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It takes two to tango: i sistemi motivazionali interpersonali, in Milonga

La danza come espressione della natura umana ci consente di osservare alcuni importanti processi psicologici come i sistemi motivazionali interpersonali

ID Articolo: 164972 - Pubblicato il: 16 maggio 2019
It takes two to tango: i sistemi motivazionali interpersonali, in Milonga
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sistemi motivazionali interpersonali sono tendenze universali, biologicamente determinate e selezionate su base evolutiva, che regolano la condotta in funzione di particolari mete e sono in stretta relazione con l’esperienza emotiva.

Silvia Mascolo

 

Messaggio pubblicitario San Giorgio fino al 15 Luglio La magia dell’insight. Quel momento prezioso, unico, sorprendente in cui il cuore si dischiude a un’epifania su noi stessi. Dal punto di vista neurobiologico un gruppetto di sinapsi si elettrizza contattando un altro gruppetto di sinapsi, vicine o lontane. In quell’istante mistico i due emisferi cerebrali comunicano con innata armonia creando un’intuizione destinata a conservarsi nel tempo. Quel momento unico in cui corpo e mente sanno. Quella mattina in cui ti volti nel letto, la osservi dormire accanto a te sapendo che tra un momento aprirà gli occhi e pensi “la amo”. “Fran!” Per dirla alla Baricco. “Porca Paletta era così!” Per dirla come me.

Lo sanno le mani e la pelle. Prima ancora delle parole.

Parlo della differenza tra sapere e sentire. Il gap che incastra tante psicoterapie, quando diciamo o ci sentiamo dire: “Dottore, ho capito tante cose di me, ma allora perchè continuo a stare male?”.

La scoperta dei sistemi motivazionali attraverso il tango

Ho visto mio padre sapere. Sapere con il corpo. Il giorno in cui lo accompagnai in milonga. Luci soffuse e atmosfera retrò da balera bagnata di Fernet. Tavolini circolari a bordo pista e vestiti luccicanti. Papà toglie gli occhiali prima di avvicinarsi alla sua dama. Precede tutto questo il rito di mirada e cabeceo: uno sguardo con un 50% di possibilità si appoggia a un altro sguardo. Lo sguardo è ricambiato. Si balla. Maschilsta? Antico? Anacronistico? Forse. Ma è parte del gioco. Il rituale è parte del gioco e permette alla donna di rifiutare con eleganza partner non desiderati, sostiene il silenzio necessario a una pratica poetica come la seduzione. Nessun contatto se non quello visivo.

Dicevamo che mio padre toglie gli occhiali. Non ricordo quando ha iniziato a perdere diottrie. L’invecchiamento dei propri genitori è un tabù.

I due si incontrano a bordo pista, un punto invisibile che ogni coppia riconosce per uno strano codice non scritto. Ed è lì che avviene la trasformazione. Mio padre diventa un uomo. Non più papà, ex marito, colonnello, non più nonno, compagno, collega, pensionato, non più. Solo uomo. Nessun mal di schiena. Nessun referto del cardiologo. La lentezza dei movimenti è surreale, le mani si cercano, si modellano. I corpi si trovano. Sembrano sapersi già, quei corpi. Sembrano privi di imbarazzo nel trovarsi a contatto, le braccia, la fronte. Il petto. A quante persone avete ascoltato il respiro? A quante avete respirato nell’orecchio? Sono a bordo pista, tutti osservano le mie Dottor Martens mentre sorseggio vino rosso e a pochi metri da me mi sembra di non conoscere l’uomo che 20 anni fa mi raccontava la storia di un fagiolino sfuggito alla pentola. Carezze poche, in casa mia, abbracci anche meno. Eppure lui è lì, dondola sulla musica. E ha un corpo. Dio, mio padre ha un corpo. Il tempo di accorgermene e quel corpo ne sposa un altro. Per quattro canzoni non esisterà, se non tra le braccia di questa elegante sconosciuta.

La tanda è l’unità di misura temporale che scandisce la serata: ogni quattro pezzi un intermezzo in cui approfondire la conoscenza o cambiare partner.

