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Quel che penso dei miei pensieri, cosa mi fa pensare? – Credenze metacognitive e psicopatologia

Le persone tendono a rimanere incastrate all’interno di disturbi psicologici a causa delle metacredenze o credenze metacognitive, le quali rafforzano i meccanismi del rimuginio e della ruminazione.

ID Articolo: 156578 - Pubblicato il: 19 luglio 2018
Quel che penso dei miei pensieri, cosa mi fa pensare? – Credenze metacognitive e psicopatologia
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Capita spesso di restare intrappolati in meccanismi di ricorsività del pensiero, ciò è dovuto alle credenze metacognitive o metacredenze: esse possono avere sia natura positiva, quando si crede che rimuginio e ruminazione siano utili ad affrontare gli eventi disturbanti, che negativa, quando ci si sofferma sulla pericolosità e l’incontrollabilità di rimuginio e ruminazione.

 

Messaggio pubblicitario Semerari (1999) definisce la metacognizione come la capacità di riconoscere i propri stati mentali, quelli degli altri, rifletterci su e regolarli.

Tra le definizioni più accreditate di metacognizione, tuttavia, troviamo quella di Wells and Purdon (1999), secondo cui la metacognizione rappresenta «the aspect of information process that monkors, interprets, evaluates and regulares the contents and processes of its own organizations». Occorre, però effettuare una importante distinzione tra contenuti metacognitivi e funzioni metacognitive (Procacci, M. et al, 2000).

Per contenuti metacognitivi si intendono le idee e le convinzioni con cui sono interpretati e valutati i contenuti e i processi mentali. Per funzioni metacognitive si intende le attività di monitoraggio e di regolazione costituite dall’insieme di abilità che ci consentono di comprendere i fenomeni mentali e di operare su di essi per la risoluzione di compiti e per padroneggiare gli stati mentali (Carcione et al., 1997; Carcione e Falcone, 1999).

Metacognizione e psicopatologia: il rimugino e la ruminazione

Nel campo della psicopatologia si è soliti prestare molta attenzione a una serie di processi mentali caratterizzati da ripetitività che, alla lunga, provocano ripercussioni sullo stato emotivo e comportamentale della persona. Il pensiero ripetitivo incastra, chi lo mette in atto, in un circolo vizioso in cui l’unico esito è continuare a pensare in modo ridondante. Questa modalità di pensiero passivo e/o relativamente incontrollabile sottende emozioni diverse tra loro, come l’ansia, la rabbia e la depressione (Genga, G. M. e Pediconi, M. G., 2016).

Le modalità di pensiero ripetitivo più frequentemente studiate sono il rimuginio, legato all’ansia; la ruminazione, legata alla depressione; la ruminazione rabbiosa, legata alla rabbia.

Il rimuginio è definito come una forma di pensiero ripetitivo strettamente legato all’ansia che, nel tempo, la mantiene e la aggrava poiché è caratterizzato dalla ripetitività di una serie di pensieri considerati incontrollabili e intrusivi, che si focalizzano su contenuti catastrofici di eventi che potrebbero manifestarsi in futuro. Il rimuginio è una strategia che l’individuo adotta in situazioni identificate come pericolose e incerte, ansiogene, per questo difficili da gestire.

La ruminazione è definita come un processo cognitivo caratterizzato da uno stile di pensiero disfunzionale e maladattivo che si focalizza principalmente sugli stati emotivi interni e sulle loro conseguenze negative (Martino, Caselli, Ruggiero & Sassaroli, 2013). E’ una forma circolare di pensiero persistente, passivo, ripetitivo legato ai sintomi della depressione (Nolen-Hoeksema, 1991). Tale forma di pensiero è rivolto al passato ed è legato alla perdita di qualcosa di importante. I pensieri ruminativi diventano la causa della comparsa della depressione, del suo mantenimento e aggravamento (Broderick, & Korteland, 2004).

