La madre simbolica e la sua funzione

La funzione materna non si esaurisce solo in un significato biologico e generativo, bensì ha un importante significato simbolico. La madre è colei che accompagna il bambino nel mondo e che gli rimanda il primo sguardo su di sé, importante nella costruzione del proprio senso di identità.

ID Articolo: 159410 - Pubblicato il: 08 novembre 2018
La madre simbolica e la sua funzione
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La funzione materna non conosce cure anonime in quanto queste non danno senso alla vita, la madre è colei che sa rendere e fa sentire ogni figlio unico e insostituibile.

Giada Alberti

In nome del padre: si inaugura il segno della croce. In nome della madre s’inaugura la vita. (De Luca, 2006)

 

Per madre dobbiamo intendere non solo colei che genera biologicamente, piuttosto è bene mettere in risalto anche la sua funzione simbolica, che non si consuma solamente in quella biologica. Freud (2009) vede nella madre la prima soccorritrice, colei che accoglie le prime urla del bambino; la madre è dunque accoglienza pura. Recalcati fa coincidere simbolicamente la funzione materna all’immagine delle mani che sostengo, accolgono e si prendono cura dei primi anni dell’esistenza, che abbracciano la vita, successivamente riconosciuta dal padre.

Il bambino nel vedere lo sguardo della madre guarda il mondo, egli non solo vede l’Altro nello sguardo materno, ma vede anche se stesso. Lo sguardo della madre può avere diverse valenze, infatti non c’è un modo univoco di essere madre ma esistono diversi modi di esserlo. Lo sguardo che incontra il bambino nei primi anni di vita può essere sereno, aperto, soddisfatto, che mostra quanto quel bambino esistesse già nel desiderio materno; oppure può essere uno sguardo depresso, dove il mondo e l’Altro verranno rappresentati come cupi, spenti e che rimanderà al bambino un’immagine di sé come non degno di amore.

L’essere umano cresce nel vero senso della parola, quindi si sviluppa, si umanizza, quando si sente nel desiderio della madre, essendo oggetto di cure particolareggiate e non di una maternità che segue regole e comportamenti standard.

La funzione materna non conosce cure anonime in quanto queste non danno senso alla vita, la madre è colei che sa rendere e fa sentire ogni figlio unico e insostituibile.

Basti pensare alla madre per antonomasia, Maria, madre di Gesù, abitata dal desiderio puro, colei che mostra la potenza della vita e della sua generatività. Questa donna porta la vita nella vita ed è avvolta dal mistero, dalla contraddizione in quanto la vita che genera non è di sua proprietà, è responsabile di questa vita ma non è un suo possesso. Madre è infatti colei che ti genera, ti insegna a camminare per poi lasciarti andare, che vede l’insostituibilità nella vita del figlio ma allo stesso tempo deve saperla lasciare andare. Il rischio che si corre nel non lasciar correre da solo il proprio figlio è quello di negargli la vita, di tenerlo bloccato ed atrofizzarlo.

La storia del re Salomone, nel primo libro dei Re, rende ancora più chiaro quanto appena detto. Un giorno andarono dal re due donne che abitavano nella stessa dimora e che da poco erano diventate madri entrambe, si presentarono dinnanzi a lui e una disse che il figlio della ragazza che l’accompagnava era morto durante la notte perché questa vi si era addormentata sopra e che questa aveva posto su di lei, mentre dormiva, il figlio morto, prendendo invece quello vivo. L’altra donna replicò che non era vero, che il figlio morto non era dell’altra e che non vi era stato alcuno scambio. Allora il re ordinò di farsi portare una spada e disse che avrebbe tagliato a metà il figlio vivo e che avrebbe dato una parte all’una e un’altra parte all’altra. La madre del bambino si rivolse al re dicendo in lacrime di dare il bambino all’altra donna, mentre l’altra rispose che il bambino non doveva essere di nessuna delle due e doveva essere diviso a metà. Il re disse: “Date alla prima il bambino vivo. Questa è sua madre.

Questo racconto spiega come la funzione materna, non patologica, preferisca la vita del figlio senza proprietà rispetto alla morte di questo. Questi sono due aspetti della maternità, una madre che soffoca, schiaccia il figlio e il suo desiderio, quella che si definisce la mamma chioccia che vuole sempre i suoi figli con sé, o quella che Lacan definisce la mamma coccodrillo, che finisce per ingoiare suo figlio. Il rischio della maternità è questo, la completa fusione, l’assenza di identità. È proprio in questa fase che occorre il padre, con la sua funzione di porre delle regole. Il bastone che va messo tra le fauci del coccodrillo è il Nome del Padre che impedisce al figlio di morire, evita l’incesto, ed impedisce che questo venga completamente assorbito dal materno.

Essere madre, continuando ad essere donna

Non solo serve il padre per evitare la morte matricida del figlio, ma occorre che la madre si ricordi di essere anche donna, la funzione materna non può uccidere l’essere donna. Lo scontro sembra essere un po’ quello tra Maria, madre per eccellenza nella visione patriarcale, una versione socialmente accettata, benefica e positiva, ed Eva, incarnazione per l’ideologia patriarcale di una donna cattiva, peccaminosa, lussuriosa. Dominava dunque una visione della donna schizoide e manichea, dove la donna era il male e la madre era il bene.

Ora questa visione, con la libertà sociale e sessuale acquisita dalle donne, è venuta meno, anzi è stata radicalmente sovvertita; le donne oggi lavorano e hanno sempre meno tempo da dedicare ai propri figli (propria l’assetto sociale attuale sancisce questa bipartizione tra donna e madre e la loro completa scissione), nell’ipermodernità la maternità è vissuta come un handicap alla propria affermazione sociale.

L’integrazione di queste due anime del femminile, della donna e della madre è necessaria, poiché l’una senza l’altra sono destinate a fallire e a non essere. La loro convivenza dinamica rende la funzione materna attiva nel processo di affiliazione e di umanizzazione della vita.

Nel suo desiderio la donna salva il bambino, non nell’essere in completa simbiosi e fusione, ma nel fatto che, non solo la madre, ma anche la donna abbia un desiderio che vada al di là della maternità; il bambino ha bisogno della presenza ma allo stesso tempo dell’assenza della madre. La vita del figlio unica e insostituibile nel desiderio della madre ha bisogno di essere accolta, desiderata e amata e allo stesso tempo essere lasciata libera di sperimentarsi, di scoprirsi.

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Bibliografia

  • De Luca, E. (2016). In nome della madre. Feltrinelli: Milano.
  • Freud, S. (2009). Introduzione alla psicanalisi. Bollati Boringhieri: Torino.
  • Recalcati, M. (2013). Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre. Feltrinelli: Milano.
  • Recalcati, M. (2015). Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno. Feltrinelli: Milano.
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