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Apatia e anedonia: i contributi di neuroscienze e paradigmi comportamentali in soccorso alla clinica

Apatia e anedonia sono sintomi di disturbi come la depressione, la schizofrenia, le demenze. Nature Neuroscience ha pubblicato una review in cui mostra il contributo che neuroscienze e paradigmi comportamentali possono dare nel trattamento clinico.

ID Articolo: 156348 - Pubblicato il: 20 luglio 2018
Apatia e anedonia: i contributi di neuroscienze e paradigmi comportamentali in soccorso alla clinica
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Su una review di Nature Neuroscience apprendiamo un approccio trans-diagnostico per l’identificazione e la comprensione dei meccanismi sottostanti l’ anedonia e l’ apatia.

 

Se ne sono occupati Husain e Roiser del Nuffield Department of Clinical Neurosciences and Experimental Psychology dell’Università di Oxford. Identificare i meccanismi sottostanti la mancanza di motivazione, come l’apatia e l’anedonia, che condividono alcuni aspetti, potrebbe essere d’aiuto nel comprenderle in maniera più accurata e per poter fornire un adeguato trattamento farmacologico e psicologico.

Apatia e anedonia: cosa sono, di quali disturbi sono tipiche

Messaggio pubblicitario Sia l’apatia che l’anedonia sono sintomi condivisi da diversi disturbi come il morbo di Alzheimer e di Parkinson, la schizofrenia e il disturbo depressivo maggiore (Pelizza & Ferrari, 2009); entrambe hanno specifici scale cliniche in grado di quantificarle (Kaiser, Lyne et al., 2017; Bischof, Obermann et al., 2016) come ad esempio la scala per l’anedonia fisica e sociale, la Snaith-Hamilton Pleasure scale (SHAPS; Nakonezny, Carmody et al., 2010)

  • Per apatia si intende la perdita o la riduzione della motivazione rispetto ad uno stato precedente, associato ad un decremento dei comportamenti goal-directed, dell’attività cognitiva ed emotiva; gli individui affetti da apatia hanno difficoltà nell’intraprendere nuovi comportamenti o iniziative
  • L’anedonia consiste in una marcata e consistente diminuzione dell’interesse o piacere per la maggior parte delle attività quotidiane; gli individui smettono di provare piacere per alcune attività o smettono di ricercare attività piacevoli come se mancassero di motivazione (Husain & Roiser, 2018).

Per cercare di far chiarezza, Husain & Roiser (2018) hanno proposto di considerare entrambe come deficit a seguito di interferenze nei meccanismi neurali che processano la ricompensa; in particolare il deficit risiederebbe nei processi che motivano l’individuo o l’animale a mettere in atto un’azione o un comportamento – come i potenziali benefici o ricompense per il comportamento vengono valutati dal sistema rispetto al costo dello sforzo richiesto per raggiungerli.

Apatia e anedonia: i meccanismi sottostanti

Nella nuova Review di Nature Neuroscience, gli autori hanno sottolineato l’importanza di comprendere i meccanismi sottostanti le manifestazioni cliniche “di superficie” dell’apatia e dell’anedonia e specificare il fenotipo in modo più attento e preciso per ogni singolo caso clinico, in modo tale da implementare trattamenti farmacologici e psicologici il più possibili personalizzati e ad hoc per il paziente demotivato, partendo dalla descrizione di modelli comportamentali idealmente da combinare con modelli computazionali oltre che con valutazioni soggettive tramite self-report.

Affinché sia possibile intraprendere un’azione è necessario:

  1. Generare opzioni per il comportamento che provengano da un’ iniziativa personale (generare tante più opzioni possibili per uno scenario di vita reale, con un test molto simile a quello neuropsicologico per la fluenza verbale) o che siano elicitate da stimoli ambientali.
  2. Valutare i costi-benefici dell’opzione in accordo con la ricompensa attesa, dello sforzo, del tempo richiesto e del probabile rischio per raggiungerla.

In questa fase, affermano gli autori, si potrebbe verificare una difficoltà nel selezionare una tra le opzioni possibili, specialmente se la decisione presa al momento potrebbe influire su una futura.

Nello specifico, la selezione dell’opzione potrebbe infatti essere influenzata dalla valutazione soggettiva dei potenziali outcome, dal rischio o dalla probabilità di ottenere una ricompensa, dal temporal discounting (la svalutazione di una ricompensa a causa dell’eccessiva attesa richiesta per ottenerla), dalla percezione dello sforzo e infine dal costo richiesto per ottenere la ricompensa. A seguito della valutazione e della selezione dell’opzione comportamentale, si verifica il fenomeno dell’anticipazione, che l’individuo solitamente esperisce tramite un’attivazione fisiologica – cambiamenti nella frequenza cardiaca, dilatazione delle pupille – dovuta al fatto che egli sta attendendo e prevedendo la comparsa della ricompensa.

