Il capro espiatorio in Girard e in Fornari: la violenza nelle società antiche – (Monografia)

E' una teoria sul funzionamento sociale umano, di come uomini e donne usano le credenze religiose e filosofiche per far funzionare le relazioni sociali

ID Articolo: 108417 - Pubblicato il: 14 aprile 2015
Il capro espiatorio in Girard e in Fornari: la violenza nelle società antiche – (Monografia)
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LA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI PT.1

Questo era il senso della passione greco-romana per le palestre: la guerra. Le società post-classiche, medievale e moderna, hanno messo il lavoro al posto della guerra. O quasi.

La teoria del capro espiatorio è un modello antropologico sviluppato dallo studioso franco-statunitense René Girard (1982) e poi ulteriormente elaborato e modificato dal suo allievo e successore Giuseppe Fornari (2006). In breve, si tratta di una teoria sul funzionamento sociale e culturale umano, di come gli uomini e le donne usano le credenze religiose e filosofiche per far funzionare le relazioni sociali, sia spontanee che istituzionalizzate.

Messaggio pubblicitario Master - Positive Press La teoria non affronta il livello razionalistico della struttura sociale ovvero il patto economico e il contratto di interesse che sono alla base delle associazioni umane. Piuttosto essa tratta il livello emotivo e antropologico, di come gli uomini riescano a gestire i conflitti emotivi incanalandoli in cerimonie e riti religiosi e culturali e trasformandoli in racconti e narrazioni dotate di senso. A questo livello emotivo e cognitivo, il modello è d’interesse anche per lo psicologo clinico, che può trarre insegnamento su come nella sofferenza e nella patologia, soprattutto dei disturbi di personalità, questa gestione fallisca e i rapporti tra le persone esplodano in scontri e conflitti rabbiosi. Naturalmente questo importa soprattutto nella comprensione del caso del disturbo di personalità borderline, disturbo intriso di stati aggressivi e collerici.

Nel modello di Girard i rapporti umani sono concepiti come tendenzialmente conflittuali e rivalitari. Gli individui sono in agonismo perenne e competono per posizioni di rango in cui si sentano riconosciuti, ammirati, abbiano accesso alle risorse materiali e, soprattutto, destino ammirazione, seguito e imitazione. Il problema dell’imitazione per Girard è centrale. I conflitti umani, oltre ad avere una radice economica (l’accesso alle risorse) e gerarchica (l’acceso ai ranghi superiori), ha anche una radice puramente cognitiva, in cui chi vince la competizione diventa un modello per gli altri: in quanto vincitore i suoi comportamenti, i suoi pensieri e perfino le sue emozioni diventano oggetto di imitazione ed emulazione e ovviamente anche invidia.

La nostra società umana è quindi affetta da continue situazioni di rabbia rivalitaria, la cui gestione non è semplice. Ce la caviamo alternando continuamente scontri ritualizzati e riconciliazioni, provocazioni verbali e riconoscimenti reciproci, sfottò o anche offese a scuse. Questo accade nel mondo moderno, che è riuscito a espungere la violenza fisica nelle relazioni tra cittadini dello stato di diritto. Inoltre le organizzazioni sopra-statali (come le Nazioni Unite o l’Unione Europea) tentano, con minore successo, di risolvere anche i conflitti tra stati eliminando la guerra, ovvero il ricorso alla violenza fisica per risolvere i conflitti.
Man mano che si va indietro nel tempo il livello di violenza aumenta. All’inizio dell’era moderna già lo stato assoluto monarchico in realtà era riuscito bene a limitare la violenza, a fondare il governo della legge e, inoltre, attraverso la diplomazia tentava, con successo scarso ma non del tutto nullo, di prevenire le guerre tra stati.

Messaggio pubblicitario centro psicoterapia Nell’età classica i rapporti tra stati sfociavano costantemente nella guerra, tanto è vero che ogni cittadino greco o romano sapeva bene che una porzione fissa dell’anno, a cavallo tra primavera ed estate, dopo la semina e prima del raccolto, era dedicata alla guerra. Le guerre diminuirono più per merito delle grandi unificazioni imperiali, macedone e romana, che per merito delle città stato greche e italiche e delle tribù barbariche, incapaci di risolvere pacificamente i conflitti. Anzi, questi organismi cittadini e tribali non si ponevano nemmeno il problema di liberarsi della guerra; la guerra era concepita come una condizione periodica inevitabile come le stagioni.

Le società antiche erano culture di contadini-cittadini-soldati per i quali la guerra faceva parte del ciclo agricolo annuale. Non a caso era così diffuso lo schiavismo, essendo i cittadini occupatissimi con la politica e la guerra, oltre che con i lavori agricoli. L’odierna complessità dei mestieri e delle specializzazioni era ignota alla cultura classica, che demandava tutto il lavoro agli schiavi. Per i filosofi greci, lavorare era un’attività ignobile e inadatta all’uomo libero.

Con tutta la sua violenza, già il successivo medioevo, con la sua economia complessa e differenziata, i suoi artigiani, i suoi artisti, i suoi banchieri, i suoi architetti, i suoi monaci studiosi e intellettuali, era meno adatto alla guerra. Insomma, con il medioevo comincia a esserci troppa gente che aveva un lavoro vero e non poteva perdere tempo a fare politica nell’agorà e partire per una campagna militare ogni primavera. Per non parlare poi della necessità continua di esercizio fisico per tenersi pronti alla guerra; necessità incompatibile con il lavoro. Questo era il senso della passione greco-romana per le palestre: la guerra. Le società post-classiche, medievale e moderna, hanno messo il lavoro al posto della guerra. O quasi.

LA TEORIA DEL CAPRO ESPIATORIO IN GIRARD E FORNARI

 

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