”. Invece, secondo la testimonianza della collega trasmessa nella stessa puntata, Sabrina sapeva bene che stava rischiando la vita tanto che aveva rivelato di voler sparire; infatti pare proprio che, dopo aver denunciato invano, sparire sarebbe stata per lei l’unica via per salvarsi. Anche dopo che l’uomo comunica a Sabrina di avere un’arma e di nuovo la minaccia, secondo gli amici e il comandante dei carabinieri intervistati nella stessa trasmissione, Sabrina era consapevole del fatto che avrebbe potuto usare l’arma contro di lei. Ma la conduttrice, nonostante quanto emerge da queste interviste, ribadisce: “Sabrina all’inizio sottovaluta, non crede che Nino sarà capace di fare quello che ha detto. Solo molto tempo dopo comprenderà che quello minacce di morte sono vere”. Inoltre, nonostante che, come riferisce il comandante dei carabinieri, Nino avesse minacciato non solo Sabrina, ma anche “chiunque si fosse messo in mezzo”, il fatto che Sabrina non riferisca le minacce al fratello e al marito non viene interpretato come modo per non metterli in pericolo: “Finalmente, Sabrina capisce che Nino non sta scherzando…ma al fratello e al marito non dice ancora nulla”. Nella puntata del 03.11.2014 così viene commentata la vicenda di Silvia, un’altra donna sopravvissuta: “Silvia non si accorge che è entrata in un vortice emotivo pericoloso”. In realtà, Silvia all’intervistatrice dichiara ripetutamente che aveva paura dell’uomo e per questo non lo lasciava e riferisce di averlo subito denunciato per poi essere minacciata di morte e con tale minaccia costretta a ritirare denuncia; afferma poi che tuttora teme che l’uomo, che è a piede libero, possa fare irruzione in casa sua sfondando la porta. Parimenti del tutto priva di riscontri è l’affermazione nella puntata del 03.11.2014: “Adriana ci ha messo molto tempo a capire che la relazione con Pasquale era pericolosa… In realtà, secondo il suo avvocato, Adriana restava perché “Il terrore di essere uccisa aveva annullato in lei ogni capacità di reagire”. Dunque, non certo per una sottovalutazione del pericolo. In conclusione, se la maggior parte delle donne uccise di cui nelle puntate esaminate viene narrata la vicenda avevano denunciato le violenze e si erano allontanate dall’aggressore o comunque lo stavano lasciando quale pensano gli autori della trasmissione dovrebbe essere il comportamento delle vittime consapevoli dei pericoli? Nei filmati non si evince una risposta a questo quesito; vi è tuttavia la reiterata responsabilizzazione delle vittime, come nell’esempio che segue: ”Adriana ci ha messo molto tempo a capire che la relazione con Pasquale era pericolosa. Molte donne vivono una condizione come la sua: le invitiamo a troncare la relazione prima che sia troppo tardi”.

C5. La tesi che le vittime restano con l’aggressore perché psicologicamente dipendenti. Nella stessa puntata del 03.11.2014 così viene commentata la vicenda di Adriana: “Questa è la storia di una donna che per dieci anni non riesce a uscire dal ruolo di vittima… Come lei vivono tante donne accanto a uomini che le calpestano e le umiliano… Sono donne fragili, che non riescono a staccarsi dal proprio carnefice, che vivono una situazione di dipendenza affettiva”. In realtà, come abbiamo visto, secondo il suo avvocato, Adriana restava per il terrore di essere uccisa. Inoltre, secondo un’amica Adriana restava anche perché poteva sentirsi senza alternative essendo non indipendente economicamente e in una città lontana (quindi non per una dipendenza puramente psicologica). Vicenda diversa è quella di Rosi, trattata nella puntata del 17.11.2014. Effettivamente in questo caso pare sussistere una dipendenza affettiva, come anche le dice la sua psicologa in un colloquio ricostruito: “E’ un caso di dipendenza affettiva… Occorre por fine a questa situazione altrimenti rischi di farti ancora più male”. Tuttavia, gli autori della trasmissione omettono di sottolineare che è proprio quando Rosi avrà seguito l’indicazione della psicologa, si sarà emancipata e avrà lasciato Benedetto che verrà uccisa. Anzi, nel commento alla morte della giovane non si dà atto del fatto che la ragazza era riuscita ad allontanare l’uomo e lo riceveva in casa solo perché obbligata a concedergli di incontrare il figlioletto: “Rosi non riusciva a staccarsi dal proprio carnefice. Accade a molte donne. Non è facile capire perché succede. Non è facile capire quali dinamiche scattano. Non è facile capire perché un amore diventa un amore criminale”.

Messaggio pubblicitario Database Terapeuti SC 2016 C6. La tesi che per evitare le violenze sia sufficiente coraggio e forza di volontà. Se anche questa tesi non viene esplicitata, non può non veicolarla il modo in cui viene raccomandato alle vittime di denunciare le violenze: pur essendo riportato all’interno degli stessi filmati che molte donne vengono uccise nonostante la ripetuta denuncia dei loro aggressori, le raccomandazioni che la conduttrice ripete in ogni puntata sono rivolte esclusivamente alle vittime, affinché denuncino l’aggressore, anziché essere indirizzate in primo luogo alle autorità, alle famiglie, ai datori di lavoro, ai cittadini affinché non lascino sola la donna di cui sappiano che sta subendo violenze e rendano il suo aggressore immediatamente oggetto di ogni condanna anche morale. Va nella stessa direzione la cronaca delle testimonianze delle donne che sono sopravvissute a una relazione con un uomo violento: le loro vicende vengono descritte come se la donna ce l’avesse fatta da sola con coraggio e forza di volontà. Si veda per esempio la storia di Vanessa (puntata del 10.11.2014), dove l’aiuto ricevuto dai genitori dopo la separazione dal convivente si intuisce ma non è esplicitato; nella puntata del 17.11.2014 su Aikida per l’aiuto ricevuto dal centro antiviolenza solo un accenno. Nella puntata del 03.11.2014, dove viene intervistata Silvia, l’accenno ad aiuti ricevuti da professionisti resta vago. Nell’intervista ad Adriana (puntata del 03.11.2014) il ruolo del vicino di casa che durante un assalto del marito la protegge e si oppone all’aggressore non è, almeno a nostro parere, adeguatamente valorizzato; infatti la psicologa rileva soltanto che Adriana ha “smesso di fare la vittima”.

