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Il Colloquio Psicologico: Il Colloquio Tra Rogers & Carkhuff

Colloquio Psicologico. Autori che si sono occupati di colloquio psicologico e definiti i padri di due approcci antitetici: Rogers e Carkhuff

ID Articolo: 23917 - Pubblicato il: 28 dicembre 2012
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Il Colloquio Psicologico: Il Colloquio Tra Rogers & Carkhuff. - Immagine: © Gina Sanders - Fotolia.comColloquio Psicologico. Autori che si sono occupati di colloquio psicologico e definiti i padri di due approcci antitetici: Rogers e Carkhuff

LEGGI LA MONOGRAFIA SUL COLLOQUIO PSICOLOGICO

Due autori che si sono occupati di colloquio psicologico e che possono essere definiti i padri di due approcci antitetici su questo argomento sono Rogers e Carkhuff. Il loro approccio è diametralmente opposto, più classico e non-direttivo quello del primo, più tecnologico e direttivo l’altro.

Carl Rogers è il padre del colloquio psicologico non-direttivo, per lo meno nella sua forma classica. Egli apparteneva alla corrente dei fenomenologi e, per questo, riteneva che ognuno percepisse il mondo in un modo unico e proprio. Queste percezioni individuali costituivano quello che lui chiamava “campo fenomenico” di una persona. Questo campo comprende sia le percezioni consce che quelle inconsce anche se Rogers [1951]considerava le percezioni consce e quelle che potevano esserlo alla base del comportamento umano.

Una parte di queste percezioni consce, sempre appartenenti al campo fenomenico della persona, riguarda il “sé”, il “me” e l’”io”.

Queste sono le percezioni che definiscono il Sé che, quindi, è legato a contenuti che possono avere accesso alla nostra coscienza. Al fianco di questa idea di Sé emerge anche un’idea di Sé Ideale. Questo concetto è inteso come l’insieme delle percezioni, riferibili all’area del Sé e particolarmente apprezzate dal soggetto, che vorrebbe facessero parte della propria idea di Sé. Queste idee di Sé influenzano il comportamento umano.

LEGGI GLI ARTICOLI SU: “IN TERAPIA”

Quest’ultimo, secondo Rogers [1951],sarebbe teso all’autorealizzazione (riducendo i bisogni ed esaltando piaceri e soddisfazioni), al mantenimento della coerenza del sé (evitando il conflitto interno)  e della congruenza tra sé ed esperienza (evitando stati di incongruenza). Gli stati di incongruenza emergono nel momento in cui si realizza una frattura tra il sé percepito e un esperienza reale, e le conseguenze sono confusione e potenziale angoscia (se questa frattura rimane a livello inconscio). Se un’esperienza è potenzialmente minacciosa e in grado di creare una frattura di questo tipo possiamo proteggerci attivando meccanismi di difesa. Da queste esperienze nasce la patologia. Il Sé nevrotico si è strutturato in modo non congruente all’esperienza dell’organismo, e costringe quest’ultimo a negare la consapevolezza delle esperienze sensoriali ed emotive che generano il contrasto. Ciò avviene attraverso meccanismi di distorsione e negazione.

Il Colloquio Psicologico - Introduzione. - Immagine: © emiliau - Fotolia.com

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Questo è il paziente affrontato da Rogers nei suoi colloqui psicologici. Per l’autore [Rogers e Kinget, 1965]non esiste differenza tra il primo colloquio e i successivi poiché non si percorre una via centrata sull’evoluzione dei contenuti, ma sul mantenimento della corretta forma del colloquio. Il terapeuta non entra nel merito dei contenuti, lasciandoli nelle mani della conduzione del cliente, ma si concentra sulla realizzazione dei requisiti formali, fondamentali per il buon esito del colloquio stesso.

