Separazione conflittuale: la consulenza dello psicologo

Quando separazione o divorzio sono conflittuali e diventano giudiziali, è necessaria la consulenza dello psicologo per tutelare i minori coinvolti. E' prevista la somministrazione di test ad entrambi i genitori e la valutazione delle figure adulte di riferimento.

ID Articolo: 155901 - Pubblicato il: 09 luglio 2018
Separazione conflittuale: la consulenza dello psicologo
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L’uomo è, per natura, un essere profondamente relazionale. Filogeneticamente, vive all’interno di un sistema sociale organizzato, con il compito primario di tramandare il proprio codice genetico e manifestando esigenze di accudimento ed attaccamento. Tali bisogni si concretizzano all’interno di relazioni affettive e sentimentali che, nell’attualità, sembrano vivere un importante cambiamento.

Rachele Recanatini – OPEN SCHOOL Studi Cognitivi San Benedetto del Tronto

 

Messaggio pubblicitario Negli Stati Uniti, separazioni e divorzi hanno un rapporto di 1:2 rispetto ai matrimoni e, a partire dagli anni ’90, anche l’Europa si avvicina alle statistiche statunitensi. Ma quali sono le motivazioni che si celano dietro l’esponenziale aumento di separazioni? Sicuramente i molteplici cambiamenti sociali che stiamo vivendo: l’aumento dell’aspettativa di vita legata ad una relativa qualità, la riduzione del controllo sociale e familiare sulle scelte personali, la minore influenza delle credenze religiose in tema di matrimonio, il diversificarsi del mercato del lavoro, con famiglie definite “a doppia carriera”. Queste rappresentano soltanto alcune delle cause culturali che stanno provocando tale tendenza.

L’ondata narcisistica che spinge alla continua ricerca del benessere personale, l’aumento delle aspettative riguardanti l’esperienza matrimoniale ed i processi di autonomia ed autoconsapevolezza della donna sono fattori personali che si trovano alla base di molte separazioni conflittuali. Ad oggi in Italia ci si può separare di fatto o legalmente e, in quest’ultimo caso, le separazioni possono essere consensuali o giudiziali, ipotesi in cui la controversia si sviluppa in Tribunale. Nel nostro paese risultano consensuali l’86% delle separazioni e l’80% dei divorzi; le cause giudiziali hanno luogo maggiormente qualora il matrimonio sia duraturo, sia misto (tra persone di religione ed etnia diverse) e si presenti lo stato di disoccupazione di un coniuge (Vito, 2009).

Separazione conflittuale: le conseguenze

La separazione ed il divorzio sono avvenimenti che spesso vengono paragonati a veri e propri lutti, in quanto considerati eventi di vita critici e stressanti. Tali episodi, infatti, provocano lo scioglimento di un legame interpersonale ed emotivo importante, richiedono una revisione della routine quotidiana individuale ed un cambiamento nella propria identità e nelle ipotesi di prospettive future (Brodbeck et al., 2017). Superata la reazione di angoscia considerata normativa e fisiologica, la maggior parte degli individui riescono a far fronte alla separazione ed alla conseguente sensazione di perdita; alcuni, invece, sviluppano una reazione dolorosa prolungata, spesso dovuta alla mancata accettazione del distacco. Restare uniti, “finché morte non ci separi”: nei casi più drammatici l’impossibilità di riavvicinarsi alla persona desiderata sfocia in casi di omicidio e/o suicidio. Gesti disperati dettati da un vuoto affettivo che è vissuto come incolmabile, intollerabile, inaccettabile; da una spinta distruttiva che non lascia margini di recupero.

Nei casi di separazione conflittuale assistiamo spesso a desideri di vendetta, di rivalsa, caratterizzati da agiti aggressivi e violenti che non raramente coinvolgono i figli. Si assiste a delle vere e proprie patologie della relazione, con dinamiche disfunzionali che causano effetti critici e devastanti in tutti i protagonisti (Abazia, 2011).

Il ruolo dello psicologo nei casi di separazione non consensuale

Nelle separazioni non consensuali può essere prevista dal Tribunale una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU), che contiene un’indagine psicologica e clinica delle parti in causa e che richiede al professionista – Consulente del Giudice – una specifica formazione e preparazione, vincolata ad un evento giuridico. La psicologia incontra in questo modo il diritto civile. Il CTU viene nominato in aula ed assume l’incarico di rispondere ad alcuni quesiti, previo giuramento di rito, per poter procedere allo svolgimento delle operazioni peritali. Nella maggior parte dei casi i quesiti riguardano il profilo della personalità genitoriale, qualora siano coinvolti minori, allo scopo di indagare il migliore regime di affidamento e domiciliazione in caso di separazione.