 

La nostra preoccupazione circa questi messaggi di conferma delle tre autogiustificazioni degli aggressori e l’effetto che essi potrebbero avere qualora lo spettatore sia un uomo che desidera uccidere la partner o l’ex-partner risulta accresciuta quando lo studio si focalizza sul contesto in cui questi contenuti vengono trasmessi; infatti, da tempo le scienze della comunicazione insegnano che l’efficacia di un messaggio dipende anche dal suo contesto. Qui di seguito elenco sommariamente alcune caratteristiche che saltano, per così dire, agli occhi dello studioso:

  • Autorevolezza morale della fonte delle informazioni: Amori Criminali si presenta come un’inchiesta giornalistica, genere da cui lo spettatore è abituato ad aspettarsi la rivelazione di fatti veri nonché un impegno sociale da parte degli autori; infatti frequentissime sono le affermazioni di condanna della violenza e di solidarietà alle vittime, accompagnate dalla giusta enfasi. Tali affermazioni di positivi principi morali finiscono purtroppo per fare da cornice anche agli stereotipi che abbiamo elencato qualificandoli moralmente in senso positivo e quindi facilitandone l’assimilazione;
  • Importanza istituzionale dell’emittente: RAI, Canale 3, e la collocazione in prima serata. Frequentemente, inoltre, viene data la parola a professionisti quali psicologi, ufficiali dei carabinieri, medici, magistrati, avvocati;
  • Tecniche atte a facilitare l’integrazione immediata delle informazioni: l’elencazione degli avvenimenti è con linguaggio e sintassi elementari tanto che talvolta si sofferma pedissequamente su particolari che non hanno alcunché di rilevante, come quando vengono rappresentati i rilievi della scientifica sulla scena del crimine senza comunicarne gli esiti che peraltro sarebbero comunque scontati (puntate del 10.11.2014, del 17.11.2014). Nelle spiegazioni dei fatti proposte dalla conduttrice o dagli esperti intervistati non sono menzionati dubbi interpretativi, né i complessi fattori in gioco a monte dei tragici avvenimenti. La mente dello spettatore non è sollecitata a formulare ipotesi o costruire collegamenti di causa-effetto o rilevare le contraddizioni. E’ pertanto facilitata l’adesione agli stereotipi sopra riportati;
  • Omessa citazione dei documenti: non è dato allo spettatore conoscere le fonti delle informazioni trasmesse. E non vi è soluzione di continuità tra documentario e recita: si deduce che si è passati dall’uno all’altra perché si riconoscono attori anziché i veri personaggi, ma la rappresentazione d’insieme tende a favorire l’indistinzione tra documenti, simulazioni e finzioni. E’ quindi inibita la valutazione critica dell’attendibilità di quanto affermato e tendono a essere equiparati a verità documentate anche dati che non possono che essere inventati dagli autori della trasmissione come l’espressione di dolore sul volto dell’aggressore nel momento dell’assassinio avvenuto senza testimoni (vedi punto A5), o l’attribuzione al reo di “follia” (vedi il punto B2);
  • Le scene di sangue, che si ripetono richiamate anche dal rosso nell’immagine in sovraimpressione (un cuore che si trasforma in un’arma – vedi punto A3), e l’esposizione delle salme martoriate non possono che attivare emozioni molto intense e le relative difese, atte a soverchiare lo spazio per il ragionamento e la critica e a favorire quindi l’accettazione dei contenuti trasmessi.

In conclusione, l’efficacia dei messaggi trasmessi, anche di quelli a favore delle autogiustificazioni di chi desideri uccidere la partner o l’ex-partner, potrebbe essere purtroppo accresciuta dal contesto.

Ringrazio per l’attenzione e, restando la disposizione per eventuali ulteriori chiarimenti, porgo distinti saluti.

 

Lugano, 24 Novembre 2014                                                                                        

Piera Serra

 

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  • Maria Elisabetta Ricci

    Posso, divertendomi un po’, date le critiche, individuare a quale modello di lettura della violenza l’autrice fa riferimento – al quale l’autrice non fa esplicito riferimento – semplicemente svolgendo le conseguenze logiche delle sue affermazioni critiche sino al loro massimo livello di esplicitezza, con una semplice operazione deduttiva.

