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Psicopatologia del tradimento in amore.

ID Articolo: 3555
novembre 29
13:13 2011
Modificato il: 29/11/2011 (13:21)
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L’infedeltà nell’amore: dalle origini alla psicopatologia del tradimento.

Il tradimento: dalle origini alla Psicopatologia - Immagine: © hultimus - Fotolia.com Una vecchia canzone recitava: “Quasi, quasi lo farei … Quasi, quasi dimmelo… quasi, quasi ti ho tradito e mi sono divertito.. “. Ma sarà vero o il tradimento miete morti e feriti?

Molte persone intraprendono una psicoterapia in seguito ad un tradimento, sia che l’abbiano subito, perché per loro è un trauma sia che l’abbiano agito, poiché di solito ne segue una crisi coniugale e di conseguenza individuale, sia che siano stati l’oggetto del tradimento, perché perseguono un rapporto inesistente. L’80% dei tradimenti vengono scoperti, ma nel 70% dei casi le coppie ufficiali sopravvivono all’intrusione di una terza persona e non si separano, a causa della dipendenza affettiva (De Bac, 2006).

Il tradimento è un uragano che sradica tutto ciò che si è costruito, portando con sé un senso di morte, lacera quelle vite di coppia che hanno un urgente bisogno di un radicale rinnovamento, pena il lento decadimento affettivo dell’unione e dei singoli individui.

Persino Cristo è stato tradito dai suoi amici, Pietro prima e Giuda poi. Da questo episodio deriva l’attuale connotazione negativa del termine “tradire”. Infatti, nella lingua latina esso aveva tutt’altro senso, significava “consegnare”, “svelare”, “insegnare”, “trasmettere ai posteri”. Prima del cristianesimo, il “traditore” era colui che compiva un passaggio di informazioni importanti. Andando indietro nel tempo, tutto l’Antico Testamento è disseminato di tradimenti, Caino e Abele, Giacobbe ed Esaù, Labano, Giuseppe venduto dai fratelli, le promesse mancate dal faraone, l’adorazione del vitello d’oro alle spalle di Mosè, Saul, Sansone, Giobbe, le ire di Dio verso il suo popolo: il diluvio universale… insomma, Israele, si sa, è stata una sposa infedele ma Dio, tuttavia, non ha mai cessato di cercarla e di amarla in modo straordinario e unico (Hillman 1967).

Nella cultura greca, il tradimento era un evento molto frequente, ma vissuto con una certa leggerezza e spesso non giudicato come “peccato”, sembrava una cosa naturale, umana e possibile.

La coppia regale Zeus ed Era, era senza dubbio quella più tormentata dal tradimento. In questo famoso matrimonio le numerose scappatelle del marito suscitavano le ire della consorte, ma senza mettere mai in discussione il rapporto. Malgrado tutto, né Zeus né Era hanno rinunciato mai l’uno all’altra, perché legati da un vincolo d’amore potente e indissolubile.

In questo viaggio a ritroso alle radici del tradimento ci imbattiamo inevitabilmente nel tradimento originario, quello di Adamo ed Eva verso Dio. Il serpente edenico, instillando la curiosità, indusse Adamo ed Eva a cedere alla tentazione di mangiare il frutto dell’albero della conoscenza, perdendo così i benefici di un mondo incantato, senza problemi, senza dolore, né sofferenza, né morte. Quindi, violando la fiducia di Dio, il tradimento come un uragano sradica tutto ciò che avevano costruito, portando con sé un senso di perdita e di peccato che anche oggi attanaglia la felicità delle coppie dei nostri giorni.

All’inizio della relazione clandestina c’è una sorta di regressione ‘adolescenziale’. Lo schema sentimentale ricorda appunto quell’età caratterizzata da amori fortemente passionali accompagnati da un turbinio d’emozioni. A differenza di quegli amori, questa volta ci saranno conseguenze imprevedibili, che si tende a sottovalutare e sorvolare, si preferisce non vedere. Il tradimento mantiene sempre la relazione “tre metri sopra il cielo”, perché  non presenta  litigi, quotidianità e preoccupazioni tipiche del  matrimonio o della convivenza.

