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Guarire la frammentazione del sé. Come integrare le parti di sé dissociate dal trauma psicologico (2017) di Janina Fisher – Recensione del libro

Guarire la frammentazione del sé. Come integrare le parti di sé dissociate dal trauma psicologico di Janina Fisher raccoglie in quasi 400 pagine il contributo di una delle maggiori esperte nel trattamento del trauma, che illustra anche le difficoltà che sorgono nella relazione terapeutica

ID Articolo: 158821 - Pubblicato il: 24 ottobre 2018
Guarire la frammentazione del sé. Come integrare le parti di sé dissociate dal trauma psicologico (2017) di Janina Fisher – Recensione del libro
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Janina Fisher, autrice del libro Guarire la frammentazione del sé, è vicedirettore del Sensorimotor Psychotherapy Institute, ha lavorato presso il Trauma Center fondato da Bessel von der Kolk ed è stata presidente della England Society per il trattamento di traumi e dissociazioni.

Letizia Mannino

 

Nel libro Guarire la frammentazione del sé. Come integrare le parti di sé dissociate dal trauma psicologico l’autrice, attraverso undici capitoli (più le appendici), illustra il metodo di intervento che ha sviluppato e articolato nel corso della sua lunga esperienza con pazienti gravi.

Guarire la frammentazione del sé: anche quando il paziente è ad alto funzionamento

Il libro è rivolto non solo ai professionisti ma anche ai pazienti:

Il mio interesse nello scrivere questo libro è condividere un modo per comprendere i clienti più complessi e difficili che arrivano a noi, spesso con diagnosi “terminali” come disturbo di personalità, disturbo bipolare di tipo II, persino schizofrenia.

Messaggio pubblicitario Nell’introduzione Janina Fisher racconta come in diverse occasioni sia stata consultata da clienti o colleghi che non si spiegavano come mai nonostante si fosse creata una buona relazione terapeutica, il paziente non facesse i progressi attesi, rimanendo bloccato in una condizione di sofferenza o impasse. La Fisher, analizzando questi casi, ha rilevato come di frequente fosse presente uno stato dissociativo che talvolta può risultare difficile da individuare perché il paziente apparentemente ‘funziona’ bene.

Mi accorsi che per ogni specifico cliente era più facile identificarsi con o ‘sentire proprie’ alcune parti, mentre altre parti erano più facili da ignorare o da disconoscere come ‘non me’. Internamente, inoltre, le parti erano in conflitto tra loro: era più sicuro congelarsi o combattere? Gridare aiuto o passare inosservati? Notai inoltre che le relazioni interne tra questi aspetti frammentati del sé rispecchiavano l’ambiente traumatico per cui un tempo erano state la soluzione.

Il nucleo centrale dell’intervento proposto nel libro Guarire la frammentazione del Sé è proprio il lavoro sulle parti del sé, per il quale vengono integrati diversi modelli terapeutici come la psicoterapia sensomotoria, gli Internal Family System, gli approcci basati sulla mindfulness e l’ipnosi clinica.

Guarire la frammentazione del sé: l’attaccamento di ieri determina la finestra di tolleranza di oggi

Janina Fisher spiega come a suo parere per lavorare con il trauma sia necessario basarsi su modelli teorici che traggono le loro origini dalle neuroscienze e dalla ricerca sull’attaccamento.

Nel periodo in cui svolge attività presso il Trauma Center inizia a considerare i disturbi correlati al trauma come disturbi del corpo, del cervello e del sistema nervoso. La crescente attenzione alla neurobiologia la porta a ritenere che le risposte al trauma rappresentino un tentativo di adattamento piuttosto che la prova di una patologia.

Facendo riferimento al modello della dissociazione strutturale di Van de Hart e altri, ritiene che

(…) la dissociazione strutturale rappresenta una risposta adattativa orientata alla sopravvivenza di fronte alle specifiche richieste provenienti dall’ambiente traumatico. Ciò favorisce una scissione tra emisfero destro ed emisfero sinistro che promuove il disconoscimento delle parti ‘non me’ connesse al trauma e la capacità di funzionare senza consapevolezza di essere stati traumatizzati. La scissione favorisce anche lo sviluppo di parti guidate da difese animali, che servono la causa della sopravvivenza di fronte al pericolo.

Per comprendere quali fattori possono determinare una frammentazione del sé è utile far riferimento alla relazione di attaccamento attraverso la quale il bambino impara a riconoscere e modulare gli stati emotivi interni e forma una sorta di ‘finestra di tolleranza’ alle attivazioni fisiologiche.

Il termine “finestra di tolleranza” fa riferimento al grado con cui si è capaci di tollerare emozioni intense a livello simpatico e sensazioni di noia, ottundimento o il “sentirsi giù” a livello parasimpatico. Dal momento che bambini traumatizzati hanno per lo più vissuto condizioni di minaccia ricorrenti o “perduranti” (Saakvitne et al. 2000), in genere hanno poche opportunità di sviluppare una finestra di tolleranza: per adattarsi, i loro corpi dovevano rimanere all’erta, pronti all’azione oppure mantenersi distaccati, intorpiditi, passivi, capaci di sopportare qualunque cosa.

Nelle situazioni psicopatologiche la finestra di tolleranza è molto piccola. In presenza di situazioni traumatiche durante l’infanzia possono determinarsi principalmente due tipi di risposte: una disposizione di allerta, di ipervigilanza o una condizione di passività, di ottundimento e di sopportazione. In entrambi i casi si può sviluppare uno stato dissociativo che viene considerato adattivo in quanto rappresenta il modo migliore che trova il bambino per rispondere a una situazione minacciosa, dove magari la ‘protezione’ sarebbe dovuta venire dalla stessa figura che lo metteva in pericolo (per esempio un genitore o un’altra figura che si occupa del bambino).