    Punti A
    1.Nella natura umana non esistono l’ambivalenza e il conflitto, e Dostoevskij era un demente, e Catullo un povero scemo: “Odio e amo. Forse chiederai come sia possibile; non so, ma è proprio così, e mi tormento”. L’amore e l’odio dentro una relazione di coppia sono sentimenti incompatibili, li troviamo sempre rigorosamente distinti: o in una coppia ci si ama sempre, e quindi la Famiglia del Mulino Bianco esiste, o ci si odia sempre. Se ci si ama, non può esservi aggressività nemmeno in fantasia, se c’è aggressività allora vuol dire che c’è solo odio, e quindi anche solo frasi del tipo: “se non la smetti ti meno” (pronunciate – e non agite — in un momento di rabbia) appartengono solo a coppie che si odiano sempre. L’altra possibile interpretazione è che il maltrattante è un essere umano speciale, che prova solo e soltanto e sempre odio e la sua donna vittima è una deficiente che si fa sedurre da quest’uomo che prova solo e soltanto e sempre odio.
    2. La gelosia non è volontà di possesso, non è un sentimento che tormenta le persone quando pensano di perdere l’esclusività di una relazione, non contiene alcun elemento aggressivo nei confronti di chi si pensa stia rubando l’esclusività né verso chi la sta cedendo. E l’ode di Saffo alla gelosia è una bizzarria letteraria

    Simile a un dio mi sembra quell’uomo
    che siede davanti a te, e da vicino
    ti ascolta mentre tu parli
    con dolcezza
e con incanto sorridi. E questo
    fa sobbalzare il mio cuore nel petto.
    Se appena ti vedo, subito non posso
    più parlare:
    la lingua si spezza: un fuoco
    leggero sotto la pelle mi corre:
    nulla vedo con gli occhi e le orecchie
    mi rombano:
    un sudore freddo mi pervade: un tremore
    tutta mi scuote: sono più verde
    dell’erba; e poco lontana mi sento
    dall’essere morta.
    Ma tutto si può sopportare…

    E giacché non c’è ambivalenza nella natura umana, fratelli e sorelle, genitori e figli, amici e quant’altro che si scorticherebbero a vicenda sono tutti maltrattanti disumani. In alternativa: la gelosia dei non maltrattanti è buona e sincera e dolce e piena di buoni sentimenti amorosi.

    Punti B
    3. In maniera originale l’autrice suggerisce che l’ossessione, come ci insegna Luchino Visconti, sia una categoria di esclusiva pertinenza psichiatrica. A questo punto tanto vale che l’autrice proponga una revisione del DSM con l’inclusione del sintomo “sto in fissa” nell’elenco dei disturbi ossessivo compulsivi.
    4. L’ansia, il panico, la depressione, il delirio, l’assumere sostanze, il sentire di impazzire, sono categorie esclusivamente psichiatriche. Stesso discorso di revisione del DSM con “sto impanicato” (o “appanicato”) o “c’ho l’ansia” o “sto a sbroccà” o “famose ‘na canna” o “sto sotto a un treno”.
    5. Nessun maltrattante prova emozioni (amore idealizzato e sconsiderato, terrore per l’abbandono, odio per la partner abbandonica, gelosia delirante, crescita insostenibile della tensione e della rabbia, disperazione, odio distruttivo e certezza che con l’uccisione finirà tutto, visione da “tunnel” in cui esiste solo il momento presente e nessuna considerazione sul futuro, ampiamente descritti dalla letteratura sui maltrattanti borderline, per esempio) ma sono tutti inequivocabilmente psicopatici, cioè tutti agiscono la violenza freddamente e sotto pieno controllo delle intenzioni.

    Punti C
    6. La psicologia colpevolizza le donne, affermando che sono delle masochiste. Non è quindi il caso che gli psicologi si occupino di vittime.
    7. La donna vittima vive la relazione violenta in anestesia totale. Non c’è relazione, il maltrattante aggredisce e la vittima in anestesia totale subisce. Non esiste una storia in cui due persone si parlano, si conoscono, interagiscono. Al contrario, a un certo punto arriva un mostro e la donna cade in trance.
    8. Vivendo in trance, la donna non ha una personalità né una storia, non sceglie una relazione, non resta dentro una relazione, non è presente, non parla, non risponde, non comunica. Solo l’uomo ha una personalità: uccidere la donna.
    9. Nonostante siano in trance, le donne sono lucide, perfettamente consapevoli della mostruosità che hanno davanti, e restano col mostro solo per paura. Ricapitolando e raffinando la teoria: arriva un mostro e rendendosi immediatamente conto del pericolo la donna cade in uno stato di trance-paura che la costringe a restare.
    10. è escluso che le vittime siano affettivamente legate al partner. Non accade alle vittime di non riuscire a staccarsi dalla relazione affettiva.
    11. Essendo in anestesia totale non appena incontra il mostro, è chiaro che il ruolo delle autorità, dei vicini di casa, dei familiari è prioritario. Come può l’anestetizzata prendere la decisione di compiere un atto di volontà e coraggio per fuggire immediatamente dalla relazione violenta in tempo, alle prime avvisaglie, prima che il rapporto si strutturi e avvenga l’irreparabile?

    In generale, le cose che vengono criticate ad Amore Criminale nella ricerca sono esattamente i motivi per cui noi troviamo il programma interessante, e cioè il fatto che parli della violenza, seppure romanzando, in termini relazionali e sollevi tutte le criticità e contraddittorietà che non solo le storie di violenza sollevano, ma tutte le relazioni intime in generale. Amore criminale può diventare migliore, approfondendo ulteriormente aspetti relazionali apparentemente paradossali delle relazioni violente.
    MariaElisabetta Ricci, psicologa, Ph.D

    • Flavio Ponzio

      Non credo che scrivere un commento sarcastico sia il modo migliore o più costruttivo di discutere, men che meno citando Catullo e Dostoevskij per supportare le proprie tesi o critiche.
      Ricordiamo che Catullo e Dostoevskij scrivevano prosa e poesia, parecchio tempo fa. Non erano esattamente dei fini psicologi, criminologi o sociologi e in particolare riguardo ai tempi di Catullo non dovrebbe essere difficile capire come l’intera società avesse differenti concetti di violenza, etica, parità di genere e amore romantico rispetto ad oggi: per dirne una, c’era la schiavitù ai tempi; ma se vogliamo paragonarlo al 2014 a questo punto vale tutto, chiediamo anche il parere di Fabio Volo?

      • Maria Elisabetta Ricci

        Non erano fini psicologi, no… Mentre la tipa di sopra sì. Bocciato in storia, letteratura, psicologia, Flavio.

