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Idoli, identità e ruolo: come scegliamo i nostri idoli e perché ne siamo ispirati

Idoli: da quelli sportivi a quelli dello spettacolo, ognuno di noi li sceglie in base a bisogni diversi. Anche i processi di imitazione differiscono e possono stimolarci positivamente o coinvolgerci in meccanismi un po' pericolosi..

ID Articolo: 159521 - Pubblicato il: 12 novembre 2018
Idoli, identità e ruolo: come scegliamo i nostri idoli e perché ne siamo ispirati
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L’arrivo di Ronaldo in Italia ha portato un entusiasmo incontenibile. Ufficializzato l’acquisto, la Juve ha guadagnato centinaia di migliaia di nuovi iscritti ai suoi canali social; la maglietta dell’attaccante portoghese, subito mesa in vendita alla ragguardevole cifra di 130 euro, è andata letteralmente a ruba tanto da mandare in tilt il sito di vendite per i troppi accessi

Annalisa Balestrieri

 

Come ci spieghiamo tutto questo?

Idoli sportivi: il caso Ronaldo

Messaggio pubblicitario Cerchiamo di capire il motivo. Ronaldo è quello che possiamo definire un idolo. Nel mondo del pallone (che già sforna decine di idoli) è probabilmente il calciatore più forte del momento ed è sicuramente il più pagato. Ha vinto tutto. Per contro non appare come un predestinato. Non è nato ricco, i genitori non sono famosi, non era quello che possiamo definire un privilegiato. Sicuramente possiamo pensare che avesse delle doti calcistiche fuori dalla media ma il suo successo è anche frutto di un’abnegazione totale. Di lui sappiamo che si allena più degli altri, che conduce una vita regolare, che cura l’alimentazione in modo quasi maniacale. Tutto è subordinato all’obiettivo che vuole raggiungere: essere il numero uno.

Quando il successo è frutto di volontà e sacrificio ci risulta più facile identificarci perché siamo portati a pensare che tutto dipenda da noi e non da un destino più o meno benevolo.

Gli ideali sono come la stella polare, è irraggiungibile ma indica la retta via (Anonimo)

Ma perché sentiamo il bisogno di avere degli idoli? Perché ci capita di sentirci insoddisfatti di noi, di quello che facciamo, dei risultati che otteniamo. Abbiamo l’impressione di non essere all’altezza delle aspettative che gli altri, ma anche noi stessi, nutrono su di noi. Ci sentiamo inadeguati alle richieste che ci arrivano dal mondo che ci circonda. E’ la società, infatti, a dettarci i requisiti e i modelli di comportamento che vengono considerati “vincenti” e che vengono ricompensati con l’approvazione sociale. Possedere questi requisiti eleva a modello e suscita, in chi non li possiede, ammirazione mista ad invidia.

Idoli: come li scegliamo?

Smelser nel suo Manuale di sociologia, illustra dettagliatamente l’influenza della società sugli individui ed evidenzia come non tutti scelgano gli stessi idoli. Ciascuno infatti crea il suo modello sulla base di quelle che sono le sue necessità e gli obiettivi che si è posto. Esistono però delle condizioni comuni nelle relazioni che costruiamo con il nostro idolo e sono che questo deve basarsi su un duplice rapporto di vicinanza e di lontananza.

Come spiegato dal professor Mirieu, la vicinanza serve a farci sentire che abbiamo una base comune, i nostri valori, idee, aspettative devono essere in linea con quelle che percepiamo essere le sue. Solo in questo caso ci possiamo sentire autorizzati a credere che un giorno potremo arrivare ad essere come lui.

La lontananza, per contro, serve a motivare l’impegno che ci viene richiesto nel tentativo di diventare come lui. Pensare “posso riuscirci” ci da la spinta emotiva a metterci in gioco, ma la considerazione che “non ci sono ancora riuscito” ci spinge a moltiplicare gli sforzi per raggiungere l’obiettivo.

Non dobbiamo pensare che un idolo ci attiri solo per valori più o meno effimeri come fama, successo, soldi. Molto spesso in lui vediamo il paladino di ideali ben più nobili che sentiamo di condividere: amicizia, uguaglianza, impegno sociale… magari semplicemente perché l’abbiamo visto ospite a qualche evento benefico o per le frasi di qualche sua canzone, o per una scritta su una maglietta che ha indossato…

Va detto che spesso l’idea che ci facciamo dell’idolo non corrisponde alla realtà e lui/lei stesso/a stenterebbe a riconoscersi nell’immagine che ci simo costruiti di lui. Ma questo poco importa. L’importante è che risponda alle nostre necessità del momento. Che impersonifichi il suo ruolo di motivatore e di mentore.

Raramente si migliora se non si ha altro modello da imitare che sé stessi. (Oliver Goldsmith)

Idoli buoni e idoli cattivi

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Da quanto detto finora, alla figura dell’idolo viene attribuita una valenza positiva: la sua presenza è in grado di stimolare e incoraggiare la nostra voglia di migliorarci e credere in noi stessi. Demetrio ci mette però in guardia sull’esistenza di due tipi contrapposti di idoli: gli idoli buoni, che sono di sostegno alla nostra crescita personale, e gli idoli cattivi che, al contrario, ci alienano dalla realtà.

Se con i primi stabiliamo una forma di imitazione positiva, il discorso cambia con i secondi, quando si mette in atto una forma di identificazione che rischia di diventare pericolosa. Ma vediamo di definire questi due concetti.

Si parla di imitazione quando il modello viene scelto consapevolmente e, in generale, presenta caratteristiche apprezzate dalla società. E’ una scelta che presuppone consapevolezza di quello che volgiamo ottenere e disponibilità ad impegnarci per raggiungere questo risultato. C’è una certa autonomia e fiducia in sé stessi. L’imitazione non riguarda il modello in quanto tale ma ciò che rappresenta.

Al contrario, nell’identificazione, si affrontano i conflitti emozionali attribuendo ad altri i propri pensieri, sentimenti o impulsi che spesso ci risultano inaccettabili. L’identificazione porta a fare dell’idolo il nostro unico interesse e la nostra unica fonte di gioia, trascurando tutto il resto e immedesimandoci a tal punto in lui da inorgoglirci per i suoi successi e soffrire per i suoi insuccessi come se fossero i nostri. E’ un rapporto sbagliato, vissuto come una forma di disimpegno che indica insicurezza e sfiducia in sé da parte di chi lo manifesta.

Qualunque sia il rapporto che abbiamo costruito con il nostro idolo, questo è nato, come abbiamo già visto, per rispondere ad una nostra esigenza. Con il passare del tempo le esigenze cambiano, cambiano i nostri interessi e i nostri obiettivi, così anche il nostro idolo ad un certo punto risulterà inevitabilmente superato. La sua funzione si esaurirà e il suo ruolo verrà meno. Tutti gli idoli sono destinati a morire, prima o poi, e quando cadono riusciamo generalmente a vederli per quello che realmente sono.

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Bibliografia

  • Smelser, N. J. (1987). Manuale di sociologia. Bologna: Il Mulino
  • Mirieu, P. (1980). Imparare… ma come?. Bologna: Coppello
  • Demetrio, D. (1991). Tornare a crescere. Milano: Edizioni Angelo Guerini
  • Balestrieri, A. (2006). L’amore imperfetto. Francavilla al Mare (Chieti): Edizioni Psiconline
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