Perché si tradisce? Forse, per cercare un altro al di fuori dall’ equilibrio familiare, o per sfuggire alla tristezza, all’insoddisfazione, alla mancanza di gratitudine, ad emozioni che rimandano un senso di inutilità, di poca desiderabilità, di solitudine, di costrizione. In questo modo, non essendo liberi di esprimersi, di sentirsi se stessi, prevale la paura, l’ansia in cui, purtroppo, si perde anche la stima, l’amore e la dignità dell’altro. Il traditore è spesso privo di capacità di fondare la propria esistenza intorno ad un proprio centro interiore e ha la compulsione a riempire i vuoti con punti di riferimento esterni, col partner prima e, quando questo non corrisponde più ai suoi bisogni, con altri partner, oppure con il lavoro, con sostanze, con il gioco, con l’alcool, in una fuga continua da sé stesso. E’ una persona che non appartiene a nulla e nulla mai gli apparterrà totalmente, se non l’inutilità e il vuoto del suo essere evanescente. Quindi, mentre il traditore nega e scappa, perché non riesce a stare in ascolto di sé, il tradito pretende e attanaglia l’altro a causa della sua insicurezza e, d’altra parte, l’amante rincorre e sogna il mondo che non c’è. Nessuno dei tre, in definitiva, è presente a sé stesso e nessuno è in grado di rimanere da solo, di fare i conti con la propria incapacità di bastare a se stesso.

Ciò che è importante imparare dalle nostre vite è la certezza di poter attraversare anche la solitudine. Quando questa fiducia interiore viene meno, il tradimento è in agguato. La nostra psiche è la natura stessa, è una sua scintilla, è colei che crea e nutre, ma sa essere anche potentemente violenta, se necessario, e spesso, è costretta ad esserlo per salvarci dal peggio.

L’individualità richiede il coraggio di essere soli e di opporsi a un mondo che tradisce e banalizza (Carotenuto 1991).

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Aldo Carotenuto (2000), Amare tradire, Bompiani Editore
  • De Bac Margherita (2006), Fedeli solo tre coppie su dieci, ED mondadori
  • Gemma Gaetani (2010). Elogio al tradimento, Vallecchi sezione avamposti
  • Hillman James (1967), Saggio sul Tradimento, in “Puer Aeternus” ED.

 

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  • Giuseppina Di Carlo

    Molto bella come prospettiva, l’accettazione della solitudine come un punto di forza della relazione. Non si può che concordare con essa!

    • Francesca Fiore

      Ciao Giusy,
      solo se accettiamo la solitudine riusciamo a stare con gli altri!

      • Giuseppina Di Carlo

        Per farlo penso che bisogna imparare a considerarsi una bella compagnia, a quel punto non ti senti solo. 

        • Francesca Fiore

          no, bisogna capire quali sono i propri limiti, gestirli e pensare di poterli compensare con l’altro.

          • Francesca Fiore

            Naomi arguto commeto! Infatti, si tratta di autostima e non di narcisismo!

        • Naomi Aceto

          e quando si impara a considerarsi una bella compagnia, si trasmette questa piacevole sensazione anche all’altro, il quale di conseguenza troverà gradevole la compagnia e la persona in se. Credo possa considerarsi un circolo virtuoso, ovviamente stando attendi a non superare la soglia del narcisimo.

  • Dario Repetti

    piu’ che i propi limiti direi i propi pregi e difetti e saperli accettare (accettare non difendere:saper ridere dei propi difetti e essere umili nel coltivare i propi pregi) perche’ rappresentano la propria individualita’ nel mondo circostante ,ci rendono preziosi proprio perche’ ci rendono unici…il fatto di pensare a compensare porta cmq ad una ricerca fuori dal se ‘ ,dal mio punto di vista, e di conseguenza ad una non accettazione (completa) dell’IO…

    • Francesca Fiore

      Ciao Dario,
      l’accettazione dei propri pregi o difetti è fondamentale, indispensabile per poter accettare te stesso in toto.

      Francesca.

  • Rita Bo

    concordo e l’ho messo in pratica…
    ma non so se riuscirò ad avere qualun altro accanto a me….

    • Francesca Fiore

      Cara Rita,
      non solo ne avrai un altro, sicuramente sarà migliore del precedente! Abbi fiducia nelle virtù!

      Francesca.

  • Dr Saradellamorte

    Non posso che concordare sulla prospettiva di una accettazione della solitudine per riuscire a stare con gli altri. Grazie per questo post che fa davvero riflettere.

    • Francesca Fiore

      Cara Sara,
      Grazie per la riflessione!

  • Serena Mancioppi

    bell’articolo! vale la pena di citare tutte quelle situazioni in cui il terzo, l’amante, è usato come terzo polo all’interno di un gioco che rimane di coppia; il tradimento in questi casi, dichiarato o scoperto perchè mal celato, ha un significato relazionale e come una bomba esplode a segnalare un un disagio, individuale o di coppia, di cui spesso la coppia non sa parlare e non sa affrontare. in questi casi un terapeuta può fare tanto, aiutando la coppia a ridefinire il tradimento come il tentativo disperato di trovare una soluzione a un problema; spesso è possibile per la coppia andare oltre e ricostruire un’alleanza su basi più mature e di maggior confronto reciproco.