        • Flavio Ponzio

          Usare il termine “tipa” per sminuire una collega le conferisce certo tutta un altra credibilità.
          Lo sfottò e la presa in giro sono un ottimo strumento retorico quando non si hanno idee, nelle chiacchiere da bar.

      • Luca Emmanuel Testa

        eeffettivamente il parere di fabio volo sarebbe interessante, se qualcuno lo può contattare grazie fin d’ora

  • Matilde Conteduca

    il vero pericolo è la negazione dell’ambivalenza e del conflitto. Quale donna – o meglio, quale VITTIMA – si potrebbe mai riconoscere in un essere anestetizzato, senza personalità, senza una storia, senza cervello?

    • Stefania Rossetti

      Mi scusi, ma quando mai in questa ricerca, la donna è stata descritta come un essere anestetizzato, senza storia e senza cervello? Il problema è che le persone fanno filosofia e teoria della violenza di genere, ma non si sono mai trovate a confrontarsi con le vittime di persona. Lei sa che il conflitto è una cosa molto diversa dalla violenza?

  • Simona Galasso

    L’autrice dovrebbe firmarsi con solo nome e cognome. Io sono una psicologa e non accetto che chiunque legga questo articolo possa pensare che tutti gli psicologi, tantomeno la ricerca psicologica affermi ciò che l’autrice ha scritto. Non posso accettare che una psicologa affermi che l’indagine storiografica della vittima e dall’autore di violenza sia automaticamente un’ammissione di responsabilità della vittima ed un tentativo di non dare responsabilità all’autore di violenza. Questo lo pensa lei in quanto Piera Serra. L’anamnesi è uno strumento fondamentale per capire come funziona chi si ha di fronte. Non è un meccanismo per giustificare o de-responsailizzare, ma per capire. Capire perché alcune persone (donne, madri, uomini, padri) uccidono i propri figli, e farlo attraverso la raccolta del numero maggiori di informazioni per capire cosa li ha portati a questo gesto, non è un tentativo becero di giustificare il loro comportamento e le loro responsabilità. Perché quando si parla di violenza contro le donne all’interno della relazione intima si deve smettere di fare ciò che per altri comportamenti violenti, o non violenti è indispensabile fare e cioè capire il funzionamento e le motivazioni che hanno portato una persona a fare quello che ha fatto. Piera Serra, è libera di pensare, ciò che vuole e dirlo a più persone possibili. Ciò che non può fare è far intendere firmandosi Psychology and Psychotherapy Research Society che quello che lei afferma è frutto di ricerche, studi e prassi di TUTTI gli psicologi e psicoterapeuti. Non è così.

    • Flavio Ponzio

      Signora Galasso,
      Chiunque abbia un minimo di dimestichezza col funzionamento delle pubblicazioni, sa bene che è la norma che un autore si firmi col proprio nome e con la propria affiliazione.

      L’autrice si firma col proprio nome e col nome della struttura di afferenza: PsyRes per l’appunto: http://www.psy-res.org/it/about/

      Credo che fino ad adesso solo lei abbia pensato che l’autrice volesse parlare a nome dell’intera comunità scientifica.

      Flavio Ponzio, giornalista.
      (ho parlato a nome di tutti i giornalisti?)

      • Maria Elisabetta Ricci

        Su, la tipa se fosse iscritta a qualche ordine nazionale sarebbe da segnalare perché lede la credibilità dei colleghi, per piacere

        • http://www.stateofmind.it/ State of Mind – WebJournal

          Signora Ricci, non sono tollerati commenti offensivi o calunnianti su questo giornale.

          Se oltre a parlare vuole anche agire, può accomodarsi: http://psicologi.psy.it/regioni/emilia_romagna/S/SERRA_PIERA.html

          Eventuali altri commenti dal contenuto offensivo saranno rimossi dalla redazione.

          • Stefania Rossetti

            Grazie. Cerco di contrastare, in altre sedi, i commenti calunnianti della Dottoressa, da circa due giorni. Ma vedo che è proprio un modus operandi.

  • Paolo Scatolini

    la dipendenza psicologica potrebbe esistere ma evidentemente non nei casi indicati. Comunque meglio una fiction vera invece di una inchiesta che sembra fiction

  • Stefania Rossetti

    Trovo molto interessante questa ricerca, mi piacciono i toni miti e tesi al confronto che usa, senza mai cadere nell’offesa e nella squalifica, contrariamente a molti commenti qui sotto riportati. Mi sembra che l’attenzione sia rivolta sia alla cultura che alle vittime. Si vede che è stata compilata da persone che lavorano direttamente a contatto con la realtà della violenza. Fa piacere vedere che gli psicologi non si esauriscano nelle proprie teorie ma siano in grado di abbracciare epistemologie diverse. Grazie Dott.ssa Serra, è una speranza per l’intera categoria.

  • Paolo Scatolini

    la gelosia esiste ma se c’è l’amore allora deve esserci assieme alla passione anche la fiducia che impedisce all’eventuale gelosia di degenerare in ossessione del possesso. Quanto al comportamento femminile che innesca (o da’ il pretesto per) la violenza del coniuge bè questo può succedere, sono dinamiche che accadono e non giustificano il violento nè tantomeno chi uccide una donna solo perchè l’ha lasciato: lasciare il coniuge è un atto della donna che non giustifica mai la violenza contro di lei, parlarne non vuol dire avallare la violenza

