Identity Report: il congresso di Roma sulla Psicopatologia dell’Identità

Il racconto del congresso di Roma: IDENTITY REPORT - L’identità: concettualizzazioni teoriche a confronto, dati di ricerca, psicopatologia ed intervento clinico.

ID Articolo: 155883 - Pubblicato il: 21 giugno 2018
Identity Report: il congresso di Roma sulla Psicopatologia dell’Identità
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In data 25 maggio 2018, si è svolto a Roma, presso l’Aula Giubileo dell’Università LUMSA, il Convegno “IDENTITY REPORT – L’identità: concettualizzazioni teoriche a confronto, dati di ricerca, psicopatologia ed intervento clinico”. Il Convegno ha raccolto i contributi di alcuni tra i massimi esperti italiani sul tema della Psicopatologia dell’Identità.

I chairman del Convegno, Rosario (Rino) CAPO e Lisa Arduino hanno coordinato i lavori in modo efficace e stimolante, favorendo una dialettica viva e proficua tra i relatori e tra questi e il pubblico in sala.

Identità personale

Messaggio pubblicitario La prima relazione in programma è stata realizzata da Santino Gaudio (Department of Neuroscience, Uppsala University Sweden) dove sono state messe in luce le modalità in cui il piano psicologico (personale) e quello neurobiologico (sub-personale) interagiscano nel determinare, nel corso dello sviluppo individuale, un senso di identità personale relativamente stabile e funzionale. Gaudio ha evidenziato, inoltre, i risultati ottenuti dal suo gruppo di ricerca, tramite procedure di neuroimaging, circa le strutture cerebrali maggiormente implicate nelle alterazioni dell’immagine corporea caratterizzanti i diversi Disturbi del Comportamento Alimentare. Rimane da capire fino in fondo se siano le strutture alterate in modo primario a determinare i disturbi più o meno gravi nel Sé Corporeo osservabili nei DCA o, piuttosto, alcune funzioni cognitive esasperate (attenzione selettiva, euristiche, ecc.) dagli scopi in gioco sovra-investiti (es.: non ingrassare per salvaguardare la propria autostima, controllo del peso e degli impulsi, buona immagine, ecc.) a determinare i fenomeni psicopatologici in oggetto e, come effetto dell’uso soverchio, anche le alterazioni funzionali e strutturali osservate nel cervello dei pazienti affetti da DCA.

Cristiano Castelfranchi: Identità come rappresentazione

La seconda relazione, tenuta da Cristiano Castelfranchi (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, ISTC-CNR Roma) dal titolo “L’identità come rappresentazione: struttura, funzioni, scopi, influenza sul comportamento”, ha evidenziato le varie sfaccettature e funzioni dell’identità e le loro implicazioni rispetto al benessere ed alla sofferenza psicologica e, in particolare: la funzione prospettica, quella motivazionale, valutativa, deontica e “di potere” e le strutture connesse alle appartenenze, alla biografia, alla teoria su di sé, alla narrazione di sé nel tempo, alla dimensione intima del sé, ecc.

Il senso di identità personale nei robot

Successivamente, nella relazione di Domenico Parisi (Istituto di Scienze e Tecnologie della Cognizione, ISTC-CNR Roma) si è anticipata la possibilità, ancora implementata solo in parte presso i laboratori del CNR, di programmare un senso di identità personale nei robot (simulati al computer o realizzati fisicamente) al fine di comprenderne in modo più articolato le determinanti e le interazioni, più o meno funzionali, tra le varie sotto-strutture identitarie ben evidenziate precedentemente da Castelfranchi. Mentre, ad esempio, sarebbe eticamente problematico promuovere in un soggetto sperimentale umano un conflitto duraturo e profondo tra diverse “appartenenze identitarie”, al fine di osservarne le conseguenze sul suo benessere soggettivo e di verificare possibili vie di uscita cognitive, la stessa procedura sperimentale non creerebbe alcun problema etico se il soggetto della manipolazione empirica fosse un robot. Appena le tecnologie saranno sufficientemente sviluppate, dunque, quest’area di ricerca sarà estremamente promettente.

