Condividi ma non condivido: analfabetismo emotivo ed empatia nell’era dei social

L' analfabetismo emotivo potrebbe spiegare la deriva comportamentale a cui spesso si assiste sui social e che si fa largo attraverso attacchi scritti nei commenti e successivamente attraverso attacchi verbali e dal vivo?

ID Articolo: 157122 - Pubblicato il: 24 agosto 2018
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L’ analfabetismo emotivo si diffonde online? Le emozioni che frequentemente traspaiono online su temi molto dibattuti nel web sono emozioni di rabbia e frustrazione ma non è l’emozione in sé a preoccupare, oltre all’emozione c’è di più: c’è una mancata regolazione emotiva, c’è una tendenza all’azione, c’è una totale cecità verso l’altro.

Leoni da tastiera: quando la rabbia è online

Nell’ultimo periodo lo scorrere delle bacheche dei social si fa sempre più prevedibile e, tra i selfie di amici che non vedi da una vita dei quali ti fermi a osservare le inspiegabili rughe chiedendoti se anche su di te l’età sta avanzando in quel modo così inesorabile, è facile trovare numerose e fantasiose fake news condivise con tanto di post personale degli utenti che commentano l’articolo (o il più delle volte solo il titolo!) urlando allo scandalo con un trasporto emotivo tale da far invidia al grido “Adriana!” del caro vecchio (e malconcio) Rocky. Leggendo i commenti il quadro non cambia: si difende la propria posizione con le unghie e con i denti, anche al costo di offendere pesantemente chi espone un punto di vista diverso o mostra la falsità della notizia. Non è solo il fenomeno fake news a preoccupare (esatto, preoccupare), altrettanto degni di nota sono i post scritti da persone con un forte impatto mediatico (e sì, mi riferisco anche e soprattutto ai politici) su temi ben prevedibili: vaccini e immigrazione tanto per fare un esempio. I commenti a questi post? Leggasi sopra: “si difende la propria posizione con le unghie e con i denti, anche al costo di offendere pesantemente chi espone un punto di vista diverso”.

Lungi dal difendere uno o più di quei punti di vista sui temi di cui tanto si dibatte sui social, il punto della situazione è un altro. Se fin qui, dei commenti inappropriati e aggressivi verso persone sconosciute (ma forse non abbastanza per credere di sapere quale appellativo sia più o meno appropriato per offendere) non preoccupano, dovrebbero preoccupare le altre manifestazioni comportamentali a cui tutto questo porta. Sono infatti molto frequenti i casi in cui chi ha mostrato un’opinione diversa nel coro di commenti che all’unisono difendono un’idea, è stato letteralmente invaso da centinaia (a volte migliaia) di messaggi privati sul proprio profilo. Il contenuto di questi messaggi? Non certo un invito a confrontarsi sulla tematica pomo della discordia in maniera civile e aperta, ma una sfilza di parolacce, turpiloqui, offese e addirittura minacce (al solo commentatore fuori dal coro se si è fortunati, all’intera sua famiglia se si è un po’ meno fortunati). E non è tutto: la veemente difesa così tanto portata avanti sui social a volte sconfina dallo schermo e i leoni da tastiera si fanno strada nella vita reale. Appoggiati da quei personaggi amati e famosi che tanto scrivono su quel tema e supportati da centinaia di altri impetuosi commentatori, ci si sente quasi giustificati a difendere le proprie convinzioni anche con l’altro che si palesa davanti a noi, al supermercato per esempio, al parco, in piscina o sul treno!

Le uniche emozioni che traspaiono in questo quadro sono emozioni di rabbia e frustrazione. Non è l’emozione in sé a preoccupare, tutti possiamo provare rabbia dinnanzi a una frase dai contenuti per noi non condivisibili. Oltre l’emozione c’è di più: c’è una mancata regolazione emotiva, c’è una tendenza all’azione, c’è una totale cecità verso l’altro.

Spesso si è parlato, a questo riguardo, di analfabetismo funzionale, riferendosi soprattutto alla condivisione di post e false notizie derivate da una comprensione poco chiara di ciò che si legge, ma come si spiega la deriva comportamentale a cui spesso si assiste e che si fa largo, per l’appunto, attraverso attacchi scritti nei commenti e successivamente attraverso attacchi verbali e dal vivo? A questo riguardo si può citare un altro tipo di analfabetismo che potrebbe essere alla base di tutto ciò: l’ analfabetismo emotivo.