    • Stefania Rossetti

      Le assicuro che gli uomini violenti non hanno bisogno di nessun pretesto. Il pretesto se lo creano (la pasta è fredda, la pasta è calda, la donna parla, la donna tace, lo guarda, non lo guarda). Il rischio di cui parlava la ricerca è proprio questo, passare l’idea della vittima che precipita il reato. La giustificazione principale degli uomini violenti è “è colpa tua, tu mi fai diventare così”, salvo poi verificare che sono violenti con ogni partner che incontrano. Bisogna stare molto attenti a dire che il comportamento femminile innesca la violenza, la violenza si innesca perchè quegli uomini sono violenti. Punto. Si può fare lo stesso discorso con le violenze sessuali, crede ci siano donne che se la sono cercata? E degli abusi sui minori che ne dice? I bambini sono stati troppo capricciosi e hanno tirato via gli schiaffi dalle mani dei genitori? O hanno sedotto l’adulto che li ha abusati? Anche loro hanno innescato il comportamento? La violenza è violenza. Tutti i discorsi di reciprocità sono utili e hanno senso in altri casi, non se ti svegli di notte con una pistola in bocca e se vivi con minacce di morte quotidiane verso te e i tuoi figli.

      • Paolo Scatolini

        ma è ovvio che le vittime di stupro non se la sono cercata e i bambini non seducono chi abusa di loro ed è colpa del marito violento, quanto ho scritto non lo mette in discussione

      • Luca Emmanuel Testa

        insomma. chi viene stuprata non se la cerca ma ha più probabilità di esserlo una ragazza che vive in un paese arabo è indossa la minigonna (caso fantasioso viene arrestata all’istante) che una che indossa il chador. così come (caso personale) ci sono persone che usano il loro corpo per attirare attenzioni senza farsi troppi scupoli , lamentandosi poi di essere definite miniotte. ma queste persone non considerano che quello che fanno è un po’ un colpo basso nei confronti delle “colleghe” (non miniotte, ma donne come loro) che per ottenere le attenzion dell’altro sesso non indossano la minigonna o la maglietta scollata. tutto ha un prezzo. se decidi di vestirti in un certo modo sappi che passerai per… io non posso uscire nudo , se mi vadi farlo, anche se non importuno nessuno, è se lo faccio arriva l’ambulanza è mi ricoverano in psichiatria (di nuovo) tutto ha un prezzo. questo non vuol dire che te la sei cercata, ma se scendi nell’interrato di uno sconosciuto, vai al valentino alle tre di notte (caso personale) non ti lamentare se succede qualcosa di brutto. o meglio. lamentati pure. ci sta. ma ti conviene pensarci prima. non è un mondo perfetto. non ancora almeno. e non sono certo anni da illuminismo. tutt’altro.