I conflitti intrapsichici tra scopi e la sameness

Messaggio pubblicitario NETWORK CLINICA Nella relazione successiva, Francesco Mancini (Università Guglielmo Marconi Roma; Direttore Scuole APC-SPC) ha realizzato una brillante dissertazione circa i conflitti intrapsichici tra scopi e il loro rapporto con la sameness, ossia con il bisogno tipico degli esseri umani di mantenere un senso relativamente stabile di identità. Secondo Mancini non sarebbe plausibile l’idea di una mente separata in più istanze psichiche in conflitto e “tenuta insieme” dalla coscienza, costantemente impegnata nel tentativo di mantenere una sufficiente coerenza narrativa e progettuale. Piuttosto, secondo il relatore, i conflitti tra atteggiamenti differenti in contesti e contingenze diverse potrebbero essere agevolmente spiegati anche nell’ambito di una teoria unitaria della mente, come effetto di attivazione e disattivazioni di scopi in base alla loro urgenza momentanea o come il prodotto dell’azione di diverse funzioni cognitive: attenzione selettiva, iper-focalizzazione, temporal discounting, ecc.

Il concetto di identità nel contesto della Relational Frame Theory

Giorgia Manca e Roberto Mosticoni (Scuole APC-SPC), dal canto loro, hanno messo a fuoco le varie funzioni e sfaccettature dell’Identità all’interno di un quadro teorico Comportamentista moderno, basato sulla Relational Frame Theory (RFT): sameness, identificabilità, discriminazione degli stimoli e delle contingenze in base al loro rapporto con il pronome IO, riconoscimento della titolarità delle proprie azioni (autodeterminazione/autonomia), interrelazione tra identità e linguaggio, ecc. Gli autori hanno inoltre evidenziato le possibili ricadute psicopatologiche del misconoscimento e dell’invalidazione dell’identità, soffermandosi, in particolare, sul Disturbo Borderline di Personalità e sui possibili interventi psicoterapici, focalizzati appunto sull’identità, funzionali a gestire la sintomatologia clinica derivante proprio dalle frequenti e drammatiche storie di invalidazione della soggettività vissute da questi pazienti.

Il rapporto tra linguaggio e identià personale

Nella relazione di Giovanbattista Presti (Università Kore Enna; Presidente ACBS; IESCUM) è stato evidenziato ancora più approfonditamente, sempre muovendosi nell’ambito della RFT, come gli autori che lo hanno preceduto, ma anche rifacendosi agli apporti della Acceptance and Commitment Therapy (ACT), il rapporto tra il linguaggio e l’Identità Personale. Presti ha messo in luce, nel corso del suo speech, come spesso gli esseri umani soffrano in modo soverchio per la “compromissione” di un sé eccessivamente concettualizzato (definito da etichette come, ad esempio: intelligente, perbene, vincente, ecc.), perdendo di vista che la vita offre sempre la possibilità di realizzare i propri valori esistenziali anche quando certe “etichette” verbali non trovano necessariamente “riscontro” e “conferma”.

Identità personale e idee deliranti

Roberto Lorenzini (Studi Cognitivi SBT; Scuole APC-SPC;) ha invece trattato un tema prettamente clinico di grandissimo interesse per gli psicoterapeuti: il rapporto tra le invalidazioni dei costrutti centrali e fondanti dell’Identità Personale (bellezza, brillantezza intellettuale, furbizia, specialità, ecc.) di un individuo e il possibile sviluppo di idee deliranti. Secondo l’autore, rifacendosi alla Psicologia dei Costrutti personali di G. Kelly, la mappa cognitiva di sé (identità), degli altri e del mondo, che l’individuo costruisce e revisiona costantemente nel corso della sua storia di vita, avrebbe la funzione principale di Massimizzare la Capacità Predittiva (MCP) e, dunque, una volta disconfermata nei suoi elementi fondanti, implicherebbe vuoti previsionali dolorosi e spaventosi, capaci di innescare la formulazione di spiegazioni deliranti circa il significato e la natura dell’evento invalidante, con la funzione di immunizzarne il potere scardinante della personale rappresentazione identitaria attraverso, appunto, esplicazioni alternative (eureka deliranti) che, seppur dolorose, sono in grado di riaffermare a tutti i costi e a dispetto di ogni controprova l’applicabilità dei costrutti centrali invalidati dall’evento avversivo recentemente sperimentato.