Questo buon esito si realizza quando, grazie alla semplice azione di supporto del terapeuta, l’io del cliente viene rafforzato a tal punto da permettergli di uscire dai rigidi schemi stereotipati in cui era rinchiuso. Ciò gli permette di osservare le proprie esperienze da nuovi punti di vista che le rendono accettabili e non più fonte di angoscia. I tre requisiti necessari perché il colloquio possa svolgere questa funzione sono [Pervin e John, 1997]:

1)  Congruenza e genuinità: il terapeuta genuino è sé stesso. Egli è onesto e si presenta al cliente com’è, senza maschera alcuna. è in grado di creare un rapporto di fiducia con il cliente fondato sulla reciproca sincerità. Il terapeuta è libero di costruire un rapporto uguale a quello tra persona e persona, può condividere i sentimenti positivi, ma anche negativi, con il cliente.

2)  Considerazione positiva incondizionata: si realizza nel momento in cui il terapeuta riesce a trasmettere un grande senso di accettazione al cliente, un accettazione totale e incondizionata che implica l’assenza di qualsiasi forma di giudizio verso valori anche deprecabili. Questa considerazione si fonda sulla necessità di non dimenticare il valore universale della persona in quanto tale, che rimane costante indipendentemente dai suoi pensieri, dalle sue emozioni e dai suoi comportamenti. Questa condizione permette la creazione di un atmosfera di calore e comprensione all’interno della quale viene favorita l’esplorazione del proprio Sé da parte del cliente.

3)  Comprensione Empatica: essere empatici equivale a percepire le esperienze e il loro significato per il cliente, mettersi nei suoi panni pur rimanendo sé stessi, accettando la sua sensibilità e la sua logica. Attraverso questa capacità il terapeuta è in grado di comprendere i problemi della persona che gli sta di fronte e di entrare in contatto con le sue emozioni, con il suo modo di vedere le cose e con il suo modo di interpretare la realtà [Galeazzi e Franceschina, 2001].

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Messaggio pubblicitario   Questi sono i requisiti di base di quella che Rogers definisce come terapia centrata-sul-cliente le cui caratteristiche principali [Rogers 1942, 1977] sono: a) la profonda fiducia nelle capacità del cliente e nel percorso di crescita, realizzazione e congruenza; b) l’accento sull’importanza del rapporto terapeutico in cui il terapeuta deve cercare di comprendere il cliente e di trasmettere questa volontà di comprensione e, infine, c) la prevedibilità del processo terapeutico.

Tutto ciò si realizza in un colloquio psicologico non-direttivo in cui il terapeuta si preoccupa di agire come uno specchio (attraverso parafrasi, eco, giustificazioni e riflessioni) sia per mostrare la propria empatia e il proprio impegno a comprendere il cliente, sia per permettere a quest’ultimo di guardare sé stesso dall’esterno e, cioè, guardare sé stesso attraverso il terapeuta-specchio. In questo modo può scoprire nuovi punti di vista e nuove prospettive da cui poter valutare le proprie difficoltà. Aiutare l’altro a scoprirsi rappresenta un’esperienza unica e, anche per questo, ogni colloquio ha, secondo Rogers, la medesima importanza del primo [Fine e Glasser, 1996].

Carkhuff ha in comune con Rogers l’idea che il raggiungere qualcosa nel colloquio sia in realtà un far emergere qualcosa [Anchisi, 1999, in Fine e Glasser, 1996]. È il soggetto, attraverso il colloquio, a comprendere e a definire i propri obiettivi.

La Funzione Riflessiva nel Paziente e nel Terapeuta. - Immagine: © olly - Fotolia.com

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Tuttavia esistono molte differenze tra questi due approcci. Anziché essere centrato-sul-cliente il focus principale del colloquio di Carkhuff è il problema [Carkhuff, 1987]. Ciò ha comportato il distacco da alcune delle tematiche, care all’eredità psicoanalitica di Rogers, quali, ad esempio, l’analisi del passato e del suo rapporto con il disturbo del cliente. L’obiettivo di questa impostazione di base è quello di costruire un colloquio che sia funzionale ed economico, efficace ed efficiente. Questo colloquio deve fare scomparire il problema piuttosto che mostrare accettazione incondizionata o comprensione empatica. Quelli che importano sono, prima di tutto, i contenuti rispetto alla forma.