  • Stefania Rossetti

    Nell’ambito
    di un dibattito aperto, mi permetto di fare alcune considerazioni,
    quantomeno per dimostrare che nella psicologia ci sono diverse
    epistemologie e che gli psicologi, sono, anche in ragione di questo,
    professionisti aperti al confronto.
    Non mi
    sembra che la ricerca in questione negasse l’ambivalenza nelle
    relazioni intime, di fatto non si parlava di relazioni intime (termine
    piuttosto vago), ma di violenza di genere, e del linguaggio che si usa
    per descriverla. Sì, preferisco la dicitura “violenza di genere”, in
    questo caso, piuttosto che “violenza nelle relazioni intime”, dato che
    non vedo nessuna reciprocità, ma piuttosto una unidirezionalità delle
    violenze. Credo, inoltre, che la distinzione tra conflitto e violenza
    sia una cosa su cui è necessario, soprattutto da parte degli psicologi,
    fare chiarezza, dato che c’è una forte tendenza a sovrapporli. Catullo
    parla esplicitamente di tormento interiore, non mi risulta che dica “mi
    tormento, e quindi ti ammazzo di botte”, la differenza è anche qui. Ma
    forse ci dovremmo chiarire sulla definizione di “amore” e sulla cultura
    che a tal proposito decidiamo di sostenere. Credo, in ogni caso, che
    citare l’odi et amo di Catullo, sia, nella migliore delle ipotesi, un
    abuso letterario, nella peggiore, una pericolosa mistificazione.
    La
    gelosia e il possesso hanno natura e,spesso, esiti diversi (di norma si
    possiedono cose, non persone), per cui anche l’ode alla gelosia di
    Saffo mi sembra piuttosto fuori luogo, ma volendo lo stesso restare sul
    pezzo, di nuovo, mi pare che Saffo parli di una sofferenza interiore,
    non conclude con “poco lontana mi sento dall’essere morta…anzi
    facciamo che muori tu”, non prevede il pagamento di un dazio della
    partner per il sentimento che prova lei. L’ambivalenza, il tormento, la
    gelosia sono sentimenti, la violenza è un comportamento. Banalmente, le
    prime non sono reati, la seconda sì.
    Per
    quanto riguarda l’attenzione che l’autrice dell’articolo richiede,
    rispetto all’utilizzo di termini di stampo psichiatrico, mi sembra che
    sia auspicabile da parte di tutta la comunità scientifica, poiché,
    sebbene siano entrati nel linguaggio comune e se ne accetti l’uso
    improprio durante una conversazione tra amici, bisognerebbe essere più
    attenti quando si sceglie di utilizzarli per spiegare i comportamenti
    umani, quando, per così dire, si fa Cultura Psicologica. Non mi sembra
    affatto che la ricerca sostenga che la psicologia colpevolizzi le donne,
    rileva il fatto che molti psicologi (soprattutto quelli che hanno
    studiato la violenza sui libri di testo) tendono ad aderire a modelli di
    riferimento teorici e sono poco inclini a considerare la complessità di
    un fenomeno che, sebbene spesso (ma non sempre) si svolga tra le mura
    domestiche, non è privato, ma culturale. La natura umana non si declina
    solo in termini intrapsichici, ma si compone e incontra una serie di
    variabili di contesto che spesso non vengono considerate a sufficienza
    quando si parla di violenza di genere. Inoltre, non mi pare che descriva
    la donna come sotto anestesia, né in un stato di trance, anzi, ne
    sottolinea lo stato di attivazione praticamente incessante, visto che
    chiunque abbia parlato con una di loro non avrà potuto fare a meno di
    notare quanto sia attenta ad ogni movimento, parola o respiro. Spesso
    questo non serve a proteggerla. Ciò che l’articolo sottolinea è il
    vissuto di terrore paralizzante che riportano e basta leggere la cronaca
    per rendersi conto che tale vissuto non sia poi così infondato. Ho
    visto centinaia di donne (oserei dire migliaia) e nessuna mai mi ha
    detto “aiutami perché non riesco a lasciarlo”, mi hanno tutte detto
    “aiutami perché ho paura e non so come fare”. Lungi da me affrontare
    dettagliatamente, in questa sede, la complessità dei vissuti e della
    psicologia delle persone coinvolte (d’altra parte non mi sembra che
    fosse l’intenzione neanche dell’autrice dell’articolo), ma si può
    immaginare quanto sia spaventoso contattare la propria paura? Si può
    immaginare che, per difesa, a lungo, si possa spesso scotomizzare?
    Davvero vogliamo sostenere che sia una questione di forza di volontà e
    di coraggio? Direbbe mai, come clinica, ad una persona che versa in uno
    stato di profonda prostrazione e dolore “Dai su fatti forza, abbi un po’
    di coraggio, come mai non ce l’hai? Vediamo un po’ perché?” Sa quanto
    coraggio, invece, ci vuole, per decidere di affrontare una situazione
    così dolorosa e pericolosa? Non direi proprio che queste donne ne siano
    prive, non è nei termini di volontà e coraggio che mi esprimerei nei
    confronti di chiunque vivesse una condizione di disagio profondo
    (depressione, tossicodipendenza, ansia, fobia o maltrattamento che sia).
    Per loro anche solo venire a colloquio rappresentava di per se stesso
    un rischio molto grande. Senza contare che ci sono moltissimi attori
    sociali implicati in questi casi (Forze dell’Ordine, Servizi sociali,
    centri protetti, tribunali) che giocano un ruolo fondamentale nel
    percorso di uscita dalla violenza che affronta la donna..
    La
    comunità scientifica degli psicologi dovrebbe integrare le proprie
    prospettive con quelle degli studi di genere e di coloro che lavorano
    direttamente a contatto con le realtà territoriali (Forze dell’Ordine,
    Servizi Sociali, Centri Antiviolenza, Sportelli…) che si occupano del
    contrasto alla violenza di genere. Almeno nell’ordine di idee di
    arricchire la propria visione e i propri interventi, tenendo conto della
    complessità del fenomeno, che è sì personale, ma anche fortemente
    connotato da variabili sociali e culturali.
    Inoltre
    mi pare ci sia una specifica sezione del codice deontologico che
    regolamenta il rapporto tra colleghi. Per citare un articolo: “Articolo
    36 Lo psicologo si astiene dal dare pubblicamente su colleghi giudizi
    negativi relativi alla loro formazione, alla loro competenza ed ai
    risultati conseguiti a seguito di interventi professionali, o comunque
    giudizi lesivi del loro decoro e della loro reputazione professionale.” .
    Quindi forse commenti così fortemente squalificanti nei confronti di chi è portatrice di una visione altra, non solo ci priva della
    caratteristica di apertura mentale verso prospettive diverse, ma rischia
    di andare in violazione della deontologia.

  • Alberta Ferrari

    Dott.ssa Serra, ha accennato alla proposta della psicoterapia di coppia come intervento sbagliato ma ancora in essere. Anche a me risulta che venga proposta e mi piacerebbe che chiarisse bene perché, secondo lei, viene proposta e perché è una forma di intervento sbagliata. Io la penso esattamente così e penso che l’inusuale coraggio di un uomo di ricorrere allo psicoterapeuta venga rovinato coinvolgendo la donna come se fosse un problema di dinamica di coppia anziché cercare di curare lui dall’agire la violenza, ma da non specialista mi piacerebbe sentire la sua motivazione competente.

    • http://www.stateofmind.it/ State of Mind – WebJournal

      Grazie per la domanda che mi consente un chiarimento.
      Tenterò di rispondere in modo conciso. Fino a un paio di decenni fa non era infrequente che uno psicoterapeuta vedesse le violenze agite da un uomo sulla donna come momento dell’interazione della coppia, parte di un circuito di azione-reazione. Si è poi constatato che questa forma di contestualizzazione delle violenze può comportare la riduzione della percezione di responsabilità dell’aggressore circa la propria scelta di nuocere nonché la responsabilizzazione della donna circa la violenza che subisce.
      Piera Serra

  • Manuela Cipolat

    Gent. le dott.ssa Serra,

    sono Manuela Cipolat, psicologa
    del centro clinico per la famiglia “La bussola dei naviganti” attivo nel comune
    di Ladispoli. Quale professionista collaboro con lo sportello “OrientarSI”
    presso l’Istituto Random di Roma, impegnato nella consulenza ad adolescenti e
    giovani adulti con particolare attenzione alle problematiche inerenti omofobia
    e violenza di genere.

    Ho letto con interesse ed
    attenzione la lettera da lei scritta riguardo lo studio relativo ai “
    possibili effetti sul pubblico di Amore Criminale, RAI 3” cogliendo l’opportunità di ampliare il
    discorso tramite la diversa lettura di
    alcune argomentazioni. Al di là delle critiche mosse al sopracitato programma,
    di cui non ho approfondito la visione, mi ha colpito la svalutazione operata
    nei confronti della terapia di coppia, quale strumento di aiuto nel tragico
    panorama della violenza di genere ed intrafamiliare. Sebbene
    la sua disapprovazione verso tale forma di intervento riguardi il “praticare psicoterapie di coppia per curare
    le violenze” e come su tale definizione sia possibile convenire poiché
    a fronte di violenza perpetrata sia indispensabile intervenire bloccando tali
    azioni con il ricorso alla giustizia, le sue affermazioni rischiano altresì di
    cancellare l’importanza di una visione sistemica nell’inquadramento del
    problema.