Nella ruminazione rabbiosa il pensiero ripetitivo è legato a un evento passato in cui si sperimenta una emozione di rabbia. Il pensiero sul passato amplifica l’intensità e la durata dell’emozione negativa, che sfocia conseguentemente nella vendetta e nell’aggressività (Sukhodolsky, 2001), quando è rivolta verso l’esterno. Se invece la ruminazione rabbiosa riguarda temi autosvalutativi, alla lunga potrebbe diventare depressione.

Le credenze metacognitive

Come accennato in precedenza con il termine metacognizione ci si riferisce alla conoscenza stabile del proprio sistema cognitivo; alla conoscenza dei fattori che influenzano il funzionamento di questo sistema; alla regolazione e alla consapevolezza dello stato attuale della cognizione e alla valutazione del significato dei pensieri e ricordi (Wells, 1995).

Ma cosa ci intrappola nei meccanismi di ricorsività del pensiero, quali rimuginio e ruminazione?

Il punto nodale nella comprensione del meccanismo di ricorsività del pensiero è costituito dalle credenze metacognitive o metacredenze: le metacredenze negative riguardano la pericolosità e l’incontrollabilità del rimuginio, quelle positive l’utilità dello stesso come strategia di regolazione delle intrusioni mentali negative (Marianelli S., 2017).

Ad esempio il rimuginio è tanto più grave e difficile da eliminare quanto più la persona attribuisce ad esso significati positivi (metacredenze positive), come pensare che rimuginare aiuti a risolvere i problemi, prepari al peggio, riduca la probabilità che accada l’evento temuto. Spesso chi rimugina lo fa per sentirsi più sicuro o per analizzare al meglio un problema, chiaramente queste credenze metacognitive disfunzionali legate all’utilità del rimuginio mantengono, in realtà, l’individuo in una condizione di ansia e in una falsa percezione di risoluzione del problema stesso (Sassaroli & Ruggiero, 2003). Coloro che rimuginano sono inclini al sentirsi poco capaci di poter controllare gli eventi incerti (Harvey, Watkins, Mansell, & Shafran, 2004), per questo utilizzano il rimuginio come strumento mentale per anticipare e controllare il possibile verificarsi di un evento futuro temuto. Il non riscontrare le conseguenze temute determina, quindi, il rinforzo di tale processo di pensiero (Borkovec et al., 1994).

Nel caso della ruminazione invece, inizialmente la persona rumina perché crede che possa servire a gestire di una serie di accadimenti negativi, quindi la considera un metodo efficace per controllare la propria tristezza. Tuttavia, questa strategia peggiora nel tempo l’intensità dello stato d’animo negativo, induce a un maggiore abbassamento dell’umore, fino al crearsi di una distorsione della percezione di se stessi, in termini negativi, ma anche dell’ambiente circostante (Wells, 2009).

Al contrario le metacredenze negative possono portarci a credere che alcuni pensieri siano dannosi per la nostra salute, oppure che ci accadrà qualcosa di brutto a causa di pensieri che abbiamo avuto nella mente.

Dunque le credenze metacognitive o metacredenze si possono definire come delle informazioni soggettive relative al proprio funzionamento cognitivo e alle strategie di coping generalmente utilizzate. Secondo Wells e Matthews (1994): i disturbi psicologici insorgono e vengono mantenuti a causa di modalità cognitive ed emotive che interessano il pensiero, il monitoraggio delle minacce, comportamenti di prevenzione ed evitamenti (CAS). Queste modalità dipendono strettamente dalle credenze metacognitive sottostanti.

A volte capita che queste metacredenze, sia che abbiano natura positiva che negativa, portano gli individui a mettere in atto strategie di coping disfunzionali. Ad esempio: se credo che rimuginare mi aiuti ad affrontare la situazione temuta o che ruminando posso affievolire la tristezza, allora tenderò sempre di più a rimuginare o ruminare. Al contrario, se penso che il rimuginio sia indice di quanto la mia ansia sia grave, farò il possibile per non pensarci, ma così aumenterò i pensieri che mi creano ansia.

