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Lo psicoterapeuta in bilico (2018) di G. Salvatore – Una recensione o, piuttosto, il resoconto di una serata al pub

Lo psicoterapeuta in bilico è la storia di un uomo che suo malgrado è completamente identificato con il suo lavoro, tra indolenza e cinismo divertito

ID Articolo: 159761 - Pubblicato il: 19 novembre 2018
Lo psicoterapeuta in bilico (2018) di G. Salvatore – Una recensione o, piuttosto, il resoconto di una serata al pub
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Cresci insieme a un collega. Lui è persino convinto che tu sia stato il suo mentore, glielo lasci credere. Ci sviluppi insieme modelli di psicoterapia, ci metti su studi professionali, ci scrivi insieme volumi tecnici. Poi vai in birreria a San Lorenzo con la lucida consapevolezza che te lo ritrovi narratore.

 

Messaggio pubblicitario Non vai lì per mandar giù una birra artigianale dopo l’altra cercando di cancellare la delusione: ma come, era una persona seria? Ci vai perché presenta il suo primo romanzo. E ti fa piacere! A quel punto la birra è strumento di coesione sociale, se mi passate la definizione.

La saletta che ci è stata riservata si riempie rapidamente. C’è gente che rimane in piedi. Penso: figo. Dal posto in prima fila che l’autore ha riservato a me e a un pugno di colleghi del Centro TMI, sale il brusio. Il libro si chiama Lo psicoterapeuta in bilico e il pubblico rumoreggia: Cosa gli sarà passato nella mente scrivendolo? Siamo tutti curiosi. Io credo di saperlo, Giampaolo mi fece leggere il libro anni fa, in una versione precedente.

Ha organizzato tutto la collega, brava, Chiara Gambino, occhi azzurri, nata per stare sul palco, maestra di cerimonie che se la vedono in Rai il posto di presentatore del prossimo San Remo è preso. Il contrasto tra la naturalezza con cui Chiara si muove sul palco e l’impaccio di Giampaolo già vale la serata. Se non avete presente il concetto di ‘timidezza corretta’, avreste dovuto esserci, capivate un sacco di cose.

Però sul palco, come tutti i timidi corretti, Giampaolo tira fuori il suo senso dello humour campano. Si ride.

Poi le cose diventano serie. Lo psicoterapeuta in bilico è la storia di un uomo che suo malgrado è completamente identificato con il suo lavoro. Si muove nelle relazioni familiari e professionali con una specie di torpore, di indolenza che cerca di contrastare con un cinismo divertito. Nelle sue esperienze di relazione, con sua moglie, con sua figlia, con i pazienti, con i suoi allievi, si miscelano estraneità e coinvolgimento commosso. La sua esistenza in fondo minima, routinaria, colpita da ondate di nostalgia per il passato, viene interrotta dall’incontro con due personaggi: il primo è Monica. Il gioco che si crea tra Monica e il protagonista è a metà tra seduzione reciproca e competizione per il rango. Competizione per il rango è quel sistema motivazionale descritto dalla psicologia evoluzionista. In Italia ne ha parlato tanto Gianni Liotti insieme ai suoi colleghi. Si tratta di fare a gara per chi accede a risorse limitate. Chi sta più in alto sulla scala sociale mangia prima e si accoppia col partner più fico. Il protagonista e Monica gareggiano e si seducono, uno scontro simbolico. Di quelli che di solito predicono catastrofi.

L’altro personaggio è un paziente difficile, problematico ma di grande umanità e intelligenza. Questi due personaggi in un certo senso smascherano il protagonista, lo obbligano a guardarsi allo specchio, ne smontano pezzo per pezzo le sovrastrutture psicologiche e ne liberano la parte più vulnerabile e autentica.

La trama, dice l’autore, è quasi un pretesto per dialogare con sé stesso. Per Giampaolo il tema dell’inganno è centrale. Lo ritiene fisiologico. Lo pratichiamo, lo subiamo, continuamente. Anche quando ci raccontiamo cercando di farlo con la massima sincerità, nascondiamo parti di noi, e mai le stesse parti alle diverse persone che ci circondano.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Si crea una certa tensione in sala: l’idea dell’inganno connaturato alle relazioni è disturbante. Giampaolo dice più o meno che la nostra autobiografia è fatta di frammenti irregolari, che quando crediamo di poter raccontare la nostra vita in maniera precisa a fatica ci rendiamo conto che sono numerose le zone d’ombra, le cose che non sappiamo spiegare, le ragioni delle scelte e delle opportunità mancate. E forse ce la raccontiamo e la raccontiamo agli altri. Il protagonista seduce Monica o ne è sedotto. È amore o gioco di ruoli? Desiderio o rispecchiamento narcisistico? O forse, semplicemente, un antidoto al vuoto esistenziale?

La scrittura di Giampaolo funziona, e spesso è una botta nello stomaco. A tratti spiritosa, leggera, a tratti acida, aspra, al vetriolo. Vuole portare il lettore in zone dell’animo umano scomode da abitare.

