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Gran Torino: la Conversione di Clint Eastwood

 

Gran Torino - Immagine: Theatrical release poster for Gran Torino, Copyright © 2008 by Warner Bros. Pictures. All Rights Reserved.Pochi artisti hanno lasciato con la propria opera un segno altrettanto indelebile: Clint Eastwood, il regista Clint Eastwood è la testimonianza vivente di quanto un essere umano possa modificare nel corso della propria esistenza le convinzioni più radicate, gli atteggiamenti apparentemente più inestinguibili.

Eastwood è stato attore di western, polizieschi, pellicole con un buono e un cattivo, una verità e una menzogna. E’ stato l’espressione dell’identità americana più tradizionale, il ritratto del modo di pensare più comune fra quelli che il Nuovo Continente ha trasmesso al resto del mondo: la fiducia nell’affidabilità di un sistema che protegge la patria e guarda con diffidenza lo straniero, la sicurezza riposta nelle mani di uno sceriffo che incarna la stabilità della legge.

Ebbene, come ribaltando un tavolo da gioco per vedere l’effetto che fa negli astanti, questo grande narratore della nostra epoca si è messo dietro la macchina da presa e ha scavato dentro sé stesso. Ha radunato le esperienze della propria vita, le osservazioni che gli derivavano dalla saggezza e dall’accesso ad un’età più anziana; ha intravisto la possibilità di un’alternativa cognitiva, emotiva, esistenziale e sono così nati straordinari capolavori, culminati nell’opera che gran parte dei critici ha considerato il suo prodigio: Gran Torino.

Con questo film Eastwood si addentra in un territorio che tempo addietro sarebbe stato folle accostare al suo nome: il contatto con la multietnicità / razzialità, con esseri umani che al vecchio ispettore Callaghan sarebbero sembrati “musi gialli”, e la scoperta della propria imperfezione, della propria timidezza di fronte a loro, la scoperta tentennante di un desiderio di conoscenza e conciliazione. Il vecchio Clint, il vecchio duro della frontiera, d’improvviso preda di una tentazione, di un dubbio: saranno tutti cattivi quelli là, saranno davvero meritevoli del mio sguardo di pietra? Non è difficile scorgere l’attualità di questa lezione e credere che sarà ancora più preziosa negli anni a venire; il regista Eastwood ci conduce a minare le fondamenta delle nostre certezze e lo fa nella sua patria, anche contro la sua patria allorché questa si dimostri restia ad abbandonare pregiudizi delegittimati dal tempo.

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Attraverso un’altra operazione di destrutturazione e ricomposizione, lontana dalle pistole fumanti dell’attore Eastwood che cantano l’inno a stelle e strisce, il vecchio Clint ci propone “J. Edgar” e con esso un’altra disincantata lezione sul mondo cui siamo chiamati a dare significato. In questo caso, ad essere preso di mira è il potere e anche in questo caso siamo in America, distanti dalla tentazione di proiettare sul nemico, sul diverso da noi, le nostre debolezze, le contraddizioni che segnano il nostro esistere, le ingiustizie di cui siamo spettatori. “J. Edgar” è la biografia dello storico capo dell’Fbi: come a dire, Eastwood mira al cuore dell’autorità americana. Il film ci svela gradualmente un personaggio che vive il potere con risolutezza e talvolta malcelata sofferenza, oscillando tra la responsabilità di dirigere un apparato dal quale dipende la stabilità del Paese in una fase storica assai delicata, e le fragilità che emergono quando lo sguardo introspettivo diventa più intimo. J. Edgar possiede una cultura di integrità che poco alla volta si modula attorno a fattori più complessi: l’ambizione di reggere il potere senza incertezze, il peso di un ruolo che egli vuole proteggere ma anche estendere, l’importanza politica delle scelte assunte in materia di sicurezza nazionale. Sullo sfondo, un itinerario personale segnato dalla convivenza con aspetti di sé che non sono accettabili né semplici da condividere; J. Edgar si interroga sulla propria capacità di entrare in relazione, sulla propria identità sessuale e lo fa con la fatica di una piega del viso, chiuso nei vincoli di un potere senza il quale non può pensarsi. Egli affronta i limiti di un’organizzazione che piega i principi morali a logiche di prevaricazione, ed è parte attiva di questi meccanismi.

 

Il film non lascia una risposta allo spettatore, non lo conduce ad un’idea nitida su come definire J.Edgar, descrivendone invece con maestria la complessità esistenziale. Ciò che sorprende, ancora una volta, osservando l’opera di Eastwood è la sua capacità di elevare l’animo umano al di sopra delle bandiere di parte; come per “Gran Torino” e per molte altre storie da lui raccontate, possiamo dire che il nuovo West è la scoperta di dimensioni umane che si nutrano di un significato pieno, il nuovo sogno americano è il superamento della corruzione morale di alcuni e del conflitto sofferente di molti, di chi è escluso dai giochi del potere e del gloria oppure ne sembra partecipe ma ascolta dentro di sé le vibrazioni dolenti che giungono da quelle stanze. Il nemico non è più il fuorilegge ma a volte fa la legge, le armi non sparano e si limitano a colpire chi le usa, nella forma di riflessioni che non si intimidiscono di fronte a luoghi inesplorati. La ridefinizione dei confini, delle attribuzioni e delle relazioni tra i soggetti narrativi appare in ogni film di Eastwood sempre più sofisticata, con un denominatore comune: squarciare il velo conservatore della tradizione, degli stereotipi, delle rassicurazioni da difendere. Lunga vita al grande Clint!