Lo psicologo ha quindi il compito di valutare la presenza di eventuali aspetti psicopatologici nel funzionamento interpersonale e relazionale dei genitori, le competenze genitoriali di ognuno di essi, le incidenze sullo sviluppo psicologico ed affettivo dei figli ed il soddisfacimento dei loro bisogni, allargando la valutazione a tutte le figure di riferimento significative ed indicando, altresì, le misure di intervento necessarie. Il padre e la madre possono avvalersi rispettivamente di un proprio Consulenze Tecnico di Parte (CTP), che opererà – alla luce dell’interesse superiore dei minori – esaminando le capacità del genitore valutato. La Consulenza – uno strumento per prevenire e per comprendere dettagliatamente la situazione familiare in atto – diventa così uno spazio per individuare le soluzioni più idonee alla risoluzione del conflitto. L’esperto, per rispondere ai quesiti, utilizzerà mezzi e strumenti attendibili, quali: il colloquio, per acquisire le informazioni necessarie relative al contesto relazionale e per effettuare una approfondita ricostruzione anamnestica; i test, reattivi psicodiagnostici che hanno lo scopo di individuare le modalità con cui il genitore si pone in rapporto con l’ex partner e con i minori coinvolti, e rilevare eventuali disfunzionalità personologiche e relazionali. I colloqui previsti sono sia singoli che congiunti, rispettivamente con i genitori, con i minori e con le eventuali figure di attaccamento significative (Gulotta, 2016). Lo psicologo dispone inoltre di una serie di tecniche e strumenti per indagare le relazioni familiari, come ad esempio il “gioco triadico di Losanna” o il “disegno congiunto”. In Italia è stato recentemente validato uno strumento denominato “Assessment of Parental Skills-Interview” (ASP-I), rivolto proprio alla valutazione specifica delle competenze genitoriali, che indaga determinati comportamenti legati alle funzioni di base dell’esercizio della genitorialità (Camerini et al., 2011). Nella prassi giudiziaria, il CTU è tenuto a videoregistrare gli incontri, per garantire trasparenza ed affidabilità al Giudice e alle parti. Al termine dell’indagine, trascorsi almeno 90 giorni, i Consulenti redigono una relazione finale, in cui il CTU palesa le risposte al quesito posto dal Tribunale, con adeguate motivazioni e con le soluzioni proposte.

Separazione conflittuale e valutazione della genitorialità

Le competenze genitoriali di base richieste a ciascuna parte, da mantenere al di là della separazione giudiziale, si basano su molteplici fattori, stabiliti dettagliatamente nel Protocollo di Milano (2012). Primariamente, il saper comprendere e rispondere adeguatamente alle esigenze primarie del figlio, come le cure igieniche, alimentari e sanitarie; preparare, organizzare e strutturare adeguatamente il mondo fisico del minore, ovvero gli aspetti ambientali, in modo da offrirgli un contesto di vita sufficientemente stimolante e protettivo; essere in grado di comprendere le necessità e gli stati emotivi del minore, di rispondere opportunamente ai suoi bisogni e di coinvolgerlo emotivamente negli scambi interpersonali, in modo adeguato alla sua età ed al suo livello di maturazione psico-affettiva; riuscire a favorire le congrue opportunità educative e di socializzazione; interpretare il proprio comportamento e quello altrui in termini di ipotetici stati mentali, cioè in relazione a pensieri, affetti, desideri, bisogni e intenzioni; offrire regole e norme di comportamento congrue alla fase evolutiva del figlio, creando le premesse per la sua autonomia; saper promuovere l’evoluzione della relazione genitoriale in virtù delle tappe di sviluppo del figlio, adeguandosi alle competenze acquisite e favorendo la crescita del minore; affrontare e gestire il conflitto con l’altro genitore – tenendo conto delle rispettive e peculiari strutture personologiche – con le dovute capacità di negoziazione; promuovere il ruolo dell’altro genitore favorendo la sua partecipazione alla vita del figlio – il cosiddetto criterio di accesso – in maniera attiva e nella salvaguardia della genitorialità, anche verso i legami generazionali e con la famiglia allargata; infine, qualora ritenuto necessario, l’esperto deve valutare altresì la disponibilità del genitore a sottoporsi a un percorso di sostegno alla genitorialità.

