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Gli effetti della risposta allo stress sulla memoria

Stress: cosa scatena nel nostro corpo? Come impatta sulla nostra memoria e sulla nostra attenzione? Nell' articolo vengono illustrate le reazioni psicofisiologiche tipiche della quotidianità e anche degli eventi in cui proviamo stress acuto

ID Articolo: 159211 - Pubblicato il: 02 novembre 2018
Gli effetti della risposta allo stress sulla memoria
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Il concetto di stress, la cui natura è primariamente fisiologica, ha oggigiorno assunto un significato multiforme ed è entrato a far parte della quotidianità della maggior parte degli individui, anche per le conseguenze su memoria e attenzione.

 

Messaggio pubblicitario È indubbio che le richieste ambientali della nostra modernità abbiano condotto a stili di vita frenetici e spesso faticosi, sia dal punto di vista fisico che mentale, conducendo talvolta a conseguenze mediche rilevanti che necessitano una presa in carico; tale è l’importanza che lo stress riveste nella nostra società che diviene essenziale la comprensione di come esso agisca sul nostro organismo determinando in primo luogo la risposta fisiologica e successivamente gli effetti su funzioni cognitive fondamentali, quali attenzione e memoria.

Stress: distinzione tra quello assoluto e quello relativo

Innanzitutto è necessario precisare che lo stress, la cui risposta ha una valenza adattiva per gli animali, può essere considerato assoluto o relativo. Nel primo caso si tratta di reazioni fisiologiche che si attivano in presenza di minacce oggettive alla propria incolumità (un predatore, un incidente, una calamità naturale), mentre il secondo riguarda eventi la cui interpretazione suscita ugualmente sensazioni di minaccia ma che, proprio per la natura interpretativa della situazione, risultano soggettive. Sebbene la risposta allo stress, in entrambe le tipologie, sia per certi aspetti la medesima, la reazione fisiologica allo stress relativo è nella maggior parte dei casi più mite, poiché non si presenta come una reazione di sopravvivenza a una minaccia concreta, bensì la minaccia viene considerata tale a seguito di una valutazione cognitiva dell’evento/situazione. In breve, un evento oggettivamente minaccioso come un disastro naturale attiverà nella quasi totalità delle persone la stessa considerevole cascata neurochimica e gli stessi agiti, mentre in concomitanza di un evento soggettivamente stressante (un carico di lavoro considerato eccessivo, la fine di una relazione sentimentale importante, la percezione di non possedere abbastanza risorse per fronteggiare un problema ecc.) la reazione sarà mediata dalle caratteristiche individuali di ciascuno di noi, con effetti quindi variabili.

Stress: cosa scatena nel nostro corpo

Il meccanismo alla base della risposta fisiologica allo stress vede implicate strutture specifiche del cervello e viene chiamato Asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene (HPA). In sintesi, un evento stressante (assoluto o relativo) attiva l’ipotalamo, che rilascia l’ormone di rilascio della corticotropina (CRH), il quale a sua volta innesca la secrezione di un altro ormone chiamato adrenocorticotropina (ACTH) dall’ipofisi; attraverso il sangue l’ACTH raggiunge le ghiandole surrenali che da ultimo rilasciano i cosiddetti ormoni dello stress. I prodotti finali di questa catena neurochimica sono appunto gli ormoni dello stress, i quali si dividono in due classi principali: glucocorticoidi (corticosterone negli animali e cortisolo negli esseri umani) e catecolamine (adrenalina e noradrenalina). Se l’attivazione dell’Asse Ipotalamo-Ipofisi-Surrene è considerata una risposta adattiva dell’organismo in quanto prepara il corpo a reazioni di attacco-fuga davanti a pericoli per la propria sopravvivenza (ad esempio la secrezione di catecolamine è uno dei meccanismi per mezzo dei quali il sistema nervoso simpatico opera in situazione di emergenza), il suo stato di attività prolungata può determinare conseguenze negative come ipertensione e più frequente esposizione ad infezioni in quanto l’HPA sopprime temporaneamente le funzioni immunitarie. Come in molti altri casi, la modalità di attivazione cronica di HPA deve ritenersi un fattore rilevante, che comporta varie compromissioni funzionali dell’organismo e dunque una variabile da tenere in considerazione e sui cui intervenire.

Stress: come incide sulla nostra attenzione

Nonostante non vi siano studi univoci su come e quanto la sovrabbondanza di glucorticoidi, causata da una attività protratta di HPA, arrechi effetti negativi sulla funzionalità del cervello (i glucorticoidi sono in grado di attraversare la barriera ematoencefalica agendo quindi direttamente sul sistema nervoso), molte ricerche considerano questi ormoni come responsabili del decremento in alcuni domini cognitivi, in particolare l’attenzione (inducendo una ipovigilanza a determinati stimoli) e la memoria; si ipotizza che gli effetti sulla memoria potrebbero essere causa di una possibile riduzione del volume dell’ippocampo, area del sistema limbico implicata nel materiale mnestico di tipo dichiarativo, con il risultato di un malfunzionamento nell’elaborazione delle informazioni esplicite.