    Negli ultimi anni infatti la cronaca ha sottolineato l’ampiezza del
    fenomeno sollecitando la necessità di intervenire al fine di ridurne le manifestazioni. Ci si è
    allora rivolti alle donne cercando di informarle, sostenerle e aumentarne la
    consapevolezza; ci si sta rivolgendo agli uomini così da sensibilizzarli e renderli partecipi nella lotta in favore
    del cambiamento…purtroppo però poco o nulla si è detto sulla RELAZIONE, che ci
    coinvolge entrambi, maschio e femmina,
    mostro e vittima e sulla quale si potrebbe intervenire in un ottica
    realmente PREVENTIVA.

    Qualsiasi comportamento è comunicazione (Watzlawick P, 1971) e proprio per questo non comprendo
    come una lettura del comportamento violento all’interno della relazione di
    coppia, contesto in cui si manifesta e realizza, implichi in alcun modo la
    minimizzazione della violenza. Penso
    invece che allargare il campo d’osservazione alla relazione oltre al singolo
    individuo, vittima o aggressore che sia, conduca verso una visione maggiormente
    complessa del problema e quindi d’aiuto nella strutturazione di interventi
    efficaci nell’ambito dell’ informazione, della prevenzione e della cura.
    Definire, come nella sua lettera, “le violenze dell’aggressore come
    un’interazione di coppia” tende a favorire una visione distorta della logica
    circolare sistemica; diverso è invece sottolineare l’importanza di osservare
    come le violenze dell’aggressore si realizzino nella relazione di coppia, dove
    si struttura una specifica modalità interattiva. Infatti se il contesto
    rappresenta la matrice che da significato a quanto accade (Bateson G, 1977), è
    allora imprescindibile , in uno studio sulla violenza, non porre attenzione
    alla relazione e alla comunicazione patologica nella coppia.

    Tutto questo non ha nulla a che fare con impossibili giustificazioni
    verso chi si rende autore di crimini vergognosi come quelli inerenti la
    violenza di genere; al contrario ampliare il campo d’osservazione prendendo in
    considerazione l’intero sistema rende riduttiva una logica lineare causa-effetto
    ampliando la discussione secondo un
    pensiero circolare e quindi
    multicausale. Sottolineare l’importanza
    di GUARDARE AL PROCESSO COMUNICATIVO NELLA RELAZIONE, propone la possibilità DI
    INTERVENIRE PREVENTIVAMENTE AFFINCHÉ NON
    SI INSTAURI IL CIRCUITO DELLA VIOLENZA, sostenendo la necessità di imparare a leggere le
    distorsioni comunicative all’interno del rapporto di coppia e chiedere aiuto
    terapeutico dove se ne ravvisi la necessità. Osservare le relazioni, non solo
    all’interno della coppia ma anche nei diversi contesti significativi che
    l’individuo si trova a sperimentare, a livello di micro ed eso-sistema
    (Brofenbrenner U, 2002 ) aiuterebbe a leggere l’isolamento sociale in cui
    gradualmente affondano tali situazioni , favorendo una migliore comprensione
    del fenomeno e la strutturazione di una propaganda preventiva d’informazione.

    Lei afferma “ In realtà, è
    vero che la donna che presenta tratti di personalità quali tolleranza
    dell’aggressività, scarsa tolleranza dell’abbandono, compromissione
    dell’autostima può più facilmente essere preda dell’abusante, ma è anche vero
    che queste sono caratteristiche che possono far parte della condizione
    femminile, spesso esito e non causa dell’essere oggetto di forme di
    maltrattamento e comuni anche a tantissime donne che non subiscono violenze:
    sono gli aggressori che creano le vittime di violenza, non queste ultime a
    cercarsela.” In questa parte del suo articolo non comprendo bene cosa intenda per “caratteristiche che possono far parte della
    condizione femminile” quasi le fragilità elencate siano proprie dell’esser
    donna sostenendo siano “comuni anche a tantissime donne che non subiscono
    violenza”. Inoltre è proprio lei a mettere in luce l’importanza del
    contesto relazionale in cui si vive, affermando come tali caratteristiche siano
    “esito …dell’essere oggetto di forme di
    maltrattamento”, cambia soltanto la
    punteggiatura con la quale si guarda alla sequenza di eventi.

    Per concludere, al di là della diversa visione del fenomeno,
    vorrei ringraziarla per aver
    criticato pragmaticamente, scrivendo e pubblicando il suo pensiero e aver
    reso in tal modo possibile
    l’amplificarsi delle riflessioni su un tema tanto importante quale quello della
    violenza contro le donne, dandomi la possibilità di offrire una lettura
    relazionale, spesso trascurata, del problema.