Dall’ Intelligenza emotiva all’analfabetismo emotivo

Definita per la prima volta da Salovey e Mayer (1990) come: “La capacità di monitorare le proprie e le altrui emozioni, di differenziarle e di usare tali informazioni per guidare il prorio pensiero e le proprie azioni”, l’ Intelligenza Emotiva racchiude al suo interno quelle capacità di consapevolezza e padronanza di sé, motivazione, empatia e abilità nelle gestione delle relazioni sociali, che qualunque persona può sviluppare e che si rivelano fondamentali per ogni essere umano.

L’ intelligenza emotiva viene definita come quell’abilità di riconoscimento e comprensione delle emozioni sia in se stessi che negli altri e di utilizzo di tale consapevolezza nella gestione e nel miglioramento del proprio comportamento e delle relazioni con gli altri.

L’ autore che resta più influente in tema Intelligenza Emotiva è Goleman che, alla base dell’intelligenza emotiva, individua due tipi di competenze, ognuna caratterizzata da specifiche caratteristiche:

La prima competenza è quella Personale, ovvero come controlliamo noi stessi. Essa si caratterizza per:

  • Consapevolezza di Sé: capacità di riconoscere le proprie emozioni, i propri limiti e le proprie risorse ed avere sicurezza nelle proprie capacità;
  • Padronanza di Sé: saper dominare i propri stati interiori, saper guidare gli impulsi e sapersi adattare e sentirsi a proprio agio in nuove situazioni;
  • Motivazione: spinta a realizzare i propri obiettivi sapendo cogliere le occasioni che gli si presentano, impegnandosi nonostante le possibili avversità.

La seconda competenza è quella Sociale: ossia il modo in cui gestiamo le relazioni con l’Altro. Questa capacità è caratterizzata da:

  • Empatia, intesa come la capacità di riconoscere le prospettive ed i sentimenti altrui.
  • Abilità sociali, ossia tutte quelle abilità che ci consentono di indurre nell’Altro risposte desiderabili. Si va dall’utilizzo di tattiche di persuasione efficienti, al saper comunicare in maniera chiara e convincente, così da saper guidare il gruppo sia in un eventuale cambiamento, sia nel risolvere eventuali disaccordi. Rientra inoltre nell’abilità sociale il cercare di favorire l’instaurarsi di legami fra i membri di un gruppo creando un ambiente positivo che consenta di lavorare per obiettivi comuni.

Lo stesso Goleman afferma che questi concetti vanno appresi in tenera età: possono essere insegnati ai bambini, mettendoli nelle migliori condizioni per far fruttare qualunque talento intellettuale la genetica abbia dato loro (Goleman, 1995).

Cosa accade quando non si sviluppa l’ Intelligenza Emotiva? Si corre il rischio di diventare analfabeti emotivi (o analfabeti emozionali), ovvero si diventa incapaci di riconoscere e controllare le proprie emozioni, e si ha difficoltà a riconoscere anche le emozioni altrui, il che rende incapaci di provare empatia e compassione; un analfabeta emotivo è quindi freddo, imprevedibile.

Secondo Goleman, la consapevolezza delle proprie emozioni diventa piuttosto bassa: le dinamiche emotive sono scarsamente conosciute e risulta arduo, se non impossibile, attribuire a sé stessi il potere di influenzare i propri stati emotivi. E’ in questa inadeguatezza che ha radice l’ analfabetismo emotivo (Pacchin, 2011).

Umberto Galimberti, uno tra i più noti e influenti filosofi italiani dei nostri tempi, ha approfonditamente analizzato il fenomeno dell’ analfabetismo emotivo, soprattutto tra i più giovani. Come egli stesso scrive:

Nel nostro tempo caratterizzato da sovrabbondanza di stimoli esterni e da carenza di comunicazione, si avvertono i segnali di quella indifferenza emotiva per effetto della quale non si ha risonanza emozionale di fronte a fatti a cui si assiste o a gesti che si compiono (Galimberti, 2009).

La violenza diventa pratica normale, è aggressività indefinibile, futile, casuale. Manca una educazione emotiva e quindi un’educazione ai comportamenti e alle relazioni (Pacchin, 2011; Galimberti, 2009).

E così, estendendo tale visione anche agli adulti a cui è mancata un’adeguata educazione emotiva, è facile spiegare come mai si assiste a una sempre più rabbiosa e aggressiva difesa verso chi mostra pensieri contrari ai nostri, a partire dai social network fino alla vita reale.