    • Francesca Fiore

      Cara Serena,
      è giustissimo! E’ più facile rifugiarsi in una terza persona, che riflettere sul prorpio fallimento relazionale. Per questo, e per una serie di rigidità culturali, una relazione che non funziona si tende a protrarla nel tempo. In questo modo, si creano solo fallimenti su fallimenti.

  • Laforzadelpensiero

    L’articolo ha senz’altro una prospettiva interessante. Tuttavia, credo che veda l’argomento con una comprensibile e senz’altro utile parzialità. Credo che si possa anche considerare il tradimento in un’ottica…chiamiamola con una certa forzatura.. creativa. Può capitare talvolta di agire per scoprire parti di sé in costruzione o rimaste latenti. 

    • Francesca Fiore

      Ciao,
      credo che quelle parti possano essere sperimentate anche in altro modo non per forza con il tradimento. In quel caso, si tratta di una esplorazione relazionale, a conferma che la relazione stabile, tanto stabile non è.

      • Laforzadelpensiero

        …senz’altro. Ma presupporre di poter o dover controllare tutte le proprie reazioni emotive non in tutti i casi è necessariamente funzionale. Teniamo poi in conto che si finisce per avere – anche non intenzionalmente – un approccio giudicante che rimanda ad un etica esterna forte. Che implica un adesione singolare e volontaria e non può essere misura per tutti.

        • Serena Mancioppi

          al di la di etica, morale o giusto e sbagliato io credo che il tradimento provochi sempre una lacerazione a livello della coppia. mai visto un cornuto e contento e nel caso in cui lo sia allora il tradimento per definizione non c’è, c’è invece un gioco condiviso di coppia. non penso che una posizione individualista, come quella che descrivi, sia compatibile con la coppia, quando infatti questo succede la coppia scoppia o comunque patisce. stare in coppia richiede ancor prima, come ricorda francesca fiore, la capacità di stare soli, per esplorare sè stessi, come dici tu, per poter costruire il senso della propria identità come individui unici e separati, dico io. spesso raggiunto questo traguardo il bisogno di condivisione e confronto spinge ad affrontare un livello di complessità maggiore di quello richiesto dal “semplice” occuparsi di sé stessi.

          • Francesca Fiore

            Controllare
            l’emotività? Brutta cosa! Le emozioni non si controllano e proprio
            camuffandole con il legittimo si tende a farle esplodere in una
            relazione fantasma e immaginaria. Allora, ci si crea una realtà
            parallela! Non si tratta di bieca etica da quattro soldi, ma di
            conoscersi e capire cosa è meglio per noi stessi. E se fosse meglio
            l’altro, ben venga! Ma colui che tradisce è troppo ipocrita per lasciare
            il noto per l’ignoto, la codardia regna sovrana! E chi dice che anche
            avere una relazione clandestina non significa controllare? Quando si è
            con il proprio amante ci si controlla rispetto alla noiosa
            quotidianità’! 
            Giusto, serena!

          • Laforzadelpensiero

            …è solo che mi sembra di leggere sempre troppa carica emotiva nei confronti del fenomeno che si vuole commentare. Con l’allungamento dell’aspettativa di vita e la possibilità di avere per lunghi anni buona salute fisica e intellettuale diventa sempre di più un compito arduo mantenere il patto di fedeltà..che ricordo non essere solo una questione fisica. Il patto di fedeltà è più ampio e implica la comune volontà di crescere insieme e produrre fecondità e ricchezza per sé e per gli altri. 
            E’ verosimile ritenere che in 30 o 40 anni di matrimonio non ci si senta mai attratti da altro? Volete dirmi che sempre ed in ogni caso è patologia della relazione?

          • Francesca Fiore

            Proprio perché si è attratti da altro è sintomo di malessere, tanto felici in fondo non si è altrimenti basta e avanza quello che si ha. La fedeltà è una virtù, un impegno morale. Quello che indica nella sua risposta non è un crescere insieme o un produrre fecondità per sé e per gli altri, ma è un modo per far star bene solo se stessi. Domanda: il compagno/a che scoprono di essere stati traditi, magari non occasionalmente ma per lungo tempo, come si sentono? come si sente l’altro/a nel momento in cui ha bisogno della persona che ama e non c’è, magari è nel letto della persona che legittamente deve occupare quel posto?

          • Laforzadelpensiero

            …dico solo che le relazioni hanno un fisiologico andare che non ha una linearità perfetta ma assomiglia di più all’andare e al venire dell’onda sulla battigia. In tanti anni anche la migliore delle relazioni può essere soggetta a periodi di stanchezza. Ciò non diminuisce il complessivo valore. Siamo esseri umani. E se giudicassimo duramente quello che consideriamo più minaccioso per noi?

