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Immagine corporea e sentirsi grassi: due variabili interconnesse nei disturbi alimentari

Sentirsi grassi e immagine corporea: come vengono trattati nel protocollo CBT-E per i disturbi alimentari di Raccardo Dalle Grave

ID Articolo: 159927 - Pubblicato il: 21 novembre 2018
Immagine corporea e sentirsi grassi: due variabili interconnesse nei disturbi alimentari
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La rappresentazione della propria immagine corporea è considerata come un costrutto multidimensionale che include aspetti cognitivi e affettivi (preoccupazione e sentimenti sul corpo), percettivi (stima delle dimensioni del proprio corpo) ed infine comportamentali.

Manuela Capolongo e Martina Croci – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi Milano

 

Messaggio pubblicitario Secondo il modello cognitivo-comportamentale, la psicopatologia nucleare dei Disturbi Alimentari è caratterizzata da preoccupazioni eccessive e patologiche rispetto alla forma ed alle dimensioni del corpo. In particolare, la distorsione dell’immagine corporea viene definita come un disturbo nel modo in cui un soggetto percepisce il peso e la forma del proprio corpo; questa dimensione psicopatologica è molto frequente sia nell’anoressia che nella bulimia nervosa.

Immagine corporea: definizione e storia del costrutto

Il primo autore a parlare di Immagine Corporea è stato Paul Shilder nel 1935, il quale sottolinea la necessità di esaminare gli elementi neurologici, psicologici e socioculturali che concorrono alla definizione di tale concetto.

Dal 1958 al 1968 anche Fisher e Cleveland si occupano del concetto di immagine corporea, inizialmente in una prospettiva psicodinamica, dando origine alla teoria dei “Confini dell’immagine corporea” (Body Image Boundaries).

Successivamente, nel 1987, viene fatta propria una prospettiva ad indirizzo psicologico-fenomenologica, che considera l’immagine corporea. come una serie di sensazioni e atteggiamenti rivolti al proprio corpo (Fisher, 1986).

Queste teorie sono state in parte eclissate negli anni successivi dallo sviluppo delle teorie Cognitivo-Comportamentali sull’immagine corporea.

Quest’ultime hanno portato alla costruzione di un modello cognitivo-comportamentale dello sviluppo dell’immagine corporea, in cui si distinguono fattori storici e fattori prossimali. I fattori storici si riferiscono ad eventi ed esperienze del passato che influenzano il modo in cui un individuo pensa, sente e agisce in relazione al proprio corpo. Fra questi i principali sono: la cultura sociale, le esperienze interpersonali, le caratteristiche fisiche ed i tratti di personalità. Attraverso diversi tipi di apprendimento sociale, i fattori storici infondono all’individuo gli schemi e le attitudini fondamentali dell’immagine corporea, incluso la disposizione alla valutazione e diversi gradi di investimento sulla stessa.

La valutazione dell’immagine corporea si riferisce alla soddisfazione o insoddisfazione per il proprio corpo, mentre con investimento si intende l’importanza del corpo, sul piano cognitivo, comportamentale ed emotivo, in relazione all’auto-valutazione.
I fattori prossimali sono rappresentati dagli eventi di vita recenti, ed hanno un ruolo precipitante o di mantenimento sull’esperienze della propria immagine corporea, incluso il dialogo interno, le emozioni riguardanti la propria immagine, le strategie, i meccanismi di auto-regolazione e di coping.

Esistono specifici eventi attivanti, tra i quali l’esposizione del corpo, l’esposizione allo specchio, i feedback sociali, le situazioni di confronto con gli altri, l’indossare alcuni vestiti, il pesarsi, fare attività fisica, stati d’animo negativi, cambiamenti corporei ecc., che attivano l’elaborazione di schemi relativi all’apparenza. Questi eventi risultano poi in dialoghi interni (pensieri, interpretazioni, conclusioni, etc. riguardo il proprio aspetto), che riflettono errori e distorsioni, come il pensiero dicotomico, il ragionamento emozionale, confronti inadeguati con modelli sociali, inferenze arbitrarie, generalizzazioni eccessive, personalizzazioni eccessive, amplificazione dei difetti, minimizzazione delle risorse; a questi seguono le emozioni, che generalmente sono disforiche, caratterizzate da vergogna e senso di colpa.
Per far fronte a questi pensieri ed emozioni che generano stati d’animo negativi, la persona attiva dei comportamenti adattivi e delle strategie cognitive, ad esempio comportamenti di evitamento e negazione del corpo, rituali di controllo della propria apparenza (body checking) e strategie compensatorie.

Immagine corporea: il ruolo nell’anoressia e nei Disturbi Alimentari

Come precedentemente accennato, la distorsione dell’immagine corporea gioca un ruolo determinante nel favorire la restrizione alimentare nell’Anoressia Nervosa.