Facile il rimando al bullismo, spesso relegato a fenomeno manifesto tra i più piccoli, che si caratterizza per comportamenti aggressivi, intenzionali e ripetitivi di tipo verbale, fisico, psicologico e, sopresa, anche cibernetico (Pacchin, 2011) ma che nulla ha di diverso da ciò a cui noi oggi assistiamo online. Di fondo si assiste alla difficoltà della vittima di difendersi e alla volontà del bullo di nuocere per ottenere dei vantaggi o semplicemente per il piacere emotivo di umiliare l’altro (Roland, 2001).

Galimberti, analizzando famosi casi di cronaca nera in cui i fautori di gesti violenti sono i più giovani, si chiede se il mondo emotivo non sia oggi vissuto come un ospite sconosciuto a cui non si sa dare neppure un nome.

Chi mostra analfabetismo emotivo si muove nel mondo pervaso da un timore inaffidabile e quindi con una vigilanza aggressiva spesso non disgiunta da spunti paranoici che inducono a percepire il prossimo innanzitutto come un potenziale nemico (Galimberti, 2002).

Analfabetismo emotivo e empatia

Chi è dotato di alti livelli di Intelligenza Emotiva sa riconoscere le emozioni in se stesso, le sa padroneggiare e gestire e questo consente di mettere in atto comportamenti più funzionali alle situazioni sociali. In particolare, alti livelli di Intelligenza Emotiva ci consentono di essere empatici verso gli altri, capirli e saperci mettere nei loro panni.

Abbiamo visto come per Daniel Goleman l’educazione delle emozioni porta a sviluppare l’ empatia intesa come capacità di percepire le esigenze dell’altro, mostrandosi pronti a soddisfare le sue esigenze e aiutarlo cercando di mettere in risalto quelle che sono le sue risorse. L’ empatia, per Goleman, è anche la capacità di individuare e coltivare le opportunità che vengono offerte dall’incontro con persone di diverso tipo, e il saper interagire all’interno di un gruppo sulla base dell’interpretazione delle correnti emotive e dei rapporti di potere esistenti nel gruppo stesso.

Per Galimberti, l’ analfabetismo emotivo porta a un timore eccessivo e quindi a un atteggiamento aggressivo verso l’altro, percepito spesso come un potenziale nemico.

Quindi, se già dalla più tenera età, non si ha accesso a un’adeguata educazione emotiva, ciò che se ne ricava è una poco sviluppata empatia verso l’altro, unita al timore della diversità delle persone e alla scarsa capacità di regolare le proprie emozioni: tutti effetti dell’ analfabetismo emotivo dunque.

Analfabetismo emotivo e il ruolo del corpo

Riva (2010) ha sottolineato come un eccessivo uso delle piattaforme social possa favorire il disinteresse emotivo dei soggetti legato ad un loro deficit di lettura delle emozioni altrui. Comunicando tramite un post, una foto, un link, una notifica, etc. la mancanza del corpo toglie tutta una serie di informazioni presenti nell’interazione face-to-face. Anche l’attività dei neuroni specchio diventerebbe deficitaria in assenza di un corpo. Quando gli interlocutori sono privati della presenza del corpo e interagiscono assiduamente attraverso un medium, aumenta il rischio di favorire l’ analfabetismo emotivo (Goleman, 2011).

Cosa fare per contrastare il dilagare dell’ analfabetismo emotivo?

L’ analfabetismo emotivo è dunque alla base di un mancato riconoscimento delle proprie emozioni e della capacità di gestirle, nonché della scarsa empatia verso l’altro e dunque dei comportamenti irrispettosi verso chi non la pensa come noi. Quel che spesso accade sui social potrebbe dirsi la manifestazione di questo: vedo un post su un argomento che mi indigna, provo rabbia, frustrazione, commento con toni forti mostrando la mia opinione. Ma accade altro: una persona mi dice che ho torto, la rabbia aumenta e la gestisco offendendo l’altro, andando sul suo profilo personale, vedendo le sue foto in modo da cercare altri spunti per rendere le offese più dirette, magari in un messaggio privato. E forse, forte di un’altra schiera di commentatori che la pensa come me e usa i miei stessi mezzi per far capire le ingiustizie (e qui si potrebbe aprire un’altra parentesi di psicologia sociale sull’identità sociale), mi sento autorizzato a estendere questi comportamenti al di fuori, anche nella vita reale.

Sembra mancare, oggigiorno, l’ educazione emotiva. L’ educazione emotiva è lasciata al caso e tutti gli studi e le statistiche concordano nel segnalare la tendenza, nell’attuale generazione, ad avere un maggior numero di problemi emozionali rispetto a quelle precedenti, perché prive di quegli strumenti emotivi indispensabili per dare avvio a quei comportamenti quali l’autoconsapevolezza, l’autocontrollo, l’empatia, senza i quali saranno sì capaci di parlare, ma non di ascoltare, di risolvere i conflitti, di cooperare.