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Per poter realizzare ciò Carkhuff sottolinea l’importanza di un percorso metodologico ben definito da seguire che possa ottimizzare la terapia e ottenere il maggior numero di risultati nel minor numero di sedute possibili. Questo percorso metodologico è definito da protocolli, insieme di regole che sanciscono il modo in cui il colloquio deve essere strutturato per ottenere risultati con rapidità. Questi protocolli, che guidano il comportamento del counselor e la strutturazione della sessione di colloquio, possono essere di diversi tipi, in relazione al problema che ci si trova a dover affrontare.

Adottare questi protocolli vuol dire anche riconoscere un ruolo diverso al primo colloquio rispetto a quelli successivi in quanto le diverse sessioni hanno diverse funzioni all’interno del percorso metodologico.

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  • Rob40

     “1)  Congruenza e genuinità: il terapeuta genuino è
    sé stesso. Egli è onesto e si presenta al cliente com’è, senza maschera
    alcuna. è in grado di creare un rapporto di fiducia con il cliente
    fondato sulla reciproca sincerità. Il terapeuta è libero di costruire un
    rapporto uguale a quello tra persona e persona, può condividere i
    sentimenti positivi, ma anche negativi, con il cliente.

    2)  Considerazione positiva incondizionata: si
    realizza nel momento in cui il terapeuta riesce a trasmettere un grande
    senso di accettazione al cliente, un accettazione totale e
    incondizionata che implica l’assenza di qualsiasi forma di giudizio
    verso valori anche deprecabili. Questa considerazione si fonda sulla
    necessità di non dimenticare il valore universale della persona in
    quanto tale, che rimane costante indipendentemente dai suoi pensieri,
    dalle sue emozioni e dai suoi comportamenti. Questa condizione permette
    la creazione di un atmosfera di calore e comprensione all’interno della
    quale viene favorita l’esplorazione del proprio Sé da parte del cliente.

    3)  Comprensione Empatica: essere empatici equivale a
    percepire le esperienze e il loro significato per il cliente, mettersi
    nei suoi panni pur rimanendo sé stessi, accettando la sua sensibilità e
    la sua logica. Attraverso questa capacità il terapeuta è in grado di
    comprendere i problemi della persona che gli sta di fronte e di entrare
    in contatto con le sue emozioni, con il suo modo di vedere le cose e con
    il suo modo di interpretare la realtà [Galeazzi e Franceschina, 2001].”

    Anche se questi sono due punti che sostiene Rogers, io mi chiedo: come fa il terapeuta ad essere sincero e contemporaneamente accettante, quando una parte del terapeuta è composta comunque da giudizi negativi nei confronti di molti atteggiamenti del potenziale cliente? Supponiamo che si presenti in terapia un pedofilo praticante, ora il terapeuta come fa ad essere contemporaneamente accettante ed onesto nel momento in cui giudica negativamente questo modo d’esprimere la sessualità del suo cliente?

    • Gabriele Caselli

      Ha disegnato sicuramente un caso emblematico. Non tutti i terapeuti infatti possono affrontare con efficacia qualunque tema o tipo di problema proprio perché talvolta diviene difficile mantenere questo atteggiamento. Il terapeuta deve imparare i propri limiti e sapere che se non riesce a essere d’aiuto innanzi a peculiari problemi occorre far riferimento ad altri colleghi.

      Però un punto importante è distinguere il concetto di “accettazione” dall’idea che ‘tutto va bene’, cioè dal giudizio positivo. Continua a non essere quello il punto dell’accettazione. Possiamo essere vicini anche al male delle persone, ascoltare, comprenderne il punto di vista, senza necessariamente giustificarne il comportamento.