Secondo il modello cognitivo comportamentale (Fairburn et al., 1993), altri sintomi caratteristici dei Disturbi Alimentari, come ad esempio le abbuffate, sarebbero associati ad un circolo vizioso di mantenimento basato su preoccupazioni legate al corpo e su aspettative irrealistiche rispetto al proprio peso.

Negli ultimi decenni c’è stato un aumento dell’attenzione al ruolo giocato dall’immagine corporea anche in disturbi diversi rispetto all’Anoressia Nervosa, associati a condizioni multifattoriali come l’obesità, quali ad esempio il Disturbo d’Alimentazione Incontrollata (DAI), in virtù della diffusione, nel mondo occidentale industrializzato, di un ideale di bellezza che privilegia la magrezza e che squalifica il sovrappeso (Garner et al., 1980; Wieseman et al., 1992, Treasure et al, 2010).

Il modello cognitivo comportamentale (Fairburn et al., 1993) prevede che il meccanismo dell’abbuffata sia principalmente legato alla restrizione alimentare, che a sua volta è strettamente legata a convinzioni distorte rispetto al proprio corpo (Garner e Garfinkel, 1988). Questo modello suggerisce che l’individuo possa sviluppare preoccupazioni per l’aspetto fisico come risultato di bassi livelli di autostima, e la restrizione del consumo di cibo rappresenti lo sforzo compensatorio per modificare la forma corporea. L’abbuffata nascerebbe dalla suscettibilità psicologica e fisiologica che consegue alla restrizione alimentare, e i meccanismi di compenso (vomito, lassativi, esercizio fisico, ecc.) sarebbero impiegati per ridurre l’impatto dell’abbuffata sul peso corporeo. Restrizione e perdita di controllo, con successive pratiche compensatorie, risultano poi strettamente collegate da una serie di circoli viziosi che tendono ad automantenere il quadro clinico completo.

Un classico esempio di distorsione dell’immagine corporea è la persona anoressica che ritiene fermamente di apparire grassa, oppure quella bulimica che, nonostante la precedente perdita di peso, continua a vedersi grassa.

Almeno la metà dei pazienti con disturbi del comportamento alimentare sovrastimano significativamente la propria taglia corporea; questo solitamente è provocato da stati d’animo negativi, dal consumo di cibi ritenuti ipercalorici, dal vedere immagini di donne magre attraverso i mass media, dal periodo premestruale o dall’indicazione di valutare la propria taglia sulla base dei sentimenti.

Chi presenta un’immagine corporea negativa si sentirà maggiormente preoccupato nelle situazioni sociali, durante le quali si aspetta di essere attentamente scrutato dalle altre persone; questa sensazione genera ansia, imbarazzo e vergogna poiché la persona teme che il suo aspetto fisico esteriore possa rivelare agli altri alcune sue inadeguatezze personali.

Sentirsi grassi: il ruolo della percezione

La sensazione di sentirsi grassi, invece, è una percezione del proprio stato corporeo che accomuna una grandissima percentuale di donne (meno di uomini), anche se non è stata ancora studiata approfonditamente. Questa sensazione è collegata ad alcune variabili, che caratterizzano il nucleo centrale dei disturbi alimentari, in particolare ad un’immagine corporea negativa, sia in caso di sottopeso, normopeso e sovrappeso.

Infatti il peso effettivo della persona non influisce significativamente su questa sensazione, perché interessa anche donne normopeso: è l’avere un’immagine corporea negativa che ne aumenta la frequenza e l’intensità.

Uno studio interessante sull’argomento e che ha confermato quanto appena spiegato, è quello condotto da Myra J. Cooper e il suo team, presso l’Università di Oxford in Inghilterra, che ha fornito una preliminare e sistematica esplorazione delle caratteristiche associate alla sensazione di sentirsi grassi: gli autori ricordano che essa è una sensazione comune tra le donne in generale, in particolare quelle che sono attente al peso e alla forma del corpo, ma anche tra le donne che non sono eccessivamente interessate al peso e alla forma del corpo.

Nonostante questi risultati, si sa ancora poco di come il sentirsi grassi differisca tra la popolazione clinica e non clinica: ricerche hanno confermato che questa sensazione è più intensa nella popolazione clinica, ma non assente in quella non clinica. Gli studiosi infatti sono concordi nel dire che il sentirsi grassi è qualcosa di più che pensare di essere ingrassati: Anderson (2000) per esempio nota che è spesso una metafora della disforia.

L’implicazione che il “sentirsi grassi” può essere considerato più di una sensazione, includendolo in un range di componenti emotive e cognitive, è particolarmente significativo per la terapia cognitiva. I trattamenti recenti però non si sono spesso indirizzati verso questa variabile, ad eccezione del trattamento transdiagnostico di Fairburn per i disturbi alimentari, che vede il sentirsi grassi come un aspetto dell’eccessiva valutazione del peso e della forma del corpo.