La famiglia è il primo contesto in cui si apprende la conoscenza e la gestione della vita emotiva, non solo attraverso le parole e le azioni dei genitori indirizzate al bambino, ma anche attraverso i modelli che gli offrono mostrandogli come gestiscono i loro sentimenti e la propria relazione coniugale. Avere dei genitori intelligenti, sotto il profilo emotivo, è una fonte di beneficio per il bambino.

I bambini che imparano a gestire le proprie emozioni e a controllare i propri istinti tollerano meglio le situazioni stressanti, imparano a comunicare meglio i propri stati emozionali e sono in grado di sviluppare relazioni positive con la famiglia e gli amici e ottengono maggiori successi a scuola.

Tra i programmi più efficaci, di cui anche Goleman parla nel suo libro Intelligenza emotiva, vi sono i programmi di alfabetizzazione emotiva che si attuano nelle scuole; si richiede che “gli insegnanti e gli studenti si concentrino sul tessuto emozionale. Si sceglie un “argomento del giorno” che può andare dalle tensioni ai traumi presenti nella vita dei bambini, e se ne parla facendo riferimento a questioni concrete: del dolore di sentirsi esclusi, dell’invidia e dei contrasti che potrebbero sfociare in una zuffa nel cortile della scuola (Goleman, 1995).

Nel contrasto alla scarsa lettura delle emozioni dell’altro, un famoso blog americano sembra aver fatto dei notevoli passi avanti: Brendon Stanton, mosso dall’intento di promuovere comportamenti funzionali alla crescita della competenza emotiva sui social network, ha pensato di predisporre nel suo blog quella dose di informazioni in grado di favorire la lettura efficace delle emozioni altrui. Humans of New York, questo il nome del blog, è nato da un progetto personale di fare un censimento fotografico di New York: camminare per le vie della città, chiedere ai passanti di poterli fotografare, pubblicare le foto categorizzandole per borghi. L’incontro con lo sconosciuto e l’inevitabile scambio di parole, ha portato Brendon a integrare una variante alla sua idea originaria: associare alla fotografia pubblicata, una didascalia che ripercorresse uno stralcio di conversazione con il soggetto della fotografia stessa. I fans e i followers vedono, leggono, commentano, condividono, ma soprattutto sembrano esperire le storie raccontate come proprie: tra le righe dei commenti si possono trovare parole di supporto per storie tristi, di approvazione per quelle di successo, di stupore per quelle bizzarre e così via.

Nel ruolo di operatori della salute mentale è nostro dovere sensibilizzare le persone, i genitori e gli insegnanti in primis, all’importanza di un’adeguata educazione emotiva e contrastare così l’espandersi dell’ analfabetismo emotivo e dei fenomeni a cui spesso oggi, purtroppo, siamo abituati ad assistere online e dal vivo.

Nella vita quotidiana ci si trova spesso di fronte a idee poco condivisibili, che si possono controbattere o meno, l’importante è farlo nel pieno rispetto di chi espone tali idee, sia che si trovi davanti a noi, vis-à-vis, sia che si trovi dall’altra parte dello schermo.

 

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Bibliografia

  • Salovey, P. & Mayer, J. D. (1990). Emotional intelligence. Imagination, Cognition, and Personality, 9, 185-211. doi:0.2190/DUGG-P24E-52WK-6CDG
  • Goleman (1995). Emotional intelligence. New York, NY, England: Bantam Books, Inc.
  • Pacchin, M. (2011). Evoluzione della devianza e dei reati dei minori in Italia 1997-2007. Aracne Editrice
  • Galimberti, U. (2009) I miti del nostro tempo. Feltrinelli.
  • Roland, E. (2001). Aggression and bullying. Aggressive Behaviour, https://doi.org/10.1002/ab.1029
  • Riva, G. (2010). I social network. Bologna: Il Mulino.
  • Galimberti, U. (2002). Umberto Galimberti: Gli analfabeti delle emozioni [online] Available at: http://www.feltrinellieditore.it/news/2002/10/08/umberto-galimberti-gli-analfabeti-delle-emozioni-431/ [Accessed 20 Aug. 2018].
  • Goleman, D. (2011). L’intelligenza emotiva. Che cos’è e perché può renderci felici. Milano: BUR Biblioteca Univ. Rizzoli.

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