Mi piace pensare alle quattro canzoni che compongono la tanda come alle quattro stagioni. Perchè è bello incontrarsi al sole di primavera, ma aspettiamo di vedere come sarà amarci in autunno, con il ghiaccio tra i capelli. Aspettiamo l’inverno. Non si cambia dama prima che siano trascorse tutte e quattro le stagioni. Dopo ogni tanda una cortina, un pezzo di altro genere che segna la fine di una storia, il preludio di ogni nuovo racconto.

Abbracciarsi in una città come Torino non è per niente banale. Ma questo abbraccio ha qualcosa di diverso. Privo di bramosia e malizia è un inno alla reciprocità e all’individualità. Perchè in questo abbraccio, in cui ho a che fare con un corpo che non conosco, dovrò ricordarmi di sostenere e rispettare me stesso e l’altro. È una promessa non detta che si scambiano le mani e si ricordano i respiri.

In poco più di un quarto d’ora i nostri sperimenteranno tutti i sistemi motivazionali interpersonali di cui l’evoluzione della specie ci ha dotato. In profondo equilibrio tra loro.

Attaccamento/Accudimento: concetto di base sicura, Bowlby (1969) fiumi di appunti, libri ed esami. Poi arriva questo abbraccio e ti è improvvisamente chiaro tutto il concetto di rendere sicura l’esplorazione. Perchè queste braccia mi sostengono e al tempo stesso mi permettono il movimento. In un gioco di impulsi dove qualcuno propone e qualcuno interpreta, l’abbraccio è mobile, dinamico, si adatta alle esigenze del corpo e della musica, del contesto. A volte è morbido, altre più saldo, forte. Per 15 minuti mi accompagnerai senza mai lasciarmi, lungo una pista gremita di gente: ti prometto che non urterai nessuno, ti prometto che avrò cura di te. Ti prometto di seguirti. Se saprai sostenermi.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Chiunque abbia mai indossato un tacco 10 sa che l’equilibrio è un concetto faticoso quanto effimero. Sospese da terra dobbiamo imparare di nuovo a camminare. Ma non parliamo di questo, parliamo di affidarsi. Che è vero che “una sana autonomia nasce da una sana dipendenza” l’ho imparato qui. E infine, ci si ascolta il respiro. E non c’è niente di più intimo di un respiro. Un bambino che sogna adagiato sul nostro petto. Avete presente? Andiamo avanti.

Sessualità: ci seduciamo. ci sospiriamo nelle orecchie, ascoltiamo una canzone divenendo un corpo solo. Ci scambiamo le mani, la pelle, l’odore, in silenzio. Stiamo facendo l’amore forse molto molto meglio della notte scorsa. Ma è solo un tango. Quattro minuscole stagioni musicali e saremo di nuovo due avventori di questo locale senza niente in comune. Senza niente da dirsi. A parte questo.

Cooperazione: ricerchiamo un piacere condiviso possibile solo passando da “io” e “tu” a un “noi”. Pesi. Il tango fonda il movimento sulla percezione del peso dell’altro nel suo spostarsi da una gamba all’altra. Soltanto pesi. Ancora trovo incredibile che un abbraccio dia così tante informazioni da permettere a colui che guida di sapere dove si trova il tuo peso, momento dopo momento. Una specie di mindfulness di coppia dove la consapevolezza di me si arricchisce della consapevolezza dell’altro. E viceversa. Lei chiude gli occhi, lui chiude gli occhi. Sembrano due adolescenti che si tuffano dalla scogliera, sicuri del loro abbraccio e della loro follia. Lei lascia andare il suo corpo tra le braccia di lui, ma resta presente, concentrata, integra. Sa cosa sta facendo. Saprebbe spiegarlo? no. Ma il suo corpo interpreta la melodia come se non esistesse altro.

Se balli per dimostrarmi la tua bravura. Non è tango.
Se balli per rimorchiarmi. Non è tango.
Se balli per qualcuno seduto pochi metri più in là. Non è tango.
Se balli e non mi ascolti. Non è tango.
Se balli e mi rimproveri. Non è tango.
Se non mi rispetti non è tango.
Nel tango la miscela per una relazione priva di violenza.
Eppure non ce lo insegnano a scuola.
It takes two to tango.

