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Scopiazzando dalla fisica – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 46

Alcuni teoremi e scoperte della fisica del '900 costituiscono il punto di partenza e adeguata metafora, a nostro parere, per riflettere su tematiche dal sapore squisitamente psicologico.

ID Articolo: 159250 - Pubblicato il: 31 ottobre 2018
Scopiazzando dalla fisica – Ciottoli di Psicopatologia Generale Nr. 46
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Quando non si hanno idee, non voglio dire buone e originali ma anche semplicemente discrete, la cosa migliore sarebbe tacere, seguendo il consiglio di Wittegestein ingenere, filosofo e logico vissuto nella prima metà del ‘900 che suggeriva: “Quanto può dirsi, si può dir chiaro; e su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”.

CIOTTOLI DI PSICOPATOLOGIA GENERALE – Scopiazzando dalla fisica (Nr. 46)

 

Messaggio pubblicitario Sull’opportunità del tacere ci sono tanti proverbi e ammonimenti che evidentemente cercano di contrastare l’innata tendenza ad aprir bocca e dargli fiato… per il piacere di ascoltarsi? Per vedere l’effetto che fa? Per farsi venir sete e giustificare un quartino? I motivi possibili sono molti.

Nel deserto delle idee l’alternativa all’auspicato silenzio è “il copiare”, oggi facilitato dai programmi di videoscrittura e da internet. Meno riprovevole della copiatura è quella che chiamo “traslazione”, ovvero prendere un’idea innovativa e affermata in un certo settore e provare ad applicarla ad un altro, il proprio. Ad esempio una volta che si è scoperto che la fermentazione produceva alcol e che esso era buono, quante cose saranno state messe a fermentare? Una volta scoperto che un frutto tostato e macinato produce una polvere con caratteristiche molto diverse dall’originale, quanti frutti saranno finiti dentro la moka? Insomma l’idea della traslazione è di astrarre al massimo un concetto sviluppato su uno specifico dominio ed applicarlo per riorganizzare i dati di un dominio completamente diverso. Spesso ne risulta solo mondezza, talvolta qualche interessante suggestione. Correttezza vuole tuttavia che le solide basi scientifiche e sperimentali su cui si fondava l’idea primigenia non vengano considerate un sostegno per le suggestioni derivate che restano metafore.

Allora, mosso dall’invidia per le scienze esatte (che appunto però hanno scientificamente scoperto di non essere così tanto esatte), ho preso lo spunto da alcuni dei teoremi e delle scoperte della fisica del ‘900, che prima con la rivoluzione di Eistein e poi con la fisica quantistica hanno ribaltato almeno un paio di volte la rassicurante prospettiva classica euclidea. Tali teoremi non li capisco neppure del tutto bene (ma proprio come molti film, meno li capisci più intuisci che sono profondi e belli) e certo la loro verità logico-matematica non la si può esportare nel nostro campo. Li ho utilizzati semplicemente come metafora o come una supposta (da intendere non come participio passato ma come sostantivo anale) stimolante, per ribadire idee mie e credo di molti altri colleghi.

Il teorema di Gödel

Il primo scienziato è Gödel un filosofo e matematico austriaco vissuto nella prima metà del ‘900 che formulò due teoremi di cui riportò l’essenza senza pretesa di comprensione. I teoremi di incompletezza di Gödel sono due:

Il primo teorema di Gödel sostiene che vi sono affermazioni vere ma non dimostrabili e che all’interno di un sistema coerente c’è comunque un’affermazione di cui non si può dimostrare né la verità né la falsità. In particolare Gödel dimostrò che l’aritmetica stessa risulta incompleta e vi sono dunque delle realtà vere ma non dimostrabili (il che dovrebbe farci riflettere da un lato sulla deferenza acritica verso tutto ciò che è “evidence-based” e sulla diffidenza scientista verso tutto ciò che appartiene evidentemente alla realtà ma ci rifiutiamo di accettare perché scientificamente inspiegabile mostrando la stessa cecità che condannò all’ostracismo e alla povertà Semmelweiss, per poi recuperarlo duecento anni dopo nel libro della memoria del mondo dell’Unesco). Insomma “Vero” e “Dimostrabile” non sono due insiemi sovrapponibili, essendo il secondo un sottoinsieme del primo, ed esistendo dunque un restante sottoinsieme che raccoglie ciò che è vero ma non dimostrabile, perlomeno con gli strumenti attuali.