Successivamente a ciò, l’animale o l’individuo intraprende un’azione che è determinata e fa parte di un comportamento cosiddetto “appettitivo” che è indice del “wanting”, cioè della mancanza di qualcosa che l’animale ha bisogno di soddisfare.

Negli studi animali questa componente del comportamento è misurata tramite la quantità di sforzo che l’animale fa spontaneamente e con propensione con il fine di ottenere una ricompensa, mentre negli umani questa tipologia di sforzo può essere misurata utilizzando il numero di volte che l’individuo preme un bottone, la velocità di risposta e la quantità di forza esercitata nel farlo (Chong, Apps et al., 2017).

La propensione a mettere in atto uno sforzo è misurata anche tramite compiti mentali utilizzando task che richiedono un’alta dose di concentrazione e memoria (Chong, Apps et al., 2017).

Apatia, anedonia e wanting

Un paradigma molto comune utilizzato per misurare il “wanting”, la mancanza, è il paradigma del trasferimento pavloviano strumentale (Pavlovian Instrumental transfer; PIT) che coinvolge tre stadi: il primo costituito da un condizionamento classico pavloviano in cui uno stimolo neutro, come un suono o una luce, viene associato ad un reward, il secondo basato su una scelta volontaria strumentale per ottenere una ricompensa tramite azione volontaria (come premere una leva) e l’ultimo che consiste nel PIT stesso, cioè la presentazione dello stimolo condizionato durante la fase strumentale.

La presentazione dello stimolo condizionato senza che si verifichi la ricompensa aumenta le risposte strumentali dell’individuo volte ad ottenerla, determinando il cosiddetto PIT effect interpretato come segnale di “wanting” (Berridge & Robinson, 1998)

Alcune evidenze sottolineano come nei pazienti affetti da depressione maggiore vi sia una consistente riduzione del PIT effect (Huys, Gölzer, Friedel et al., 2016). Infine, una volta raggiunta la ricompensa, si verifica da parte dell’animale o dell’individuo l’interazione con il reward che costituisce la capacità edonica, un comportamento consumatorio una volta raggiunta la ricompensa.

Nei modelli animali, come indice per i comportamenti consumatori, viene utilizzato il test della preferenza del saccarosio: ai topi viene data la possibilità di scegliere tra acqua e una soluzione diluita di acqua e saccarosio, sviluppando una preferenza per quest’ultima. I topi sottoposti a stress cronico, che determina livelli moderati di apatia, mostrano una preferenza ridotta per la soluzione con il saccarosio, riduzione che corrisponde ad un abbassamento della capacità edonica nella fase di consumazione della ricompensa (Willner, 2017).

Seguendo il modello per la presa di decisione basata sugli sforzi nell’ambito delle ricompense, la domanda è come gli individui imparino dalle conseguenze delle loro azioni per guidare le loro future decisioni, cioè come le risposte del soggetto cambiano in funzione dei feedback che riceve dopo la messa in atto delle sue azioni come evidenzia il ben noto Iowa Gambling task (Bechara, Damasio, Tranel, 1997).

Anedonia e apatia: un modello computazionale

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Approcci alternativi che recentemente stanno guadagnando popolarità sono i modelli computazionali (Adams, Huys & Roiser 2015) che sfruttano la ricchezza dei dati osservati (ad esempio tramite modelli di comportamento che basano su prove per errori) per fornire informazioni su quei processi che sottostanno le differenze individuali.

Per esempio, un compito percettivo detto “responsività alla ricompensa” (rewar responsiveness; Henriques, Glowacki et al., 1994) che misura i bias verso la selezione di stimoli più frequentemente associati con le ricompense, somministrato sia ad un gruppo di controllo che ad un gruppo clinico di individui affetti da depressione, ha evidenziato delle differenze nelle risposte al test tra i due gruppi.

L’applicazione dei modelli computazionali ai dati raccolti ha evidenziato come i sintomi dell’ anedonia non siano associati alle differenze nella discriminazione percettiva o nell’apprendimento per errori ma siano al contrario associati con un brusco abbassamento del valore atteso della ricompensa al momento della decisione (Huys, Pizzagalli, Bogdan & Dayan, 2013).

In aggiunta, questi modelli, dal momento che aiutano a differenziare i processi cognitivi che sono coinvolti nei compiti legati alla ricompensa, mostrano che l’apprendimento apparentemente è risparmiato nell’ anedonia e che le differenze nei comportamenti legati alla motivazione e alla ricompensa sono associati ad altri processi di tipo neurotrasmettitoriale. Uno studio di Le Bouc e colleghi (2016) ha evidenziato come i miglioramenti nei sintomi dell’ apatia da parte dei pazienti affetti da morbo di Parkinson, in cura dopaminergica, fossero associati con un aumento della sensibilità alla ricompensa, mentre uno studio di Meyniel, Goodwin e colleghi (2017) ha mostrato come soggetti non patologici mostrassero un maggior sforzo a seguito della somministrazione di SSRI e quindi dell’aumento della serotonina, come se in loro si fossero ridotti i costi degli sforzi per raggiungere la ricompensa.

 

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