Dunque, come accade in questi casi, le persone tendono a rimanere “incastrate” all’interno di disturbi psicologici a causa dell’attivazione di un particolare pattern di risposta alle esperienze interne, ciò che Wells definisce CAS (Cognitive Attentional Syndrome), ovvero processi di elaborazione dell’informazione cognitiva caratterizzate da preoccupazioni, ruminazioni eccessive, bias attentivi che incrementano il fenomeno di “monitoraggio della minaccia” e strategie di coping disfunzionali.

La CAS è costituita da:

  • Orientamento dell’attenzione verso stimoli minacciosi (pensiero negativo e elementi dell’ambiente che confermano quel pensiero)
  • Sensazione soggettiva di perdita di controllo e altre convinzioni positive e/o negative sul proprio funzionamento cognitivo
  • Strategie di coping cognitive e comportamentali in risposta al pensiero negativo (rimuginio, ruminazione, soppressione dei pensieri …)

La CAS deriva quindi direttamente dalle conoscenze di natura metacognitiva degli individui, che dipendono dai due domini di contenuto appena illustrati:

  • le credenze metacognitive positive riguardanti l’utilità di impegnarsi nei processi implicati nella CAS (es. “Se mi preoccupo sarò pronto”; “Focalizzarmi sulla minaccia mi permette di sentirmi al sicuro”; “Devo contrastare i miei pensieri o commetterò un errore”).
  • le credenze metacognitive negative inerenti l’incontrollabilità, la pericolosità, l’importanza ed il significato attribuito ai pensieri o alle emozioni (es. “Non ho il controllo sui miei pensieri”; “Se sono in ansia, allora sono davvero in pericolo”).

Intervenire sulle metacredenze: la psicoterapia metacognitiva

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA L’idea che la metacognizione valuti, monitori e controlli il funzionamento cognitivo presuppone la distinzione tra due livelli di funzionamento mentale, un livello oggetto e un livello metacognitivo (Nelson e Narens, 1990).

Nel livello oggetto i pensieri e le credenze sono viste come dati di realtà. Dal punto di vista clinico, questo modalità di vedere i pensieri è un fattore di rischio perché ostacola la possibilità di modificare le credenze metacognitive e tutte quelle strategie che mantengono il malessere, proprio in quanto vi è la percezione di credenze e strategie come dati di realtà e dunque non come scelte personali.

L’unico modo per smettere di rimuginare non è quello di affannarsi nel trovare soluzioni, ma raggiungere una posizione distaccata rispetto ai propri pensieri e ai propri eventi mentali. In questo caso, dunque, la soluzione consiste nel vedere il rimuginio o la ruminazione come atti volontari che riducono le possibilità nell’individuo di operare scelte diverse.

Affinché però questa consapevolezza si raggiunta bisogna intervenire sul secondo livello di funzionamento, quello metacognitivo appunto, che in quest’ottica non è altro che la capacità di raggiungere una posizione distaccata rispetto ai propri stati interni. La funzione metacognitiva si riduce così alla capacità di valutare i propri stati interni come eventi mentali, indipendentemente dal fatto che si riferiscano a idee su di sé, sugli altri o sul futuro (Caselli et al., 2017).

Secondo la Terapia MetaCognitiva (MCT), il passaggio dal livello oggetto al livello metacognitivo non è frutto di una capacità più o meno sviluppata, ma è una funzione che tutti hanno, ma spesso gli individui la utilizzano solo su certi pensieri e non su altri. Obiettivo della terapia metacognitiva non è quindi sviluppare specifiche funzioni metacognitive, ma mostrare ai pazienti che questa capacità già appartiene loro e che, usandola normalmente su alcuni pensieri, si può imparare a utilizzarla anche in risposta ai pensieri per loro particolarmente disturbanti.