      Imparare a essere sincero e accettante non è semplice e in alcuni casi richiede una grande capacità di autoconsapevolezza (saper distanziarsi dai propri giudizi e viverli come propri) e una grande dose di autodisciplina interiore. 

    • In casi estremi si può comunicare la propria perplessità al paziente e discuterne. Anzi celarla sarebbe un atto di disonestà. E l’accettazione? L’accettazione rimane verso la persona del paziente, mentre alucine sue idee o comportamenti posso essere messi in discussione. Anzi, è un’occasione per trasmettere al paziente l’idea che una cosa è la critica globale distruttiva, un’altra il disaccordo parziale su singole idee o azioni, compatibile con l’accettazione complessiva dell’altro.

      Ne approfitto per complimentarmi con Rob40: i suoi commenti sono sempre tra i più stimolanti.

    • Rob40

      “Però un punto importante è distinguere il concetto di “accettazione”
      dall’idea che ‘tutto va bene’, cioè dal giudizio positivo. Continua a
      non essere quello il punto dell’accettazione. Possiamo essere vicini
      anche al male delle persone, ascoltare, comprenderne il punto di vista,
      senza necessariamente giustificarne il comportamento.”

      E’ che non si riesce a capire bene poi in definitiva l’accettazione in che dovrebbe consistere se si fa così. Insomma, ad esempio se si comunica ad una persona non eterosessuale che la sua non eterosessualità non va bene, si può affermare contemporaneamente che la si accetta questa sua tendenza sessuale? E’ come dire “I negri mi fanno schifo, ma io non sono affatto razzista, accetto tranquillamente il fatto che ci siano al mondo diverse razze”, e che razza di accettazione è? Per accettare è vero che non deve esserci giudizio positivo, ma quanto meno dovrebbe essere assente un giudizio negativo secondo me.

      Si faceva prima a dire “lo psicoterapeuta accetta quel che gli va davvero di accettare del potenziale cliente. Ci saranno parti che accetta di quella persona e parti che non accetta”. Facendo questa distinzione tra “accettazione” e “tutto va bene” affermando che la verità del verificarsi del fatto che s’accetti un certo modo di comportarsi non influenza il verificarsi o falsificarsi del fatto che sia vero che per la persona che lo accetta (il comportamento dell’altro) non va poi tanto male il fatto che si comporti così, si può arrivare a dire anche cose del genere “per me non va bene in nulla il modo di comportarsi, pensare, fare di quella persona” e contemporaneamente che continua ad essere vero che “la si accetta così com’è”… E che accettazione è?
       
      Mi sembra quasi una sorta di soluzione teologica che non si riesce a capire bene proprio come il dogma della trinità “Dio è uno e trino”. Siccome si deve salvare la verità del fatto che Dio è unico e non può essere identificato nella persona del Cristo o in altre identificazioni che si son volute mettere in mezzo, s’è messa in mezzo una cosa ancora più assurda, il dogma della trinità, in cui si nega la contraddizione intrinseca affermando che 1 = 3 è vero e che non c’è nulla di strano nel considerare vera una cosa del genere.

      • Gabriele Caselli

        Una riflessione interessante e condivisibile.
        Sarebbe interessante discutere criticamente le premesse.
        Per esempio l’accettazione non è assenza di giudizio.
        Accettazione è l’esito di un processo di distanza dai propri giudizi, un processo di metaconsapevolezza.
        In questo non si contrappone al giudizio ma alla modalità egocentrica e fusa con cui viviamo i nostri giudizi.
        In una prospettiva di accettazione i nostri giudizi sono relativi al momento, ai nostri schemi, al contesto anche solo della giornata. Ma sono soprattutto nostri. E questo non ci rende mendaci o falsi nell’esprimere la nostra accettazione. Per primi non ci sentiamo tali.
        In questo senso non sempre è facile, non sempre ci si riesce. Forse a volte non sempre liberamente si vuole.
        Quindi dubito che la profonda convinzione che gli omosessuali facciano schifo permetta a un terapeuta di adoperarsi con efficacia su temi di sessualità.

