Pianto del bambino: fame, paura o rabbia?

Capire il pianto del bambino è una delle tante preoccupazioni delle neo-mamme. Winnicott ha individuato quattro diverse funzioni del pianto e Bowlby lo vede come canale privilegiato del neonato per mettersi in relazione con l'adulto di cui ha bisogno per sopravvivere

ID Articolo: 155911 - Pubblicato il: 10 luglio 2018
Pianto del bambino: fame, paura o rabbia?
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Sarà capitato a tutte, o quasi, di porsi queste domande nel momento della prima gravidanza: capirò il pianto del bambino? Se non smette di piangere? Se non lo capisco? Ma realmente un neonato, quando piange, cosa sta chiedendo?

 

Winnicott, pediatra e psicologo, fa una sorta di classificazione del pianto dei bambini. Egli parte dal presupposto che, così come i bambini richiedono latte e calore, quindi cure primarie alle quali le soluzioni “casalinghe” di nonne e zie rispondono a pieno, hanno anche bisogno di amore e comprensione.

Pianto del bambino: le diverse funzioni

Messaggio pubblicitario Winnicott descrive il pianto del bambino in quattro forme differenti a seconda dell’emozione suscitata:

  • il pianto di soddisfazione
  • il pianto di dolore
  • il pianto di angoscia
  • il pianto di rabbia

Ma è così semplice distinguerli e sapere cosa fare?

Pianto di soddisfazione e pianto di dolore

Il pianto di soddisfazione equivale secondo lo psicologo ad una esperienza positiva che il bambino fa del proprio corpo e delle proprie sensazioni. Nei primi mesi di vita il bambino si sperimenta, non solo nei confronti della madre e dell’ambiente, ma in primis verso sé stesso. Impara a conoscere il suo corpo e le sue reazioni, sperimentandole. Un bambino che piange di soddisfazione è un bambino che sta, per esempio, esercitando i propri polmoni e quindi il piacere può scatenare il pianto che a sua volta influenza tutte le altre funzioni somatiche.

Il bambino sperimentandosi fa una sorta di esercizio di crescita, che gli permette di acquisire le conoscenze necessarie per poter progredire nel suo percorso di crescita.

Analizziamo ora il pianto di dolore. Un bambino che sta male fa capire alla madre cosa gli fa male, per esempio se ha le coliche si contorcerà, se ha mal d’orecchio si metterà la mano vicino l’orecchio.

Dà alla madre dei segnali che le fanno capire che c’è qualcosa che non va. Il pianto scaturito da queste situazioni è un pianto definito di dolore. Un altro esempio del pianto di dolore è il bambino che piange quando ha fame.

Una madre “sufficientemente buona”, come la definisce Winnicott, sa capire il pianto del bambino. Il ‘sufficientemente’ non sta per madre brava, perché sostanzialmente una madre ama il proprio figlio quindi lo accoglie e lo ama accompagnandolo nel suo percorso di crescita, bensì la madre descritta da Winnicott è una madre in grado di essere il contenitore del proprio bambino, ossia in grado di accogliere le paure e le ansie del bambino in modo da tranquillizzarlo e lasciando che egli stesso sperimenti queste sensazioni senza rimanerne sopraffatto.

Bowlby parlerebbe di “base sicura” riferendosi a una madre in grado di sintonizzarsi sui bisogni del figlio, ciò si ricollega al concetto di madre sufficientemente buona capace di dare la sicurezza che “lei c’è” al il suo bambino.

A volte per esempio i bambini che piangono si tranquillizzano semplicemente sentendo la voce della madre, vedendola, o con una carezza.

Pianto d’angoscia e pianto di rabbia

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Un terzo tipo di pianto è il pianto d’angoscia. Un esempio di questo pianto è dato da un bambino che piange perché al risveglio non vede la madre che probabilmente si trova solo nella stanza accanto. Successivamente, vedendo la madre o sentendo la sua voce il bambino si tranquillizza.

I bambini vivono tutta la gamma delle emozioni di base, sperimentano la tristezza, la frustrazione così come la gioia. Non potendoli esprimere a parole, piangono.

Infine c’è il pianto di rabbia. Il bambino arrabbiato piange e scalcia. Crescendo attuerà nuove modalità per sfogare la sua rabbia, come alzarsi e scuotere le sbarre della culla.

Si pensi ad un bambino nel seggiolone, stufo di stare lì seduto e che piange perché vuole andare in braccio alla madre, affaccendata in altro. Il bambino giustamente proverà rabbia, nel dover aspettare prima che il suo desiderio venga esaudito, e piangerà ancora più forte se non viene accontentato subito. Crescendo il bambino impara che questo tipo di pianto è “fastidioso” per l’adulto ma è un’arma per ottenere ciò che vuole. Di fronte a un bambino arrabbiato un genitore deve mantenersi calmo e fare da contenitore per la rabbia del bambino.

Il pianto del bambino ha dunque una complessa ma chiara dimensione relazionale, e dimostra come il neonato sia essenzialmente un essere sociale fin dalla nascita.

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Bibliografia

  • Ainsworth M.D., Bell S.M. (1974) “Mother-infant interaction and development of competence”, Academic Press, N.Y.
  • D.W_ Winnicott (1964) “Perché i bambini piangono?”, in Il bambino, la famiglia e il mondo esterno, RCS, Milano, 2012
  • Winnicott D.W. (1965) “Sviluppo affettivo e ambiente” Roma, Armando, 1965
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