Le competenze elencate vanno sintetizzate all’interno di quattro criteri cardinali, che il CTU dovrà valutare in caso di richiesta di affidamento: il criterio del cosiddetto “genitore psicologico”, legato al processo di identificazione nei bisogni dei figli; il criterio del desiderio autentico dei figli, ovvero la qualità dell’attaccamento verso ciascun genitore e la disponibilità nel relazionarsi con lui; il criterio della riflessività, che riguarda la capacità, da parte di ciascuno dei due genitori, di attivare riflessioni ed elaborazioni di significati relative sia agli stati mentali dei figli stessi ed alle loro esigenze evolutive, sia alle relazioni familiari che li coinvolgono; il criterio dell’accesso, ovvero gli indizi di cooperazione e di disponibilità o, viceversa, la difficoltà sostanziale rispetto al diritto ed al dovere dell’altro a partecipare alla crescita e all’educazione dei figli ed al loro complementare bisogno di “accedere” all’altro genitore (Volpini, 2017).

Separazione conflittuale e principio di bigenitorialità

Una svolta significativa all’interno delle separazioni si ha con la Legge n. 54 dell’8 febbraio 2006, che sancisce il principio della bigenitorialità: il diritto imprescindibile di un figlio ad avere rapporti stabili con entrambi i genitori ed accesso ad entrambe le famiglie d’origine, ad eccezione di situazioni pregiudizievoli. Ma quando una separazione può definirsi rischiosa? Nel caso in cui, ad esempio, un genitore non accetti e non tolleri la fine del rapporto di coppia, manifestando una visione egocentrica ed autocentrata della situazione, si deve desumere una incapacità a livello genitoriale. Complesse dinamiche personologiche disfunzionali, elevata incomunicabilità ed un clima relazionale altamente conflittuale non possono assicurare una serena ed equilibrata crescita ai minori coinvolti. Inoltre, all’interno delle famiglie, spesso si sviluppano alleanze, spontanee o provocate, tra un genitore ed un figlio e, nei casi di conflitto interfamiliare, tali coalizioni possono servire a sostenere, influenzare, ricattare o ostacolare l’altro genitore.

Tra le situazioni conflittuali e problematiche più frequenti si trova infatti la cosiddetta Sindrome da Alienazione Parentale (PAS), ora nota come Alienazione Parentale (PA). Sindrome che si riferisce a tutte le manifestazioni psicopatologiche osservate nei minori triangolati all’interno delle separazioni genitoriali conflittuali, relative all’ingiustificato o inspiegabile totale rifiuto verso un genitore. Tale patologia è attualmente molto discussa: alcuni ne negano l’esistenza, altri la rivendicano come fenomeno in crescita, tanto che non è ancora stata inserita all’interno del Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali (DSM-5) (Bensussan, 2017). L’alienazione genitoriale, di cui la PA è un sottotipo, consiste nel distruggere la relazione tra l’altro genitore ed il proprio figlio. Nasce da conflittualità irrisolte e si alimenta con sentimenti di rivalsa ed acredine di un adulto verso l’ex partner, che cerca nel minore un alleato e, spesso, un vendicatore. Il movente – umiliazioni o tradimenti – provoca la nascita di una alleanza perversa e patologica del bambino con un genitore a scapito dell’altro, non affidatario, che viene aggredito o escluso dalla relazione.

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA L’attore della PA, consapevolmente o inconsapevolmente, promuove il cosiddetto “child’s brainwashing”, attraverso strategie dirette ed indirette: può inculcare opinioni negative tramite minacce, promesse o premi; raccontare aneddoti in cui l’altro è connotato negativamente, perdente o ridicolo; manipolare le situazioni a proprio favore; porre il figlio nella posizione di giudice degli agiti scorretti dell’altro; drammatizzare gli eventi; minacciare un calo di affetto nei casi di riavvicinamento all’altro; attribuirsi qualità positive, scindendosi dall’altro; riscrivere il passato creando dubbi nel figlio sul rapporto con l’altro. Il genitore rifiutato può altresì essere sostituito con un nuovo partner. Il minore coinvolto vive diverse fasi con il trascorrere del tempo: inizialmente resistente, finisce con il cedere ed allinearsi, soprattutto se emotivamente fragile e meno difeso. Colludendo con il genitore idealizzato, nella maggior parte dei casi inizia a colpire il bersaglio rifiutando visite e contatti e muovendo accuse di violenze e maltrattamenti, in maniera caricaturale, cantilenosa, fittizia.