        • Rob40

          Più che di giudizi, nei casi da lei descritti in cui c’è molta variabilità si potrebbe parlare di impressioni momentanee. Ma le cose si complicano se si parla di giudizi morali, relativi alle pratiche sessuali, etici e politici. Come si fa realmente a distanziarsi da questi? Io non ci credo che si possa fare questa cosa e in particolar modo lo psicoterapeuta c’è invischiato già a monte proprio a causa del suo mestiere, ed ora spiego perché.
          Lo psicoterapeuta stesso spesso già ha identificato delle presunte patologie mentali (relative a pensieri e modi di comportarsi) esprimendo un giudizio negativo proprio rispetto a queste. Le intenzioni dello psicoterapeuta già sono orientate negativamente rispetto a certi assetti della personalità dell’altro, lo scopo di base è già quello di cambiarla in certi modi che si giudicano più positivi, e anche là dove non è intenzionale questa cosa dubito che sia assente davvero questo modo di fare.
          Se lo psicoterapeuta prendesse le distanze da questo suo giudizio di base relativizzandolo e dicendosi “è solo mio”, finirebbe con l’eliminare la base su cui poggia il proprio intervento. Se davvero lo psicoterapeuta accettasse e prendesse le distanze da ogni suo giudizio bisognerà entrare per forza di cose nell’ottica che la psicoterapia non cura, perché non ci sarebbe chiaramente nulla che vada curato anche nel maniaco omicida o nel depresso, o in qualsiasi altra categoria perché non sarebbero identificabili le parti buone e cattive di funzionamento da modificare. In fondo alla pratica psicoterapeutica c’è un punto di vista etico, un giudizio di base dal quale non si possono prendere le distanze davvero, altrimenti lo psicoterapeuta stesso dovrebbe prendere le distanze dal proprio lavoro e non esser più tale ma una specie di mezzo volto a soddisfare le esigenze del cliente.
          Se si presentasse da questo un ladro incallito lamentandosi che rischia la galera, l’aiuto in cosa dovrebbe consistere? Nell’aiutarlo ad affinare le tecniche di ladrocinio in modo da diminuire le probabilità d’essere beccato o nel convincerlo a redimersi e cambiare mestiere? Già nel tentativo di definire il vero problema del cliente quale sarebbe (cosa molto presente in ambito psicoterapeutico) si cerca orientare un giudizio ponendosi in modo negativo o positivo rispetto a qualcosa.

          • Gabriele Caselli

            Non trova che nella premessa ci sia una commistione tra giudizio morale e giudizio clinico?
            Come clinico l’obiettivo è quello di osservare e favorire la  consapevolezza delle prospettive mentali, dei comportamenti e di come interagiscono tra loro e con l’ambiente. Se vogliamo nell’approccio anche al dolore e alle scelte, lo psicoterapeuta è più descrittivo che giudicante.

            Prendo il suo esempio a mo’ di metafora.
            Se il ladro si lamenta che rischia la galera ci sono tanti spazi di azione: quale è il problema del rischio e come diventa così stressante, come è che è arrivato a scegliere il ladrocinio se non sopporta questo rischio. ci sono altri rischi che non sopporta, altre pretese che tutti i furti vadano come vuole al 100% senza doversi giocare la libertà, se è possibile realizzare questo scenario desiderato.
            In questo percorso iniziale che è anche principalmente motivazionale la persona, consapevole, può anche decidere che il gioco (furto) vale la candela (perdita della libertà) e se la sua soluzione è controllare il rischio con l’aumento delle abilità cercherà un maestro spia.

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