Una meta-analisi condotta da Lupien e collaboratori (2007) espone una serie di numerosi risultati i cui ambiti di ricerca riguardano appunto gli effetti dei glucorticoidi esogeni ed endogeni sulla cognizione e sul volume dell’ippocampo, trovando differenze sostanziali tra i vari studi, spesso totalmente contrastanti. Dal momento che i risultati controversi impediscono di interpretare le scoperte in una sola direzione, è necessario essere cauti e frenare qualsiasi tentativo di oggettivare la relazione stress-glucorticoidi-cognizione, tenendo aperte le porte della ricerca sperimentale.

Stress: perchè influenza la nostra memoria

Per quanto riguarda la memoria si riporta la descrizione proposta da Siegel, alla quale da qui in poi si farà riferimento:il termine memoria si riferisce al modo in cui un evento del passato influenza un processo del futuro (Siegel, 2014).

Tale descrizione considera la memoria un processo mentale che comporta un’eccitazione neuronale a seguito di un evento che verrà codificato, immagazzinato e successivamente rievocato, il cui richiamo condurrà all’attivazione di pattern simili di attivazione neuronale in un secondo momento. Il ricordo di un’esperienza passata può essere sia di tipo esplicito che implicito, dando origine alla comune classificazione della memoria che conosciamo; nonostante a livello dei substrati neurobiologici si verifichi la stessa eccitazione neuronale, ovvero gli stessi stadi di codifica, immagazzinamento e richiamo, le modalità con cui il ricordo viene percepito sono diverse a seconda che si tratti di memoria esplicita o implicita. Nello specifico, mentre nella memoria esplicita (dichiarativa) si ha la sensazione interiore di star ricordando un evento del passato (Siegel definisce questa sensazione ecforia, ovvero l’atto di richiamare alla mente), in quella implicita manca questa sensazione a livello cosciente, per cui un evento (o eventi) codificati ed immagazzinati nel passato possono presentarsi ed influire sul proprio presente senza avere reale consapevolezza. Le origini delle distorsioni cognitive (bias), di pattern emozionali e di comportamento che portano a reazioni automatizzate, persino le percezioni legate al senso del corpo, potrebbero qui trovare una robusta spiegazione scientifica, in quanto stimoli precedentemente immagazzinati nella memoria implicita e che si ripropongono senza che l’individuo ne abbia piena coscienza sono in realtà il richiamo di esperienze avvenute nel passato.

Stress: cosa succede quando è estremo

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Comprendere i meccanismi di codifica, immagazzinamento e richiamo di materiale all’interno dei circuiti della memoria, può avere enormi implicazioni cliniche, poiché capita spesso di incontrare persone che iniziano percorsi psicoterapeutici a causa di esperienze stressanti o francamente sconvolgenti come un trauma. Innanzitutto è bene tenere conto che l’ippocampo, considerato la struttura cerebrale in cui avviene l’immagazzinamento di materiale dichiarativo, codifica eventi e informazioni esclusivamente in presenza di attenzione focalizzata (volontaria), mentre la memoria implicita funziona anche senza l’attenzione consapevole. A livello neurochimico una risposta allo stress molto forte con produzione eccessiva di cortisolo (glucocorticoide) induce un’inibizione della funzione dell’ippocampo, impedendo la codifica di materiale in forma esplicita; inoltre le catecolamine, anch’esse prodotte a seguito della risposta allo stress, possono condurre a compromissioni della memoria dichiarativa, dal momento che intensificano la codifica implicita della paura che avviene nell’amigdala. Dunque un evento enormemente stressante come può essere un’aggressione fisica, può portare a un blocco della codifica esplicita a favore di quella implicita, causando inevitabilmente una mancata integrazione tra i due tipi di memoria. Queste reazioni neurofisiologiche sono utili per spiegare alcuni sintomi invalidanti che compaiono nel disturbo da stress post-traumatico come flashback o sensazioni corporee intrusive: eventi, emozioni e percezioni corporee codificate implicitamente (senza quindi attenzione focalizzata) impediscono un richiamo cosciente che può condurre ad un stato confusionale e non integrato.

Conoscere come opera la memoria ha un riscontro clinico importante, come già accennato, poiché la consapevolezza di come reagiamo a determinati stimoli, il perché proviamo certe sensazioni ed emozioni, è una base fondamentale da cui partire per un lavoro terapeutico volto al raggiungimento del benessere. La memoria fa parte di quelle funzioni del cervello indispensabili per l’adattamento e la sopravvivenza per cui fornire informazioni sulle modalità e i meccanismi soggiacenti è un’opportunità clinica non trascurabile; inoltre fornire spiegazioni su come lo stress può interagire con questa funzione e comprometterne l’efficienza diviene indispensabile per incrementare la conoscenza interiore e rendere le persone capaci di percepirsi esseri attivi nella risoluzione delle loro problematiche emotive.

Le basi neurali, l’integrazione, la consapevolezza dei nostri stati interni sono tutti fattori che possono incrementare la mindsight, ovvero la vista della mente, l’essere in grado cioè di osservare e comprendere il mondo interiore proprio e degli altri, senza basarsi esclusivamente sui comportamenti manifesti: l’allenamento alla mindsight è un atto terapeutico che concediamo a noi stessi e che può aiutarci a fronteggiare le sfide della vita: la nostra vita come singoli e quella con gli altri di cui le relazioni sono la massima espressione.

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