Allo stesso modo credo che non possa esistere un sistema cognitivo completamente cosciente in quanto, perché una rappresentazione sia cosciente, deve esistere un punto di vista superordinato ad essa che a sua volta non è cosciente e ciò genera un regresso all’infinito perché se anch’esso può divenire cosciente è solo grazie alla creazione di un ulteriore punto di vista superordinato. Questo comporta due conseguenze pratiche importanti. La prima è che l’idea psicoanalitica di rendere cosciente tutto l’inconscio è un mito irrangiungibile (e non entro nel merito dell’opportunità o meno) e che anzi più si esplora se stessi e più si creano nuovi se stessi impegnati ricorsivamente ad auto osservarsi e si perde la presa diretta con l’esistenza. La seconda, tutta a nostro vantaggio, è che se qualora si ritenga utile una certa consapevolezza per risolvere un problema che fa soffrire, è indispensabile un terapeuta, un punto di vista esterno che faccia da specchio, perché in genere il problema del paziente si annida proprio nei suoi punti di vista superordinati, che appunto da solo non può vedere.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Lo ribadisco in altri termini. Così come in un sistema formale c’è sempre almeno una proposizione indimostrabile, così in un sistema cognitivo consapevole c’è sempre comunque un punto di vista (una prospettiva…) inconscio e qualora lo si renda cosciente se ne crea un altro in un regresso all’infinito secondo la regola che “io so che”>>>”io so che so”>>>>”io so che so che so” e via così in una piramide di omuncoli che si osservano litigando per chi sia il “vero io” per cui il mito dell’analisi completa e della consapevolezza piena, è appunto un mito senza senso.

Il lavoro di consapevolezza di sé è infinito generando continui nuovi livelli di auto osservazione a loro volta inconsci e dunque la conoscenza di sé è un processo sempre in atto che rischia di far perdere di vista la realtà concreta creando una spirale ricorsiva onanistica. Per conoscersi quel tanto che basta per superare delle sofferenze è indispensabile un esterno (terapeuta) che faccia da specchio, perché il problema si annida in genere proprio nella prospettiva in cui si valuta se stessi che è data per scontata, ovvia e dunque invisibile.

Il secondo teorema di Gödel sostiene che nessun sistema può dimostrare dal suo interno la propria coerenza. In ogni costruzione teorica c’è dunque un buco, una falla nella trama concettuale ed i tentativi di rammendarla con ipotesi ad hoc sono peggiori dello strappo in sé. La coerenza assoluta è solo un bisogno psicologico, talvolta, psicopatologico. Per la natura e la vita è importante solo che le cose funzionino.

Niels Bohr e il principio di corrispondenza

Il secondo grande scienziato è Niels Bohr un fisico e matematico danese vissuto anch’egli nella prima metà del secolo scorso che definì il principio di corrispondenza, secondo cui i risultati della meccanica quantistica devono ridursi a quelli della meccanica classica nelle situazioni in cui l’interpretazione classica può essere considerata valida. La fisica sembra infatti soggiacere a due diversi tipi di leggi: la meccanica classica, quando le dimensioni, le masse, i periodi e in generale tutte le grandezze, possono essere considerati “grandi”, e la meccanica quantistica, quando invece si ha a che fare con il mondo del “molto piccolo”.

Nel nostro campo una situazione analoga la troviamo nel rapporto tra le neuroscienze e la psicologia classica. Le neuroscienze come la meccanica quantistica osservano e descrivono l’infinitamente piccolo che sostiene ma non sostituisce la spiegazione in termini psicologici, che è quella utilizzabile in psicoterapia. Le due spiegazioni non sono alternative né riducibili l’una all’altra: sono linguaggi diversi che descrivono la stessa realtà per scopi diversi anche se ovviamente non possono essere in contraddizione.

Alla scoperta della fisica quantistica con Schrödinger

Infine Schrödinger che è stato un fisico e matematico austriaco vissuto nella prima metà del ‘900, noto soprattutto per il suo famoso esperimento mentale del gatto chiuso in una scatola di cui non si può stabilire se sia o meno vivo. Tra tutti i suoi contributi alla fisica quantistica due mi sembrano quelli più esportabili.

Il primo, riguardante la posizione e la velocità delle particelle elementari, afferma che più che stati diversi e discreti si possa giungere soltanto a descrizioni probabilistiche, il che nel nostro campo suggerisce, a mio avviso, l’abbandono di tutte le distinzioni categoriali e l’assunzione, rispetto a tutti i problemi psicologici e psicopatologici (ma forse più in generale di descrizione del mondo), di una prospettiva dimensionale e probabilistica.

La seconda affermazione empiricamente dimostrata da Schrödinger “l’osservatore modifica l’oggetto osservato” è cosa di cui ci riempiamo la bocca da quando i terapisti sistemici ci hanno mostrato l’importanza delle relazioni, ma che forse dovremmo definire meglio negli studi sulla relazione terapeutica da un lato, e sui meccanismi di mantenimento dall’altro.

 

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