La lettura di qualche brano fa da interludio alle spiegazioni di Giampaolo e al dialogo con il pubblico. Chiara chiama l’attore Christian Galizia, alto che quasi non ci sta nella nicchia che è il palco, bella voce. Incisivo, trascinante, legge il prologo:

Avevo scelto di fare lo psichiatra perché, quando mancava solo un anno alla laurea in medicina, mi ero reso conto che non ero assolutamente tagliato per fare il medico. Avevo dimenticato la medicina già mentre la studiavo. Questo perché anche se avevo superato gli esami, spesso brillantemente, non avevo mai messo piede a lezione o nei reparti. Le ore di lezione ed esercitazione le trascorrevo sui libri. Ma dove si impara veramente la medicina, manco a parlarne… Tra mezz’ora devi essere in aula; tutto quello che potevi fare l’hai fatto; testa alta, perché hai fatto del tuo meglio.

Guai a confessare a me stesso che il mio meglio avrebbe potuto e dovuto essere andare a lezione e in reparto. Il che, tra l’altro, mi avrebbe messo in condizione di superare l’esame con molta meno fatica, e di imparare davvero. Senza dimenticare. Perché quando imparare consiste in un’esperienza, non dimentichi. Invece, quando imparare è come facevo io, cioè scopare con i libri mettendoci per un po’ il sentimento, non vedi l’ora di lasciare le pagine vecchie perché hai bisogno di pagine nuove da possedere. Di spruzzare colori di evidenziatore come fosse sperma. Insomma, sei anni di medicina, quattro di specializzazione e altri quattro di training in psicoterapia. Tutto questo tempo, a conti fatti, solo per acquisire il porto d’armi su tre sillabe. “Ca-pi-sco”. Sì, perché fare lo psichiatra, e soprattutto lo psicoterapeuta, significa sostanzialmente che quando dici “capisco”, questa parola ha un impatto di gran lunga maggiore di quando la dice chiunque altro. Mentre la maggior parte delle persone di fronte alla sofferenza altrui tace o dice sciocchezze, io avrei sfoderato al momento opportuno il mio “capisco”. E avrei imparato ad avvertire nettamente – come un fremito lungo la colonna vertebrale che negli anni si sarebbe gradualmente attenuato per lasciare spazio a una consapevolezza sempre più algida – come quelle tre sillabe riuscissero a distendere i nervi del mio interlocutore. Per non parlare del potere terribile delle enfatizzazioni rafforzative: “certo, capisco”. “Capisco, capisco”. “Mi creda, capisco”. “Posso comprendere”. “Credo veramente di comprendere”. E poi, l’arma totale.

L’uzi emotivo silenziato. Dire in modo convincente a chi sta soffrendo come un cane, quasi sempre senza sapere perché, che in ciò che prova, in ciò che desidera, in ciò che pensa, e in ciò che fa, c’è sempre qualcosa di universalmente condivisibile

Che significa in bilico? Gli chiedono. Lui spiega che siamo contrasti viventi. Continuamente sospesi, tragicomicamente dicotomici.

Come Giampaolo sul palco viene da pensare: metà psicoterapeuta intellettuale, lo prendo sempre in giro perché in campo scientifico scriverebbe come i fenomenologi. Traduco in italiano: tende a usare parole con minimo cinque sillabe che di solito risultano incomprensibili. Autonoetico. Idiosincratico. L’altra metà è una sorta di Massimo Troisi, ma più muscoloso. In bilico tra Heidegger e La Smorfia.

Giampaolo mi frega. Ero venuto ad ascoltarlo, a essere fiero di lui e, naturalmente, a bere con gli amici. Invece mi invita a salire sul palco. Mica mi aveva avvisato!

In bilico tra il mandarlo a quel paese ed essere contento, salgo.

Chiara Gambino mi fa domande serie alle quali rifiuto di rispondere! Non si parla di psicoterapia stasera, ma di narrazione replico in modo definitivo. Chiara risponde qualcosa che suona come: Ah. Però è d’accordo.

Sotto la luce dei riflettori ci deve essere la scrittura di Giampaolo. Una roba che picchia dritto al fegato, spietata, come una difesa dai colpi che la vita ti assesta sul naso e tu rispondi menando più duro. E poi fa anche ridere, umorismo napoletano/salernitano DOP. Definisco lo stile di Giampaolo una miscela di Quentin Tarantino e Un posto al sole, il pubblico ride. Gli chiedo a quali scrittori si sia ispirato. E lui risponde a tono: Ho compiuto un lungo viaggio stilistico da Proust a Nino D’angelo, però non l’ultimo, quello anni ’80, quello col caschetto. Il pubblico ride ancora di più.

La domanda ripetuta, sembra che il pubblico non voglia sapere altro: Quanto c’è di te in questo libro?. Glielo chiedono in diverse declinazioni quattro volte. La risposta tenace: Le emozioni sono vere, le storie no.

Uno psicoterapeuta dosa gli autosvelamenti con sapienza, uno scrittore può mentire a piacere. Il mestiere glielo permette.

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Bibliografia

  • Salvatore, G. (2018). Il terapeuta in bilico. Eretica Edizioni
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