Identità e Auto-determinazione

L’intervento di Rino Capo (Coordinatore della Didattica Scuola Specializzazione Humanitas Roma; Scuola Specializzazione Psicosomatica Ospedale Cristo Re Roma; Istituto M.IN.D. Umbria), dal canto suo, ha evidenziato lo stretto rapporto strumentale tra l’Identità e l’Auto-determinazione (Agency o Self-determination). Nella sua trattazione l’autore ha mostrato la rilevanza evolutiva e in relazione al benessere soggettivo della realizzazione di un senso pieno di Agentività e sostanziale Autonomia e la necessità, per realizzare tale bisogno psicologico di base, di costruire primariamente una rappresentazione dettagliata, realistica (basata prevalentemente su esperienze in prima persona) ed approfondita della propria soggettività identificante, nel tempo e nello spazio (continuità del sé), e in relazione alla propria “unicità” (identificabilità). Per attualizzare un senso sostanziale di Self-determination, inoltre, il soggetto deve: (a) ritenere che la propria soggettività e il relativo progetto esistenziale (Sé Ideale e Valori Identitari) siano legittimi (“Ho il diritto di essere quello che sono”); (b) acquisire relativa libertà da vincoli concreti (anche economici oltre che interpersonali à aspettative altrui, invalidazioni, ecc.); (c) acquisire un funzionale senso di autoefficacia al fine di percepire di possedere i poteri sufficienti per realizzare il progetto personale di realizzazione di sé; (d) imparare a conoscere e gestire i propri stati interni (emozioni, impulsi, sensazioni, pensieri, ecc.) al fine di non avere timore di essi bensì, piuttosto, utilizzarli per conoscere meglio se stesso e le proprie preferenze ma, nel contempo, senza essere da loro “scosso” e “spinto reattivamente” lontano dai propri valori e scopi identitari solo per evitare dolori e sofferenze.

Identità e postrazionalismo

La relazione di Maurizio Dodet (Laboratorio di Psicologia Cognitiva Postrazionalista Roma) ha portato un’ipotesi originale e capace di incuriosire la platea, originariamente formulata da Vittorio Guidano oramai molti anni addietro. Il relatore ha sottolineato che nel contesto Postrazionalista il Sé più incarnato e “reale” è primariamente costituito da vissuti emotivi taciti che derivano dalle principali relazioni significative infantili ed adolescenziali e dagli eventi più rilevanti della propria storia di vita e che continuamente riaffiorano, momento per momento, attivati dalle contingenze attuali, perturbando non di rado la narrazione esplicita di sé e, dunque, generando potenziali paure ed avversioni per tali vissuti medesimi, in quanto misconosciuti o esplicitamente rifiutati. Compito principale del terapeuta sarebbe, dunque, per Maurizio Dodet, quello di aiutare il paziente a: (a) osservare senza paura ma con disponibilità le proprie perturbazioni emotive; (b) accettarle; (c) comprenderle nel contesto della propria storia (costruire una narrazione realistica e coerente di sé nel corso del tempo) e (d) gestirle al fine di amministrare le proprie scelte in modo più “vero” e funzionale sul piano dell’attualizzazione della propria identità personale.

Identità e disturbi del comportamento alimentare

L’ultima relazione, realizzata da Armando Cotugno (ASL RM1; Progetto TIDA; CCDS; ASTREA) ha ripreso il tema del primo intervento della giornata: i Disturbi del Comportamento Alimentare (DCA) e l’Identità. L’autore ha evidenziato come il corpo e le forme corporee possano diventare il primo e l’ultimo baluardo di identità personale per molti pazienti affetti da DCA, spesso invalidati sul piano della soggettività psicologica: non visti, squalificati, controllati in modo eccessivo (mortificazione dell’auto-determinazione e della libertà), ecc. Oltre al lavoro sintomatico (regolazione delle condotte alimentari e del peso), primo intervento necessario e spesso urgentissimo sul piano medico, generalmente l’intervento terapeutico più a lungo termine deve incentrarsi proprio sull’identità al fine di: (a) arricchirla in modo che non siano solo o prevalentemente il peso e le forme corporee a determinare il valore personale; (c) validarla; (d) attualizzarla in scelte autonome e “coraggiose”; (e) esprimerla e “difenderla” con assertività; ecc. Cotugno ha anche mostrato come la cultura dell’immagine stia influenzando in modo disfunzionale la strutturazione del Sé ideale degli adolescenti, schiacciandolo soprattutto su temi estetici e competitivi.

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