La scissione comporta, quindi, che in alcuni casi la parte traumatizzata viene tralasciata, non riconosciuta, e la persona va avanti nella sua vita grazie a una parte che viene definita ‘la parte della vita normale’.

Purtroppo molti eventi della vita quotidiana possono sollecitarci emotivamente facendo sì che la parte traumatizzata si ‘attivi’ a un livello non consapevole provocando nel soggetto uno stato emotivo negativo, di sfiducia, paura dell’abbandono, fallimento, come se il pericolo/trauma fosse attuale.

L’individuo può trovarsi in situazioni traumatiche anche in momenti successivi della vita e anche in questi frangenti la dissociazione è una possibile risposta all’evento.

Guarire la frammentazione del sé: occuparsi degli effetti odierni del trauma

Il modello proposto da Janina Fisher non si propone di ricostruire il trauma passato ma di lavorare sugli effetti di questo. L’intento è quello di modificare le memorie del trauma attraverso il lavoro con le parti nel qui e ora, nel presente; la persona deve imparare a sentirsi ‘al sicuro’ nel momento attuale. I capitoli 4 e 5 sono proprio dedicati al riconoscimento e all’accettazione delle parti del sé.

Il paziente, guidato dal terapeuta, dovrebbe trovare in sé stesso quella sicurezza che non ha ricevuto dalle figure genitoriali quando era bambino. Infatti i sintomi non sono causati solo dagli eventi traumatici, ma dal conseguente disturbo dell’attaccamento interno che si determina.

Le parti bambine (traumatizzate) tramite la mindfulness devono essere riconosciute e capite così che la parte adulta possa rassicurale e avere cura di loro. In questo modo lo stato di attivazione emotiva, che nasce dalla mancata differenziazione fra la situazione attuale e quella del trauma, si dovrebbe attenuare e la persona dovrebbe riuscire a far fronte al disagio che avverte. In sostanza il paziente dovrebbe ‘adottare’ le parti ferite e imparare a prendersi cura di loro.

Curare le ferite traumatiche e la frammentazione connessa al trauma dipende, in fin dei conti, dalla relazione che l’individuo ha con se stesso – o con i suoi ‘molteplici’ sé.

Guarire la frammentazione del sé comporta affrontare ostacoli nella relazione terapeutica

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Janina Fisher nel 6 capitolo del libro Guarire la frammentazione del sé affronta un tema molto importante per la psicoterapia: le complicazioni del trattamento. Poiché una delle caratteristiche dell’attaccamento traumatico comporta che la figura che dovrebbe dare sicurezza al bambino invece provoca paura fino a poter costituire una potenziale minaccia per la sopravvivenza, qualsiasi relazione successiva, compresa quella terapeutica, rischia di evocare segnali di pericolo. Pertanto, la crescente vicinanza emotiva che si stabilisce in questo tipo di relazione può comunicare alternativamente un senso di sicurezza o una sorta di minaccia, creando una situazione difficile per il proseguimento di una terapia. In questi casi, se i terapeuti considerano le modalità relazionali ambivalenti del paziente come se fossero legate alla relazione terapeutica il problema può complicarsi. Infatti, le modalità citate andrebbero lette come aspetti interpersonali indicatori del disturbo dell’attaccamento; in questo modo il terapeuta può divenire un alleato del paziente e facilitare lo sviluppo di un‘ attaccamento sicuro guadagnato’.

Quanto proposto da Janina Fisher risulta particolarmente interessante perché permette di comprendere meglio quei clienti che pur decidendo di intraprendere una psicoterapia ne sembrano ‘spaventati’, perché magari oscillano tra un desiderio di vicinanza e la paura della relazione terapeutica; problematica analoga a quella che presentano in genere nei rapporti interpersonali. Pertanto, una difficoltà dell’intervento nasce in quanto la modalità relazionale del paziente, che in qualche modo è alla base della sua sofferenza, è la stessa che ostacola il processo di cura.

Risulta importante disporre di una cornice teorica che permetta di comprendere come aiutare i pazienti quando a causa dei vissuti emotivi complessi ed ambivalenti che questi avvertono può risultare difficile utilizzare lo strumento principale della psicoterapia: la relazione terapeutica.

Una delle sfide per ogni terapeuta dovrebbe essere provare a ricercare i motivi sottostanti alla mancanza di progressi e/o agli insuccessi che si possono verificare nell’ambito di una psicoterapia.

Sebbene in Guarire la frammentazione del sé Janina Fisher spieghi i passaggi per portare il paziente a dialogare con le parti bambine può risultare difficile comprendere come si può svolgere questo tipo di intervento (del resto la Fisher stessa illustra le difficoltà che possono avere i terapeuti e i pazienti); ma gli esiti positivi che vengono riferiti meritano di essere presi in esame.

L’autrice racconta, a questo proposito, come applicando lo schema di intervento presentato abbia ottenuto buoni successi anche con pazienti molto gravi seguiti presso i Dipartimenti di Salute Mentale del Massachusetts e del Connecticut rilevando che

(…) con un modello di trattamento organizzato attorno alla scissione e alla compartimentazione connesse al trauma questi pazienti riuscivano a iniziare a stabilizzarsi, a vivere fuori dalle mura istituzionali e a considerare i loro attacchi al corpo come l’intrepido tentativo di una parte di guadagnare un rapido e immediato sollievo dalle dolorose memorie implicite di altre parti.

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Bibliografia

  • Janina Fisher (2017), Guarire la frammentazione del sé. Come integrare le parti di sé dissociate dal trauma psicologico, Raffaello Cortina Editore
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