    Bateson G (1977) Verso un’ecologia
    della mente. Adelphi, Milano

    Watzlawick P, Beavin JH,
    Jackson DD (1971) Pragmatica della comunicazione umana. Astrolabio
    Ubaldini, Roma

    Brofenbrenner U (2002) Ecologia
    dello sviluppo umano. Mulino, Bologna

    • http://www.stateofmind.it/ State of Mind – WebJournal

      Cara dottoressa Cipolat,
      mi trovo d’accordo su tutto quello che scrive e mi scuso se per riassumere un’enorme mole di lavoro in poche facciate ho trascurato di chiarire tutti i punti.
      Per quanto riguarda le terapie di coppia, trovo che vi siano esperienze ottime di aiuto alle famiglie in cui né si riduce la scelta di aggredire una donna da parte del suo compagno a una reazione a qualche comportamento della donna stessa, nè tantomeno si definisce l’aggressione come sintomo psicopatologico deresponsabilizzando l’autore. Negli anni ’90 per esempio ebbi l’opportunità di vedere Cloè Madanes condurre eccellenti trattamenti di famiglie con un membro abusante.
      Per quanto riguarda le caratteristiche di personalità che possono rendere una donna tollerante nei confronti di un abusante, ribadisco che possono essere di tante donne che non hanno la sventura di incappare in un compagno abusante e che possono essere l’esito di un’educazione distorta, non necessariamente di esperienze di vera e propria violenza fisica.
      Per quanto infine riguarda la necessità di considerare il contesto per meglio comprendere le violenze, è ciò su cui sono impegnata da decenni (vedi per es. il saggio Physical Violence in the Couple Relationship: A Contribution toward the Analysis of the Context, Family Process, 1993).

      Piera Serra

  • Luca Emmanuel Testa

    perfettamente d’accordo. una brutta trasmissione, fatta male, superficiale, molto stile rai3, stile lucarelli, stile chi l’ha visto, con le dovute differenze, poi i pistolotti morali li trovo veramente pietosi. chi sano di mente o con un discreto equilibrio giudica giusto ammazzare la compagna o chi freqyenta? la realtà è che così la massaia la acchiappi meglio. così può farsi coinvolgere parli di quanto sono cattivi i ragazzi. senza entrare ad analizzare quello che è successo. troppo facile, ma molto molto triste. molto più interessante sarebbe torchiare chi ha ucciso, non per punirlo, ma per capire cosa è successo. la cronaca la leggiamo sui giornali, la vediamo su canale 5, alla vita in diretta. quale l’utilità di usare la terza rete per programmi del genere? anche Camila, che seguivo, la apprezzavo enormemente di più a loveline dove si vedeva che sapeva di cosa parlava a quando l’ho ritrovata giornalista improvvisata. lasciale fare a report quelle inchieste.

  • Annalì Stacchinì

    Salve,
    trovo sia lo studio esposto che tutti i commenti molto interessanti, vorrei proporvi le mie considerazioni (io sono filosofa, mi scuserete la mancanza di termini tecnici da psicologi).
    Premesso che si comprende la complessità e molteplicità dei fattori, psicologici e non, che delineano una relazione di coppia, a me sembra che emergano essenzialmente 3 schemi esplicativi della violenza di genere del tipo raccontato dalla trasmissione in oggetto:

    – schema veicolato dalla trasmissione: la donna è la prima a dovere reagire, chiedere aiuto e lasciare l’uomo violento alla prima manifestazione di violenza (io sono d’accordo perchè 1. se non lo fa lei gli altri potrebbero accorgersene troppo tardi
    2. perchè una relazione, malata o sana che sia, all’inizio è più facile da sciogliere che dopo anni, in cui le routines creano dipendenza in entrambi e il legame si stringe sempre più, quindi anche la reazione del lasciato sarà peggiore e.g. dopo 10 anni piuttosto che dopo 10 giorni.
    3. l’assassino avrà sicuramente avuto altre donne, che non sono state ammazzate e se non sono state ammazzate, evidentemente avranno agito tempestivamente per tutelarsi, trovo giusto suggerire alle telespettatrici di fare altrettanto).
    Questo viene interpretato dalla Dottoressa Serra come colpevolizzazioneresponsabilizzazione della vittima.

    – schema della Dottoressa Serra: la società, lo stato, i vicini di casa, la famiglia devono occuparsi delle donne che subiscono violenza e salvarle. Mi chiedo come possano sapere che una donna subisce violenza se lei non glielo comunica. Dovrebbero spiare dalla serratura? (Non è facile come sembra, per esempio in casa mia siam tutti mezzi sordi, perciò si urla sempre tanto, il mio vicino potrebbe pensare benissimo che qualcuno ci picchi tutti i giorni). Inoltre in alcune puntate la donna martoriata mente a tutti, difende il marito, addirittura smentisce le figlie che si erano rivolte alla polizia per denunciarne le violenze.
    Sindrome di Stoccolma? Forse, ma è più frequente trovare donne incapaci anche solo di pensare alla propria vita senza un uomo, che eventualmente potrebbero trarre giovamento dalla visione del programma.

    – schema di coloro che ragionano analogicamente: ‘come dire che le vittime di pedofilia o le donne stuprate hanno provocato il pedofilo/stupratore’. Premetterei che i bambini non sono paragonabili, per possibilità psicologiche, economiche, relazionali, decisionali etc. a una donna adulta e che una donna stuprata normalmente evita di restare accanto allo stupratore, Comunque questo schema non ha che un esito: il fatalismo. La donna non può farci nulla, come un bambino vittima di pedofilia? Quindi alla prima manifestazione di violenza può mettersi l’anima in pace e prenotarsi una lapide, certa che ormai il suo destino è di subire fino alla morte?

    Personalmente credo che la Dottoressa Serra abbia perfettamente ragione nella sua analisi (la sigla secondo me è da denuncia!!!!), eccetto che nel giudicare negativamente la responsabilizzazione della donna, che non significa ‘ti picchia perchè te lo meriti’ ma ‘se prova a sfiorarti anche solo con un dito vattene immediatamente, prima che diventi pericoloso sia restare che lasciarlo. Chiedi subito aiuto perchè se non lo chiedi non ti pioverà dal cielo’. La paura deve arrivare prima che sia necessario temere di fare una denuncia, secondo me.

    Cosa ne pensate?

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