All’interno di una Consulenza, l’esperto dovrà porre attenzione ai possibili segni indicatori di alienazione, quali per esempio l’adultizzazione del minore, che presenta un linguaggio inadatto rispetto all’età anagrafica, la campagna denigratoria e vessatoria verso il genitore rifiutato, la mancanza di ambivalenza, il sostegno totale verso l’alienante. Fondamentale un intervento tempestivo, allo scopo di evitare che il bambino alienato viva profondi sensi di colpa, affiancati alla paura di perdita ed abbandono del genitore alleato. Uno studio internazionale che ha indagato due differenti variabili nelle cause di divorzio – la scelta di separarsi e la responsabilità attribuitagli, e la difficoltà e la durata delle procedure legali, fornisce importanti evidenze in merito alle relazioni genitoriali ed alle funzioni parentali. Prevedibilmente, più lunga e duratura risulta essere la causa giudiziale, peggiore sarà il rapporto tra ex partner, dal punto di vista di entrambi. Se le funzioni genitoriali materne non risultano significativamente associate ad alcuna variabile del divorzio, rispetto ai padri, si evince che maggiore è la loro percezione di responsabilità e di scelta di separarsi, più elevato sarà il loro adempimento verso le funzioni genitoriali da espletare (Baum, 2003). Tale peculiare dinamica andrebbe indagata altresì nel nostro Paese, per verificare possibili influenze tra le dinamiche all’interno della separazione ed il comportamento verso i figli. Una recente ricerca ha evidenziato la “scissione” che vive il minore conseguentemente ad una Alienazione Parentale (Bernet et al., 2018): i minori alienati, infatti, percepiscono costantemente un senso di frattura e di mancata ambivalenza verso il genitore rifiutato. Maggiore è il grado di alienazione, più grave ed elevato sarà il livello di frammentazione: il figlio vive il genitore rispettato e preferito in termini estremamente positivi, contrariamente a quello respinto.

Alla luce di quanto sottolineato, si può dire che lo psicologo esperto che si occupa di separazioni ad elevata conflittualità riveste un ruolo arduo e complesso: si trova a dover esercitare la propria professione aiutando una coppia, spesso precedentemente sana, che sta vivendo una patologia relazionale, che permea il sistema di sentimenti quali odio, rabbia, disgusto e tristezza. In tale contesto, l’obiettivo richiesto è nella maggior parte dei casi quello di poter fornire raccomandazioni rispetto i diritti di visita e di custodia dei figli coinvolti.

Separazione conflittuale come fattore di rischio

La separazione conflittuale rappresenta un fattore di rischio sia per la salute psicofisica dei minori sia per la qualità stessa delle relazioni familiari. Scopo della Consulenza in tale ambito, agevolare ed incentivare una cooperazione ed una collaborazione tra ex partner, per riuscire a svolgere una corretta funzione parentale, scindendo il sistema genitoriale da quello coniugale, che vanno considerati interdipendenti (Lavadera et al., 2011). Il Consulente Tecnico d’Ufficio in ambito di separazione conflittuale ha quindi il dovere di aiutare la coppia genitoriale a sviluppare sensibilità ed attenzione verso i bisogni dei figli. Spesso i genitori si concentrano su loro stessi e su quanto sta accadendo nella loro vita di coppia; la conflittualità spinge a monopolizzare le risorse emotive disponibili, accentuando la difficoltà a discernere tra il piano diadico ed il piano genitoriale. Tale disregolazione emotiva amplifica l’acredine e va considerata un pregiudizio da segnalare e su cui intervenire (Roberton et al., 2012). Le evidenze recenti convergono nell’incentivare la cultura della cosiddetta “buona separazione”, attraverso lo strumento del Consulente Tecnico che deve operare allo scopo di preservare un’idonea e corretta genitorialità, che perduri nonostante la separazione, “finché vita non ci separi”.

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Bibliografia

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  • Camerini, G.B., Volpini, L., Lopez, G. (2011). Manuale di valutazione delle capacità genitoriali. ASP-I: Assessment of parental Skills-Interview. Maggioli Editore: Sant’Arcangelo di Romagna.
  • Gulotta, G. (2016). La scienza psicosociale nell’affidamento dei figli. Il protocollo di Milano. Giuffrè Editore: Milano.
  • Lavadera, A.L., Laghi, F., Malagoli Togliatti, M. (2011). Assessing family coordination in divorced families. American Journal of Family Therapy, 39 (4), 277-291.
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  • Vito, A. (2009). La perizia nelle separazioni. Guida all’intervento psicologico. Franco Angeli Editore: Milano.
  • Volpini, L. (2017). Valutare le competenze genitoriali. Teorie e tecniche. Carocci Editore: Roma.
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