Tra gli strumenti maggiormente utilizzati nella terapia metacognitiva troviamo l’ Analisi Meta Cognitiva o AMC. Con essa si identifica un pensiero iniziale, una valutazione o una sensazione corporea (A) e le conseguenze emotive (C), per passare all’identificazione delle metacognizioni o credenze metacognitive disfunzionali (M). Rispetto al modello ABC della terapia cognitiva standard, con l’analisi dell’AMC è possibile identificare le metacognizioni implicite o esplicite con cui il paziente risponde a uno stimolo attivante interno. Con l’ AMC si individuano le metacognizioni (M) che sostengono la CAS.

Nella Terapia Metacognitiva, la sofferenza, dunque non è data da valutazioni errate che si effettuano sulla realtà, come avviene nella terapia cognitiva, ma da una valutazione errata sul meccanismo che regola l’attività mentale. Quindi, l’errore principale si effettua nel ritenere indispensabile rimuginare sui problemi e non riuscire a smettere di farlo. Queste strategie disadattive creano sofferenza emotiva.

La Terapia Metacognitiva si è dimostrata particolarmente efficace nella cura dell’ansia e della depressione.

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Bibliografia

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  • M. Procacci, R. Popolo, G. Vinci, A. Semerari, A. Cardane, G. Dimaggio, M. Falcone, G. Nicolo, I. Pontalti, G. Alleva (2000). Stati mentali e funzioni metacognitive nel disturbo evitante di personalità: studio su caso singolo. Ricerca in Psicoterapia 3(1) 66-89
  • Carcione A., Falcone M., Magnolfi G., Manaresi F. (1997), La funzione metacognitiva in psicoterapia: Scala di Valutazione della Metacognizione (S. Va.M.), in «Psicoterapia», 9, pp. 91-107.
  • Carcione A., Falcone M. (1999), II concetto di metacognizione come costrutto clinico fondamentale per la psicoterapia, in A. semerari (a cura di). Psicoterapia cognitiva del paziente grave, Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Genga, G. M. e Pediconi, M. G. (2016). Pensare con Freud. Sic Edizioni
  • Martino, F., Caselli, G., Ruggiero, G.M., Sassaroli, S. (2013). Collera e Ruminazione Mentale. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 19(3), 341- 354.
  • Nelson, T. e Narens, L. (1990). Metamemory: a theoretical framework and new findings. Psychology of Learning and Motivation. Volume 26, Pages 125-173
  • Nolen-Hoeksema S. The role of rumination in depressive disorders and mixed anxiety/depressive episodes. J Abnorm Psychol. 2000;109(3):504-11
  • Broderick, P. C., & Korteland, C. (2004). A prospective study of rumination and depression in early adolescence. Journal of Clinical Child and Adolescent Psychology, 9, 383e394.
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  • Marianelli, S. (2017). Mumble, mumble, muble. Il rimuginio. Consultato il 19/07/2018 su www.cognitivismo.com
  • Sassaroli, S & Ruggiero, G.M. (2003). Psicopatologia cognitiva del rimuginio. Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale, 9, 31-45.
  • Harvey, A. G., Watkins, E., Mansell, W., & Shafran, R. (2004). Cognitive behavioural processes across psychological disorders. Oxford, United Kingdom: Oxford University Press.
  • Borkovec, T.D. (1994). The nature, functions, and origins of worry. In G. Davey e F. Tallis (Eds.), Worrying: Perspectives on theory, assessment and treatment (pp. 5-33). Chichester, England: Wiley.
  • Wells, A. (2009). Metacognitive Therapy for anxiety and depression. New York: NY: Guilford.
  • A. Wells and G. Matthews (1994). Attention and emotion: A clinical perspective Hove (UK): Lawrence Erlbaum. (402 pp.) Harald Merckelbach.
  • Caselli G., Ruggiero G.M., Sassaroli S. (2017), Rimuginio. Teoria e terapia del pensiero ripetitivo, ed. Cortina, Milano.
  • https://www.ipsico.it/terapia-metacognitiva/

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