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Sabato 22-10-2011

ID Articolo: 2287 - Pubblicato il: 25 ottobre 2011
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rassegna stampa

La dimensione della rete virtuale di Facebook correla con la dimensione di specifiche aree cerebrali. Nonostante le mode scientifiche di studiare sempre più i processi cerebrali, così come il legame tra psicologia e nuove tecnologie, scegliendo tra gli articoli da presentare in rassegna stampa, è difficile ignorare un contributo che ci racconta come il numero degli amici che le persone hanno su Facebook sia correlato alla dimensione di specifiche aree del loro cervello. Ovviamente si tratta di una correlazione e non di un rapporto causale, premurosamente e correttamente sottolineano gli autori dello studio. Non possiamo cioè definire un rapporto causale tale per cui avere più amici su Facebook porterebbe a un incremento della quantità di materia grigia nell’amigdala, e in altre aree quali il solco temporale superiore destro, il giro medio temporale sinistro e la corteccia entorinale destra, né viceversa che la presenza di dimensioni maggiori di tali aree favorirebbe l’aumento del numero di amici su Facebook. Il gruppo di ricerca coordinato dal Professor Rees del UCL Institute of Cognitive Neuroscience e Wellcome Trust Centre for Neuroimaging ha sottoposto a brain imaging 125 studenti universitari, tutti utenti attivi di Facebook analizzando nello specifico l’estensione delle loro reti sociali virtuali e reali in connessione con le dimensioni strutturali di specifiche aree cerebrali. I risultati dello studio sono stati pubblicati due giorni fa su Proceedings of the Royal Society B. Studi simili costituiscono solo l’inizio per di una serie di stimolanti interrogativi riguardo il rapporto tra internet, social network e il nostro cervello.

 

Effetti politici della paura esistenziale.

L’articolo di Florette Cohen apparso sul numero di ottobre di Current Directions in Psychological Science analizza gli effetti e  i processi psicologici alla base della “paura” esistenziale che assale gli individui di fronte a eventi terroristici: in questi momenti la possibilità della morte diviene enormemente più saliente nella nostra mente -effetto di “mortality salience”-. L’autrice riprende diversi contributi scientifici e sperimentali che evidenziano come l’aumento della consapevolezza della propria possibile morte, così come stimolazioni subliminali riguardanti la mortalità, portino le persone a provare sentimenti ed emozioni più positive riguardo figure carismatiche ed eroiche, e ad essere più punitive nei confronti di coloro che vengono dipinti come malfattori. Addirittura, la manipolazione sperimentale della consapevolezza di pericolo e di morte può portare anche individui tendenzialmente pacifici verso tendenze più aggressive: studenti iraniani che in una condizione di controllo preferivano la descrizione di una persona impegnata nella preghiera, se indotti precedentemente a pensare a eventi tragici e mortiferi presentavano atteggiamenti più positivi verso figure di terroristi suicidari. Alla luce degli studi passati in rassegna dall’autrice gli effetti politici del terrore su un’opinione pubblica spaventata non sono solo oggetto di teorizzazioni e speculazioni ma sembrano trovare riscontri sperimentali nelle scienze psicologiche.

 

Uso e abuso della diagnosi in psichiatria.

Si è aperta a Modena la Settimana della Salute Mentale. L’evento, in programma dal 21 al 28 di ottobre, sarà l’occasione non solo per specialisti del settore ma anche per un pubblico più vasto, di discutere e dibattere sul tema della salute mentale nei suoi vari aspetti dal punto di vista scientifico, politico-sociale e culturale. Tra gli ospiti più attesi, Allen Frances, professore alla Duke University e coordinatore della quarta edizione del Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. In vista della quinta edizione del manuale diagnostico di riferimento nel mondo della salute mentale, prevista per il 2013, Frances lunedì presenterà una lezione magistrale dal titolo: “Uso e abuso della diagnosi in psichiatria”. Al cuore dell’intervento sono attesi temi caldi quali l’inflazione diagnostica, la medicalizzazione della vita quotidiana, nonché l’abuso della psicofarmacologia.

 

La gratitudine come antidoto all’aggressività.

Le persone riconoscenti non sono soltanto più gentili e cordiali, ma sono anche meno aggressive: le ricerche in ambito psicologico ci insegnano a non dare nulla per scontato e a ci mettono in guardia dalle tentazioni di cedere alle credenze della “psicologia del senso comune”. Lo studio di Nathan DeWall, professore di psicologia a UK College of Arts & Sciences invece ha proprio dimostrato la correlazione tra gratitudine e diminuzione dell’aggressività mediante 5 studi rispettivamente di tipo cross-sezionale, longitudinale, sperimentale e di experience-sampling che hanno coinvolto più di 900 studenti. Dai risultati è emerso che la gratitudine, così come il comportamento specifico di “ringraziare”, riduce l’aggressività nella quotidianità. “Sappiamo che le persone riconoscenti sono persone piacevoli” dice DeWall “ma questo è il primo studio che supporta empiricamente l’idea che chi è riconoscente e prova gratitudine possa essere di conseguenza anche meno aggressivo”.

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