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  • Giovanni Maria Ruggiero

    Non ho visto Hoover ma Gran Torino. Sono in parte d’accordo sul fatto che in Gran Torino Eastwood propone una sorta di evoluzione del personaggio dell’americano duro (ma siamo sicuri che l’Ispettore Callaghan fosse solo questo?). Tuttavia il film non è solo questo. SPOILER, CHI NON HA VISTO IL FILM NON LEGGA OLTRE. E’ vero che una parte importante del film racconta come il personaggio di Eastwood faccia amicizia con l’ambiente culturale dei Hmong e superi i suoi pregiudizi. Ma non accade solo questo. La piaga delle gang machiste e razziali è ammessa e non nascosta. Non basta. Il film suggerisce anche che queste gang non si recuperano solo con il dialogo e la comprensione dell’altro. Anzi, il film sembra suggerire che è utile anche un’azione repressiva e che sono proprio i più deboli tra gli immigrati che subirebbero la violenza delle gang se queste non fossero represse e controllate dalla forza e dall’ordine (vedi Eastwood che scaccia con fucili e pistole sia quelli che vogliono violentare la giovane Hmong sia quelli che vogliono reclutare a forza il giovane Hmong nella loro gang). DOPPIO SPOILER SUL FINALE DEL FILM. CHI NON HA VISTO IL FILM NON LEGGA OLTRE. E poi c’è il finale. Il finale, è vero, dice che a sua volta la violenza repressiva non basta per salvare i deboli. L’ispettore Callaghan non basta per salvare il giovane Hmong dall’affiliazione coatta alla gang. Occorre una soluzione diversa. Ma, attenzione, la soluzione alternativa proposta da Eastwood non è, o non è soltanto, il dialogo e la comprensione dell’altro. Eastwood salva il suo giovane amico Hmong sacrificandosi e morendo per lui. E infine, tanto per rendere chiaro il messaggio ai duri di comprendonio, il personaggio di Eastwood muore aprendo platealmente le braccia e chiaramente mimando la posizione del Crocifisso. Il film è potente anche per questo, perché non offre una facile riappacificazione finale in cui tutti si vogliono bene e il male è solo un equivoco che si risolve dialogando e comprendendosi a vicenda. Infine, ultima annotazione. Il personaggio interpretato da Eastwood non è proprio un americano puro, un WASP (White Anglo Saxon Protestant) ma è un polacco (a sua volta presumibilmente discriminato come cattolico?)

  • Giovanni Maria Ruggiero

    Spero di trovare il tempo di andare a vedere Hoover nel finesettimana. La tua recensione di Hoover mi piace. Mi pare rifletta quelle che credo siano le felici ambiguità del film. E’ vero: il film probabilmente (ripeto: non lo ho visto) va oltre i luoghi comuni. Tuttavia ti chiedo: in che senso va oltre? Naturalmente sono d’accordo sulla riflessione sugli aspetti oscuri del potere e sui diritti dei deboli. Ci mancherebbe. Costoro sono gli ultimi nella realtà, e spesso sono vittime di pregiudizi. Tuttavia, accanto ai pregiudizi che troviamo nella vita di tutti i giorni, ci sono anche i pregiudizi tipici dei media, e del cinema. E sono pregiudizi che vanno spesso e prevedibilmente in direzione contraria. Ma questo forse non è vero per Eastwood. Come in Gran Torino, anche nel caso del film su Hoover mi pare che se Eastwood si fosse limitato a fare un film contro i luoghi comuni dei benpensanti più o meno intolleranti e conservatori, avrebbe fatto un film meritevole, ma anche didascalico e in fondo noioso e non originale. Anzi per nulla. Chi mai farebbe un film a favore dell’intolleranza o delle malefatte del potere? Nessuno, per fortuna. Il problema è che però molti film moralmente meritevoli finiscono per essere esteticamente prevedibili. Non così Eastwood. Per quello che posso intuire, il bello del film su Hoover sta proprio nel fatto che Eastwood non si è limitato a fare il solito film su quanto fosse corrotto e machiavellico quell’uomo. Il ritratto è più complesso. Tanto più complesso che sulle riviste americane progressiste (per esempio la New York of Book) si sono chiesti: ma questo Eastwwod che vuole? Non vorrà mica farci piacere quello sbirro di Hoover?

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