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La paura della felicità e i suoi rischi

Meno immediato è la paura delle emozioni positive che tuttavia sembra giocare un ruolo di rilievo nel mantenimento del malessere psicologico

ID Articolo: 7123 - Pubblicato il: 19 marzo 2012
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Psicologia: la Paura della Felicità e i suoi Rischi. - Immagine: © arkna - Fotolia.com Il timore di provare emozioni negative e dolorose (ansia, tristezza, colpa) può essere chiaro, comprensibile e seppur in diversa misura, identificabile nella vita quotidiana di ciascuno di noi. Meno immediato agli occhi dei più è il timore delle emozioni positive che tuttavia sembra giocare un ruolo di rilievo nel mantenimento del malessere psicologico e ostacola in modo attivo il buon esito degli interventi medici e psicoterapeutici. Molte persone temono proprio quelle emozioni piacevoli (eccitazione, felicità, tranquillità) che sentono mancare nella propria vita quotidiana e in modo più o meno consapevole mettono in atto comportamenti per evitarle (Williams, Chamblers & Ahrens, 1997).

Ma qual è il senso di questo timore? Quale il suo nucleo? Solitamente la base non ha una natura biologica o inconscia ma cognitiva, la differenza si realizza in base a come interpretiamo le emozioni positive e a come vi reagiamo. Le regole che governano queste interpretazioni possono essere diverse.

Ruminazione - Immagine: Fotolia.com

Articolo consigliato: “Dottore, ora ho paura di non ruminare più come prima…”

Innanzitutto alcuni individui si spaventano perche temono che l’eccitazione li porti a perdere il controllo e quindi quando l’entusiasmo sale tendono a frenarsi e a imporsi un forte e rigido autocontrollo:  

Se mi eccito troppo perdo il controllo delle mie azioni, impazzisco, non capisco più nulla”.

Secondariamente, uno stato di serenità e tranquillità (per esempio nel rapporto affettivo con un compagno/a) può essere interpretato come una condizione di vulnerabilità che richiede l’attivazione di preoccupazioni e paranoie tese a prevenire pericoli e minacce:

“Se sono tranquillo posso essere impreparato quando qualcosa di negativo accadrà, perché sicuramente accadrà, per cui mi devo tenere all’erta e preoccuparmi delle cose negative che potrebbero accadere”.

Messaggio pubblicitario Infine anche la soddisfazione e la felicità possono essere temute e interpretate come una prova di ingenuità, superficialità, scarso valore personale: 

“Non posso restare fermo a godere di queste sensazioni ma devo capire cosa non funziona, dove potrei sbagliare, cosa potrebbe andare male per non sedermi sugli allori ma continuare a migliorarmi”.

L’impatto di queste convinzioni può proiettarsi in modo negativo su diversi disturbi psicologici come il disturbo d’ansia generalizzata o la depressione (Olatunji, Moretz & Zlomke, 2010). La valutazione di queste convinzioni così come interventi terapeutici orientati alla loro discussione critica possono eliminare un importante ostacolo alla riduzione della sofferenza mentale.

 

 

BIBLIOGRAFIA:  

  • Olatunji, Moretz & Zlomke (2010). Behavior Research and Therapy 48(5):435-441
  • Williams, Chamblers & Ahrens (1997). Behavior Research and Therapy, 35(3):239-248
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  • Serena Mancioppi

    interessante questo argomento. secondo me a livello clinico un altro elemento che rende ad alcuni pazienti difficile vivere emozioni positive è il fatto che queste, visto che accompagnano esperienze personali e relazionali positive, comportano anche una ristrutturazione dell’immagine di sè da persona negativa, sofferente e con una storia di sofferenza a persona positiva e che sta bene; questo passaggio può lasciare senza punti di riferimento interni, può far vacillare pericolosamente il senso della propria identità, fino a quel momento negativo ma pur sempre stabile. anche la paranoia che qualcosa sta per andare di nuovo storto a volte è un modo per riconnettersi con il proprio sè “disgraziato” che si sente e teme di perdere.

    • Gabriele Caselli

      Ciao Serena,
      sono d’accordo, non so se in quel caso si può parlare di ‘paura della felicità’, di certo esiste un dolore legato al perdere qualcosa che si conosce bene, che ci organizza la mente, l’immagine di noi stessi, il mondo. Anche quello, in qualche modo è un lutto su cui andrebbe scritto di più. Steven Hayes (ACT) parla di abbandono di un sé concettualizzato, un tema molto interessante…

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