          • Anonimo

            Non capisco il senso della domanda. Nel momento in cui qualcosa è considerata minacciosa si è già esperesso un giudizio. Le relazioni, tutte in generale, sono altalenanti e non sono fatte solo di fisiologia, finiremmo a gestire ogni cosa come quando abbiamo lo stimolo della sete, della fame, etc. Quando questo succede, significa che la relazione con la persona amata è finita, perché seguiamo un istinto che crea problemi anche alla terza persona, usata per un bisogno. Sant’Agostino parlava di libero arbitrio, nessuno più impedire ad altri e a se stesso di fare quello che vuole.  L’importante è che i nostri comportamenti non siano nocivi e disastrosi per gli altri. Martin Luther King sosteneva che la nostra libertà finisce quando inizia la libertà altrui. Infatti, molte volte per sentirci liberi calpestiamo la libertà degli altri,
            ma dovremmo imparare ad ascoltare i pensieri degli altri prima di decidere
            se è meglio o no rinunciare  un po’ alla nostra libertà e al nostro benessere. Altrimenti, costruiremmo del male su un nostro bene. Dietro al tradimento si celano diverse motivazioni, dico di prendere consapevoleza di cosa si tratta e di lavorarci. Sostengo, qualsiasi persona che tradisce lo fa perché avverte un disagio. Nel momento in cui lo faccio diminuisce assolutamente il valore complessivo e globale della relazione stabile, o presunta tale che ho. Non si tratta di bigottismo da strapazzo, ma di capire cosa avviene in un comportamento. Se non abbiamo regole diventiamo disregolati, ma la disregolazione non rientra nella sfera della patologia?

          • Laforzadelpensiero

            …non so. Credo semplicemente che non ci capiamo. A me non piace catalogare a priori nessun comportamento come portatore di una patologia. Preferisco aprirmi alla singola storia che mi si apre davanti con meno schematismi possibili. Non sono il portabandiera dei traditori . Ho un figlio e un bel matrimonio che dura ed è felice. Ma trovo poco utile per la mia pratica partire sapendo troppe cose a priori. Ogni incontro deve sempre stupire. altrimenti saremmo poco più utili di una lettura in solitaria del nostro DSM.

          • Anonimo

            No, forse non ci stiamo capendo. Non ho mai detto di voler catalogare nessuno. Semplicemente, dietro ad una infedeltà, in generale, esiste un problema, in generale. Poi, ogni incontro deve sempre stupire… anche no, questo non esclude o non aggiunge nulla a qualsiasi fantomatica relazione.

          • Laforzadelpensiero

            ..intendevo naturalmente ogni incontro di tipo terapeutico. Siamo colleghi. 

          • Anonimo

            Ciao Collega,
            trovo i contenuto di questo confronto estremamente ricchi di spunti. Grazie e spero potremmo confrontarci anche in futuro

  • Zanoni Tiziano

    Mi accorgo solo ora della ricchezza dei commenti condivisi su questa pagina….. non entro nel merito dell’articolo ma dico solo che tutto questo mi piace.

    • Anonimo

      Grazie Tiziano,
      sono molto contenta ti sia piaciuto!

  • Anonimo

    Interessante lettura letteraria. In clinica con una persona “tradita” come ti comporteresti, al di là di un approccio critico letterario?

    • Anonimo

      Ciao,
      sono felice di annunciare che giovedì 8 dicembre sarà pubblicata la terapia da poter utilizzare nella pratica clinica con questi pazienti.

      • Anonimo

        Scusa, c’è una cosa che non capisco. Perché, secondo te, una persona “tradita” diventa un “paziente”? 

        • Anonimo

          Non è detto, ma io nell’articolo parlo del traditore e non del tradito!

        • Anonimo

          Non è detto, ma io nell’articolo parlo del traditore e non del tradito!

          • Anonimo

            Hai ragione, colpa mia che mi sposto sempre sul livello relazionale: in questo caso, la tradita consente al traditore di comportarsi come tale… in una lettura circolare (sistemica) “tradito” o “traditore” sono etichette che difficilmente possono fornire spiegazioni pragmatiche. Non mi resta che attendere l’esempio clinico.

          • Anonimo

            Ciao,
            non farò un esempio clinico, ma parlerò di come si lavora con questi pazienti in terapia. Naturalmente, secondo un approccio Cognitivo-Comportamentale.

  • martina

    molto bello, ma soprattutto vero

    • Anonimo

      Grazie, Martina.

  • Anonimo

    Abbiamo pubblicato oggi: “Tradimento: terapia di coppia” http://www.stateofmind.it/2011/12/tradimento-terapia-coppia/

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