Sentirsi grassi: il trattamento CBT-E

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA In Italia, i contributi più consistenti sul tema provengono dalle ricerche del dottor Riccardo Dalle Grave, che la include nel suo trattamento CBT-E (Enhanced Cognitive Behaviour Therapy).

Egli spiega che il sentirsi grassi non è un’emozione né una percezione del corpo, ma, come è stata definita da studi recenti, è una conseguenza di “etichettare” in modo inaccurato alcune esperienze: per esempio dopo che si è mangiato si può etichettare l’esperienza del gonfiore fisiologico e temporaneo dello stomaco come prova dell’essere grassi. Più precisamente le esperienze che vengono etichettate in questo modo sono le emozioni “negative” (come tristezza, depressione, noia e ansia), aumentata consapevolezza del corpo, come appunto sentirsi pieni, gonfi, sudati, percepire i vestiti che stringono, o sentire il corpo che balla, e infine i check della forma del corpo (guardarsi allo specchio, misurare il peso corporeo e confrontare il proprio corpo con quello di altre persone).

Inoltre questa variabile, oltre che essere influenzata dall’immagine corporea negativa, allo stesso tempo la mantiene, innescando un circolo vizioso: avere un’immagine del proprio corpo negativa favorisce la sensazione di sentirsi grassi, e mantiene questa sensazione perché si associa all’”essere grassi”, che a sua volta può innescare strategie disfunzionali come la restrizione calorica, abbuffate e aumento di check del corpo. Infatti questa sensazione alimenta l’insoddisfazione corporea e la restrizione dietetica.

Nella CBT-E il “sentirsi grassi” viene inserito nella fase 3 del trattamento, nella quale si affrontano i meccanismi residui e che mantengono il disturbo alimentare: nello specifico viene inserita tra le altre espressioni del nucleo psicopatologico del disturbo alimentare, insieme al check del corpo, all’evitamento dell’esposizione del corpo e alla marginalizzazione delle altre aree di vita.

Fairburn e Dalle Grave sottolineano il fatto che questo fenomeno fluttua di giorno in giorno e anche nello stesso giorno, pur rimanendo invariato il peso corporeo, differenziandosi così dalla maggior parte degli altri aspetti del nucleo psicopatologico, che tendono invece ad essere relativamente stabili, come lo sono il peso corporeo e la reale “grassezza”.

Un altro aspetto fondamentale su cui si soffermano gli autori è il fatto che spesso il sentirsi grasse coincide con l’essere grasse.

Secondo il trattamento di Fairburn, su cui si è ispirato Dalle Grave, occorre prima di tutto chiedere alle pazienti se a volte si sentono grasse, specificando che non si sta parlando dell’eventualità che esse credono di essere oggettivamente grasse, ma se si sentono in questo modo. Un secondo passo consiste nel sottolineare alle pazienti che l’esperienza di sentirsi grasse potrebbe nascondere altri elementi, come emozioni e sensazioni negative e aiutarle a identificare i picchi di questa sensazione, ossia i momenti in cui essa è particolarmente intensa.

A questo punto il trattamento in questione prevede che le pazienti monitorino questi momenti in cui la sensazione è più intensa e pensare a cos’altro stanno provando in quella stessa occasione. Nella seduta successiva si rivedrà con il terapeuta il monitoraggio fatto dalle pazienti, focalizzando l’attenzione sul contesto in cui questa sensazione si è verificata, ossia quali emozioni, pensieri, sensazioni sono ad essa associate, che però precedentemente venivano mascherate.

Di conseguenza le pazienti dovrebbero essere più consapevoli che l’esperienza di sentirsi grasse tende ad essere causata da certi stati emotivi negativi (sentirsi annoiate, depresse, sole, ecc…), da forme di comportamento o da sensazioni fisiche che aumentano la consapevolezza corporea (fare check del corpo, confrontarsi con altri, sentirsi piene, gonfie, sudate, sentire la pancia che esce dai pantaloni o le cosce che sfregano tra loro).

L’obiettivo finale prevede che le pazienti capiscano che queste sono normali sensazioni corporee e che si verificano in alcune circostanze, che vengono da loro male etichettate: le pazienti dovrebbero identificare quando hanno questa sensazione intensa, focalizzarsi su cosa stanno provando in quel momento, identificando i fattori scatenanti e affrontarli utilizzando metodi come il problem solving.

Sicuramente questo appena descritto è un approccio efficace alla problematica, ma la speranza è quella che le ricerche future si concentrino maggiormente su questa variabile, che sì è più intensa nelle persone con disturbo alimentare, ma interessa anche la popolazione non clinica, che può vivere questa esperienza come un problema difficile da gestire.

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