Agonismo: giocare. Solo con l’evoluzione del sistema limbico, la predazione, nei mammiferi, si apre alla possibilità di un agonismo rituale, per sancire ruoli, potere e appartenenenze. Non esiste nulla di più serio. Avete presente i bambini alle prese con trattori, tazzine, scettri lunari e inseguimenti? Non esiste nulla di più reale di quell’esplosione in lontananza, di quella sirena, di spari e robot. Persino l’acqua nella tazzina ha esattamente il gusto del tè. Provate a chiamarli per la cena. Provate a interromperli. Il gioco richiede una presenza che investe corpo e mente indissolubilmente. È il tipo di allenamento che con fatica recuperiamo nel tai-chi e attraverso il teatro. Ricreazione sensoriale. E dire che ci veniva così bene, a 8 anni.

Ci stiamo sfidando come se fosse vero, intrecciamo le gambe, vicini, lontani, poi di nuovo vicini.  Sfidiamo noi stessi, a ogni passo un po’ più uniti, un po’ più precisi, a ogni marca più sofisticati.

Ci sfidiamo a essere il meglio, per l’altro.

Appartenenza: in questa sala mio padre conosce tutti. Nessuna differenza tra il banchiere e l’assessore, tra l’operaio e la casalinga, tra l’avvocatessa e la parrucchiera. Tangueri. Si sono dati un nome, e si riconoscono in questo. Come tifosi, coscritti, amici del Fight Club. Ma a differenza di quest’ultimo ne parlano, perchè ne vanno fieri e nessuno si fa male, calli a parte.

C’è un segreto, dentro ogni tanda. Qualcosa che sappiamo solo noi due. E che per quindici minuti ci raccontiamo senza parlare, stiamo costruendo una storia, tra le pause e gli assoli del bandoneon. Parlerà di addii, di amori non corrisposti, di condivisione e speranza, di dolore. Di tutto e di niente. Riconnettendo l’innato bisogno rettiliano di calore e sicurezza all’esplorazione congiunta e a un linguaggio e un significato condivisi. I tre cervelli di MacLean fanno festa tra il fruscio delle gonne e il brusio dei tacchi sul linoleum.

Nella terapia sensomotoria riconnettiamo il corpo alle emozioni, ai bisogni e ai desideri, per sentire e sapere. Lo fa anche il tango, ma con molta più sfacciata eleganza. Riempendo pance vuote, come quella di mio padre, sulla soglia della pensione.

Lo penso seduta qui, al mio tavolo. Ho terminato il mio vino. Guardando mio padre e l’elegante signora ho sentito un moto di fiducia nuovi e autentici. Forse perchè sono abituata a vedere mio padre preoccupato (del quartiere in cui vivo, dei miei viaggi intercontinentali, del mio lavoro, delle placche alla gola) e invece qui lo riscopro privo di paure ed esitazioni. Mi sento affascinata e al contempo incoraggiata a danzare, seppure non conosca i passi e gli anfibi non permettano la cosa. E mi sento simile a lui, per la prima volta. Naturalmente, orgogliosa, non lo dico. Aggiungendo l’orgoglio agonistico alla lista dei sistemi motivazionali sperimentati, a bordo pista, nello spazio di una tanda. In perfetto equilibrio tra loro.

Penso ai miei maestri e sussurro senza parlare: ho capito. Eccola là, la mia epifania. Fran!

Nella nostra modernità liquida, per dirla alla Bauman, i social network ci hanno permesso di ricercare sensualità, competizione, amore, condivisione e appartenenza senza nemmeno toccarci. Senza necessariamente incrociare lo sguardo del nostro interlocutore. Per cui ti sfido, ti amo, ti cerco, costruisco insieme a te sfiorando la sola tastiera qwerty del mio telefonino. Senza incontrarsi. Alcune sostanze stupefacenti permettono la stessa cosa, sdoganando dosi semiperfette di neurotrasmettitori potentissimi.

Certo qui si suda di più.

Ma ne vale la pena.

Chiedetelo a mio padre.

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Bibliografia

  • Baricco, A.N. (2012). Un monologo [Testo]/A. Baricco. R. Feltrinelli.
  • Bauman, Z. (2012). Modernità liquida. Gius. Laterza & Figli Spa.
  • Bowlby, J. (1989). Una base sicura. Cortina, Milano.
  • Liotti, G. (1994). La dimensione interpersonale della coscienza. Roma: Nis.
  • Signorini, M.C. (2015). Terapia Stanislavskij: Studio e sperimentazione sulla ricchezza del metodo in Teatroterapia e nel Counseling. Armando Editore.
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